Private markets: come integrarli nei portafogli wealth

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Uomo con giacca blu scuro e camicia bianca, sorride con sfondo grigio.

I private market si stanno aprendo a una platea più ampia di investitori wealth, ma renderli realmente accessibili e comprensibili richiede più della semplice introduzione di nuovi prodotti. Tarun Nagpal, fondatore e CEO di S64, illustra le infrastrutture,la tecnologia , i modelli di costruzione del portafoglio e le competenze locali necessarie per trasformare l’accesso in un’adozione strutturale

Indice

I private market non sono più una nicchia riservata agli investitori istituzionali. Con
l’ampliarsi dell’accesso a questa asset class per i clienti wealth, la questione centrale non
è più tanto se investire, quanto piuttosto come farlo in modo efficace.
L’illiquidità, la tolleranza al rischio, la costruzione del portafoglio e l’ampia gamma di
strategie disponibili richiedono un approccio diverso rispetto a quello adottato per gli asset
tradizionali quotati. La sfida, inoltre, non riguarda soltanto gli investitori: anche banche e
consulenti finanziari hanno bisogno degli strumenti, delle competenze e dei processi
adeguati per valutare, implementare e illustrare questi investimenti ai propri clienti.
È questo l’ambito in cui opera S64, mettendo in connessione gli asset manager e il private
wealth attraverso strutture, tecnologie e implementazione locale, con l’obiettivo di rendere
i private market più accessibili e più semplici da integrare nei portafogli wealth. In
questa intervista con Tarun Nagpal, CEO di S64, abbiamo approfondito l’evoluzione
dell’approccio ai private markets e i progressi compiuti nelle diverse aree geografiche in
termini di adozione, accessibilità e opportunità.

Quale ruolo svolge S64 nell’ecosistema del private wealth e degli investimenti alternativi?

Storicamente, i gestori di fondi di private market e i General Partner (GP) si sono concentrati quasi esclusivamente sugli investitori istituzionali, mentre molte banche private hanno avuto un’interazione limitata con gli investimenti alternativi. Questi due segmenti del mercato, quindi, non sono sempre stati naturalmente connessi. Il ruolo di S64 è rendere questa connessione molto più fluida ed efficiente, affrontando tre sfide fondamentali.

La prima è strutturale. I fondi istituzionali spesso non sono adatti ai clienti privati. Gli investitori del private wealth possono aver bisogno di veicoli regolamentati, caratteristiche di liquidità differenti e un quadro giuridico e di compliance specifico. Uno dei nostri compiti principali è quindi collaborare sia con gli asset manager sia con le banche private per creare strutture e veicoli adeguati alle esigenze della clientela.

Tra questi rientrano i feeder fund e i veicoli chiusi, come i fondi  lussemburghesi conformi alla direttiva AIFMD, che consentono di ridurre le soglie minime di investimento — per esempio, portandole a circa 100.000 euro — e di rendere tali prodotti accessibili agli investitori professionali e semiprofessionali in mercati come quello italiano.

Man mano che ci si avvicina al segmento dei clienti mass-affluent, diventano sempre più rilevanti strutture come i fondi evergreen e gli ELTIF. Collaboriamo con GP, asset manager e banche private per creare soluzioni regolamentate e, in alcuni casi, aperte. In questo modo affrontiamo la dimensione strutturale dell’accesso.

La seconda sfida riguarda le infrastrutture operative. Le banche private devono gestire rendicontazioni, reportistica fiscale, valutazioni e dati che spesso arrivano in momenti diversi e con frequenze differenti. I fondi di private market possono, per esempio, fornire valutazioni mensili o trimestrali, talvolta con un ritardo di 15-30 giorni: tempistiche che non sempre si integrano facilmente con le infrastrutture utilizzate dalle banche per gli investimenti tradizionali. Attraverso la nostra piattaforma tecnologica Arena, mettiamo a disposizione un’infrastruttura che consente alle banche non soltanto di accedere ai prodotti di private market, ma anche di gestirli in modo più efficiente.

Arena supporta la rendicontazione, le valutazioni e la reportistica  attraverso un’unica infrastruttura tecnologica personalizzabile con il marchio della banca, evitando che gli istituti debbano gestire ciascun fondo separatamente tramite per esempio fogli di calcolo, PDF e cicli di rendicontazione differenti. Questo offre alle banche una visione unitaria dei prodotti di private market con cui operano e standardizza l’infrastruttura sottostante, rendendo l’esperienza più fluida sia per l’istituto sia per l’investitore finale.

