Nei prossimi 3-4 anni, circa 500 imprese italiane potrebbero finire sotto il controllo di investitori stranieri. È la prospettiva delineata da Pierluigi Paracchi, co-founder e ceo di Genenta Science e presidente della Fondazione Praexidia, che richiama l’attenzione su un patrimonio industriale esposto alle dinamiche dei fondi di private equity e alla crescente competizione internazionale per le tecnologie strategiche. Un rischio che assume un significato particolare nei settori della difesa, dello spazio e della cybersicurezza, dove il controllo delle imprese significa anche presidiare competenze, proprietà intellettuale e capacità produttive.
“Il golden power non è un veto ma deve diventare strategia”, sottolinea Paracchi. Il punto, dunque, non è soltanto impedire acquisizioni considerate rischiose per la sicurezza nazionale, ma definire una politica industriale capace di proteggere le tecnologie strategiche senza precludere alle imprese l’accesso ai capitali necessari per crescere.
Il tema si inserisce in uno scenario in cui l’Europa sta aumentando gli investimenti nella difesa, ma deve ancora colmare un divario significativo con gli Stati Uniti sul fronte dell’innovazione. È quanto emerge dai dati presentati da PwC Strategy& Italia, main sponsor di Outpost Rome, il summit italiano sull’innovazione nella difesa e nelle tecnologie dual-use, tenutosi il 26 ottobre all’Ara Pacis di Roma.
Difesa, la spesa europea cresce ma resta il divario nella ricerca
La spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione europea è destinata a passare da 306 miliardi di dollari nel 2021 a 488 miliardi nel 2026, con un incremento di 183 miliardi. Quasi il 60% della crescita si concentrerà nel procurement, cioè nell’acquisto di sistemi, mezzi e tecnologie.
La dimensione degli investimenti, tuttavia, non racconta da sola la capacità dell’Europa di competere. Secondo le stime presentate da PwC Strategy& Italia, la spesa cumulata dell’Ue per la ricerca e sviluppo nella difesa nello stesso periodo si attesta a circa 49 miliardi di dollari, contro i 927 miliardi degli Stati Uniti.
Il divario è particolarmente rilevante in un contesto in cui i cicli di innovazione possono ridursi a 30-40 giorni e il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla velocità con cui le tecnologie vengono sperimentate, integrate e aggiornate. Per trasformare gli investimenti in capacità industriali concrete, l’Europa deve quindi accelerare il passaggio dal prototipo all’adozione, attraverso sperimentazione rapida, procurement più agile e sistemi modulari.
È anche da questa esigenza che nasce il confronto sul golden power: come attrarre capitali e favorire la crescita delle imprese senza perdere il controllo degli asset strategici?
Golden power, due imprese su tre finiscono a un acquirente straniero
La questione riguarda da vicino il tessuto produttivo italiano, composto anche da piccole e medie imprese con competenze tecnologiche rilevanti. Paracchi richiama i risultati dell’analisi condotta dalla Fondazione Praexidia sulle società partecipate dagli operatori finanziari negli ultimi 25 anni.
“Chi le compra? Due volte su tre l’acquirente di società storicamente familiari non è italiano”, osserva. Una dinamica legata anche al funzionamento dei fondi di private equity, che dopo alcuni anni di investimento devono normalmente dismettere le partecipazioni per restituire capitale ai propri investitori.
Secondo la stima richiamata da Paracchi, nei prossimi 3-4 anni potrebbero essere circa 800 le imprese presenti nei portafogli destinate alla vendita. Se la tendenza storica si confermasse, circa 500 potrebbero essere acquisite da investitori non italiani.
Non si tratta necessariamente di un problema in sé: gli investimenti esteri possono portare risorse, competenze e opportunità di sviluppo. Il punto è capire quali conseguenze possano avere le acquisizioni quando riguardano imprese attive in comparti cruciali per la sicurezza e l’autonomia tecnologica del Paese.
La questione va oltre il singolo intervento di controllo: “Vogliamo essere fornitori di tecnologia o difendere le nostre piccole, medie e grandi imprese strategiche?”, domanda Paracchi.
Per il relatore, il golden power dovrebbe inserirsi in una strategia più ampia, capace di orientare i capitali verso le priorità industriali nazionali ed europee. Una questione che si intreccia con la disponibilità di risorse finanziarie domestiche e con la capacità di accompagnare le imprese nella crescita, anziché intervenire soltanto quando si presenta un’operazione di acquisizione.
Golden power: non un veto, ma una strategia: il nodo dell’equilibrio
Sul ruolo del golden power si concentra anche l’intervento di Giulio Napolitano, partner di Chiomenti, che richiama la crescente estensione dello strumento e il suo peso sulle operazioni societarie.