Arena può inoltre essere configurata sui diversi modelli operativi delle private bank italiane, consentendo di gestire in modo granulare le posizioni detenute tramite nominee, con funzionalità integrate di protezione dei dati e un’academy dedicata alla formazione dei consulenti.

Il terzo pilastro è l’adattamento ai mercati locali. Anche in Europa, dove esistono quadri normativi comuni come AIFMD e MiFID, è necessario un significativo adattamento alle specificità locali in termini di fiscalità, regolamentazione e infrastrutture di mercato. Il nostro ruolo consiste quindi nell’adattare le soluzioni alle esigenze specifiche di ciascun mercato: dalla documentazione al trattamento fiscale, fino alla lingua utilizzata dalla piattaforma.

Dal vostro punto di vista più globale, quali elementi distinguono i mercati che stanno ampliando con successo l’accesso ai private market da quelli che faticano ancora a trasformare le ambizioni in risultati concreti?

Gli Stati Uniti sono già molto avanzati in questo ambito, essendo attivi nei private market da lungo tempo. La questione centrale è capire se questi investimenti diventeranno una componente strategica dell’ asset allocation dei clienti. Quello che ci chiediamo è: le banche li stanno accogliendo non soltanto come un’opportunità complementare – per una parte della clientela – ma come una componente aggiuntiva in portafoglio, al pari, per esempio, di azioni e obbligazioni?

Nella nostra attività con le banche private in Europa, Medio Oriente e Asia-Pacifico, questa è la principale differenza che osserviamo tra i mercati che stanno realmente integrando i private market nella propria offerta e quelli che continuano ad approcciarli in modo più opportunistico. Se guardiamo a mercati come Singapore, Hong Kong, e Australia, molte società hanno adottato un modello strutturato di asset allocation a livello di CIO (Chief Investment Officer), raccomandando ai clienti un’esposizione agli asset privati compresa tra il 5% e il 20%.

Una volta formulata questa raccomandazione, la domanda successiva diventa: in quali strumenti si consiglia effettivamente ai clienti di investire? È qui che inizia la seconda fase, ed è proprio in questo passaggio che contribuiamo a superare molte delle barriere all’ingresso.

L’Europa viene spesso considerata un mercato unico, ma i modelli di wealth management, la regolamentazione e i comportamenti degli investitori rimangono molto frammentati. Quanto incide questo aspetto sullo sviluppo delle soluzioni di private market?

Un aspetto positivo è che oggi l’Europa dispone di quadri normativi che consentono di creare veicoli in grado di rivolgersi a più mercati. Gli ELTIF ne sono un esempio significativo. Prima dell’introduzione del quadro normativo ELTIF, non esisteva un vero meccanismo unificato per raggiungere i clienti non professionali in tutta Europa. Tuttavia, anche nel caso degli ELTIF, disporre di un veicolo che può essere commercializzato formalmente in diversi Paesi rappresenta soltanto il primo passo.

Per entrare in un mercato come quello italiano, occorre comunque affrontare le specificità della regolamentazione locale, i requisiti fiscali, le infrastrutture e gli aspetti operativi dell’implementazione. Lo stesso vale per Germania, Francia e Spagna. Il quadro normativo europeo è molto utile perché crea una struttura giuridica comune, ma ciascun mercato richiede ancora un significativo lavoro di adattamento locale affinché un prodotto possa essere effettivamente distribuito in modo efficace.

È proprio su questo aspetto che si concentra una parte importante del lavoro svolto dal settore, ed è anche uno dei pilastri della nostra attività. Si tratta, in sostanza, di risolvere il problema dell’«ultimo miglio»: le infrastrutture operative, i requisiti locali e l’integrazione delle piattaforme necessari per rendere questi prodotti effettivamente utilizzabili in ciascun mercato.

In questo contesto europeo, come si posiziona l’Italia, anche rispetto agli altri Paesi europei?

L’Italia è stata relativamente all’avanguardia nell’adozione dei private market in Europa, soprattutto nell’ambito del private banking. Una delle ragioni principali è la presenza di un’ampia platea di imprenditori HNWI. Molte banche private italiane servono imprenditori che hanno costruito la propria ricchezza attraverso le loro aziende, ceduto le proprie attività o gestito imprese familiari. Di conseguenza, questi clienti tendono ad avere una maggiore familiarità con gli investimenti nei private market e sono più propensi a considerarli all’interno dei portafogli.

Questa domanda sottostante, insieme a un contesto normativo e strutturale che ha consentito lo sviluppo di soluzioni dedicate ai private market, ha reso l’Italia uno dei mercati europei in cui l’evoluzione procede più rapidamente.