“Siamo arrivati l’ultimo anno a mille notifiche”, osserva Napolitano, sottolineando come il controllo sia diventato un passaggio determinante per gli investitori. “Ormai la prima domanda dal punto di vista regolamentare che gli investitori devono farsi è se questa operazione è un’operazione che può essere considerata positiva per il Paese e quindi superare il controllo golden power o invece incontrare una serie di difficoltà”, prosegue il partner di Chiomenti.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di investimenti e aggregazioni industriali, ma queste operazioni devono essere compatibili con la tutela degli interessi strategici. La sfida, secondo Napolitano, è trovare il giusto equilibrio tra protezione e sviluppo, valutando ogni caso sulla base della solidità dei progetti e delle garanzie offerte.
“Il punto che mi sembra fondamentale è trovare il giusto punto di equilibrio”, afferma. Occorre verificare la serietà del progetto industriale e finanziario, le capacità dell’investitore e gli assetti di governance, così da assicurare che tecnologie e iniziative contribuiscano allo sviluppo del sistema industriale nazionale ed europeo.
La progettazione dell’operazione diventa quindi decisiva. Le garanzie possono riguardare la continuità degli investimenti, la permanenza della ricerca e della produzione e il mantenimento in Italia della guida strategica dell’impresa. È un aspetto su cui insiste anche Napolitano, richiamando la necessità di guardare “più nel concreto” a dove si svolgono le attività di ricerca e produzione e dove si trova la guida dell’azienda.
L’obiettivo, in questa prospettiva, non è impedire in assoluto l’ingresso di capitali esteri, ma fare in modo che le operazioni compatibili con gli interessi nazionali possano contribuire allo sviluppo industriale e tecnologico del Paese.
Difesa e dual-use, la sfida è trasformare gli investimenti in innovazione
Il tema del golden power si collega così a una questione più ampia: la capacità dell’Italia e dell’Europa di costruire un ecosistema in cui istituzioni, industria, startup e investitori collaborino per trasformare la ricerca in soluzioni adottabili sul mercato.
“L’aumento degli investimenti europei nella difesa rappresenta per l’Italia un’opportunità strategica per rafforzare e sviluppare un settore in cui il Paese vanta già eccellenze nella ricerca, un ecosistema di startup innovative e grandi gruppi industriali di riferimento”, afferma Andrea Bonabello, ceo di Ucp e general partner di Nvm Ventures. Per cogliere appieno questa opportunità “è però necessario rafforzare il dialogo e la collaborazione tra istituzioni, industria, startup e investitori”, prosegue Bonabello, creando le condizioni per accelerare la validazione delle tecnologie e favorire l’adozione delle soluzioni innovative.
Un passaggio fondamentale riguarda anche la valorizzazione della proprietà intellettuale e le possibilità di uscita per gli investitori: senza prospettive di remunerazione del capitale, infatti, diventa più difficile alimentare un ciclo virtuoso di investimenti e crescita.
Il punto di incontro tra i diversi interventi è quindi la necessità di una strategia industriale che tenga insieme sicurezza nazionale, attrazione dei capitali e sviluppo tecnologico. Perché l’aumento della spesa per la difesa si traduca in maggiore autonomia europea, non basta acquistare più sistemi: occorre riuscire a sviluppare le tecnologie, far crescere le imprese che le producono e mantenere sul territorio le competenze considerate strategiche.
Outpost Rome, il confronto tra istituzioni, industria e investitori
La prima edizione di Outpost Rome si è tenuta il 26 ottobre all’Ara Pacis di Roma, riunendo istituzioni, industria, startup e investitori attivi nella difesa e nelle tecnologie dual-use.
Tra i partecipanti figuravano Stato Maggiore della Difesa, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Agenzia Spaziale Italiana, Agenzia Spaziale Europea, Nato Diana, Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital, Fondo Europeo per gli Investimenti e Lazio Innova, insieme a gruppi industriali del settore e startup e fondi di venture capital nazionali ed esteri.
L’evento è stato promosso da Natam Management Company, gestore collettivo del comparto Nvm Venture Lazio del fondo Nvm Ventures, e organizzato da Ulixes Capital Partners (Ucp), con il contributo dei fondi per la politica di coesione della Regione Lazio e il patrocinio del Ministero della Difesa.
La sfida emersa dal summit è chiara: accompagnare l’aumento degli investimenti con strumenti capaci di accelerare l’innovazione e rafforzare la base industriale europea, proteggendo gli asset strategici senza isolare le imprese dai capitali e dalle opportunità di crescita internazionali.