S64 attribuisce grande importanza alle opportunità offerte dal mercato italiano. Sotto la guida di Fabrizio Mazzucato, Head of Italy Coverage, collaboriamo con le banche private italiane in diversi ambiti: tecnologia, formazione dei consulenti, soluzioni di prodotto, life-cycle management dei fondi. L’obiettivo è fare in modo che i private market diventino una componente centrale del modo in cui le banche private italiane gestiscono i patrimoni dei propri clienti. In mercati come quello britannico, l’adozione ha seguito ritmi differenti e penso che ciò rifletta le differenze nella tipologia di clientela a cui si rivolgono le banche private.

Guardando ai prossimi cinque anni e oltre, quali fattori determineranno il ruolo dei private market nei portafogli wealth a livello globale?

Ritengo che debbano convergere diversi elementi. Il primo è che il private banking integri pienamente i private market nei propri modelli di asset allocation. Naturalmente, questa soluzione non sarà adatta a tutti i clienti, poiché non tutti hanno la stessa tolleranza per l’illiquidità di lungo periodo. Per coloro che dispongono delle caratteristiche adeguate, tuttavia, i private market possono diventare una componente effettiva del portafoglio.

La seconda sfida riguarda l’integrazione degli investimenti alternativi nella gestione di portafogli in delega e, più in generale, la gestione congiunta degli asset liquidi e illiquidi all’interno dello stesso modello di allocazione. Per esempio, se la componente liquida di un portafoglio subisce una significativa flessione, un’allocazione ai private market inizialmente pari al 15% può arrivare improvvisamente a rappresentare il 20% del portafoglio.

Rimane ancora molto lavoro da fare per comprendere come gestire nel tempo questa interazione tra liquidità e illiquidità. Il terzo elemento è rappresentato dalle infrastrutture operative. Affermare che un cliente dovrebbe destinare una determinata quota del proprio portafoglio ai private market è una cosa; riuscire a implementare efficacemente tale allocazione è un’altra, soprattutto quando i dati non sono trasparenti, le valutazioni arrivano in ritardo o la rendicontazione è frammentata.

La priorità, nei prossimi cinque anni, sarà combinare un approccio più strutturato all’asset allocation, con modelli più adatti a gestire liquidità e illiquidità, oltre a infrastrutture operative più solide per quanto riguarda dati, valutazioni e rendicontazione. Anche la formazione dei professionisti a diretto contatto con i clienti sarà fondamentale. Per quanto il modello possa funzionare sul piano teorico, l’adozione diventa molto più difficile se chi dialoga quotidianamente con gli investitori non conosce a fondo questa asset class e non è in grado di illustrarne efficacemente le caratteristiche.

Domande frequenti su Private markets: come integrarli nei portafogli wealth

Qual è il principale cambiamento nel ruolo dei private market rispetto al passato?

I private market non sono più una nicchia esclusiva degli investitori istituzionali. Ora l'accesso si sta ampliando significativamente per i clienti wealth, spostando il focus dalla domanda 'se' investire a 'come' farlo efficacemente.

Quali sono le sfide principali nell'integrare i private market nei portafogli wealth?

L'integrazione efficace richiede un approccio diverso rispetto agli asset tradizionali, a causa dell'illiquidità, della tolleranza al rischio, della costruzione del portafoglio e dell'ampia gamma di strategie disponibili.

Come influisce la frammentazione europea sullo sviluppo delle soluzioni di private market?

La frammentazione dei modelli di wealth management, della regolamentazione e dei comportamenti degli investitori in Europa rappresenta un ostacolo allo sviluppo di soluzioni di private market uniformi e scalabili.

Quali fattori determineranno il ruolo dei private market nei portafogli wealth nei prossimi cinque anni?

Nei prossimi cinque anni e oltre, fattori come l'evoluzione dell'accesso, la gestione dell'illiquidità e la diversificazione delle strategie influenzeranno il ruolo dei private market nei portafogli wealth a livello globale.

Cosa distingue i mercati che ampliano con successo l'accesso ai private market da quelli che faticano?

I mercati che hanno successo nell'ampliare l'accesso ai private market riescono a trasformare le ambizioni in risultati concreti, probabilmente attraverso modelli operativi più efficienti e una migliore comprensione delle esigenze degli investitori wealth.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Paola Ragno

Giornalista pubblicista e Senior Content Editor di We Wealth, è laureata in Mediazione linguistica e interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. In We Wealth cura lo sviluppo di prodotti multimediali e redazionali, per l’online e il cartaceo. Nel passato ha lavorato e collaborato anche con Class CNBC.