Prologo: un altro caso di possesso in “buona fede” di opera razziata
Il caso del Portrait of a Young Girl del pittore olandese Toon Kelder riemerso nel 2026 nella casa degli eredi del generale collaborazionista nazista Hendrik Seyffardt, rappresenta un altro caso emblematico delle controversie sulla restituzione dell’arte razziata durante la Seconda guerra mondiale. Al centro della vicenda vi è il conflitto fra i diritti degli eredi del grande mercante ebreo Jacques Goudstikker e quelli degli attuali possessori dell’opera, discendenti di Seyffardt, che sostengono di averne ignorato per decenni la provenienza illecita.
La tela apparteneva originariamente alla celebre collezione Goudstikker, una delle più importanti raccolte private d’arte dell’Europa prebellica. Nel 1940, dopo l’invasione nazista dei Paesi Bassi, Goudstikker fuggì verso l’Inghilterra ma morì accidentalmente durante il viaggio. La sua galleria e oltre mille opere furono confiscate dal regime nazista, molte delle quali finirono sotto il controllo di Hermann Göring.
Secondo le ricostruzioni dell’investigatore di arte razziata Arthur Brand, il dipinto di Kelder venne successivamente venduto nell’asta Frederik Muller del 1940, organizzata sotto il controllo delle autorità occupanti. Il quadro sarebbe stato acquistato proprio da Seyffardt, comandante della Legione volontaria olandese delle Waffen-SS, e trasmesso poi agli eredi come bene di famiglia. La provenienza è stata confermata dalla presenza sul retro della tela di un’etichetta Goudstikker e del numero “92”, corrispondente al catalogo dell’asta del 1940.
Le notizie riportate dalla stampa hanno riferito che Brand sarebbe stato contattato da un parente di Seyffardt che avrebbe richiesto di restare anonimo e che sarebbe venuto a conoscenza solo recentemente sia del rapporto di parentela con il generale olandese collaborazionista, sia dell’attuale possesso del dipinto da parte della nipote di Seyffardt, che lo avrebbe acquistato per via ereditaria.
Il nodo centrale della controversia (GC)
Il caso pone anzitutto il problema della qualificazione giuridica della vendita del 1940. Nel diritto internazionale e nella prassi restitutoria contemporanea, le alienazioni avvenute sotto coercizione nazista vengono generalmente considerate vendite forzate e quindi invalide o comunque viziate. I Principi di Washington del 1998, pur non vincolanti, invitano gli Stati e i possessori privati a favorire “soluzioni giuste ed eque” per le opere confiscate dai nazisti. Tuttavia tali principi non creano automaticamente un
diritto azionabile in giudizio.
Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale della controversia: il contrasto tra gli eredi del mercante ebreo razziato e gli attuali possessori. Gli eredi Goudstikker sostengono che il dipinto sia sempre rimasto frutto di una spoliazione illecita e che nessun trasferimento successivo possa sanare il vizio originario del titolo. Dal loro punto di vista, Seyffardt acquistò un bene già sottratto illegalmente ad un proprietario
perseguitato dal regime nazista; pertanto i suoi discendenti non potrebbero vantare alcun diritto prevalente.
Gli eredi Seyffardt, invece, potrebbero invocare diversi argomenti tipici dei contenziosi di restituzione. Innanzitutto, il decorso del tempo. Secondo varie fonti, la polizia olandese non potrebbe procedere penalmente poiché eventuali reati sarebbero prescritti. Anche sul piano civile, il diritto olandese riconosce forme di prescrizione acquisitiva e tutela del possessore di lunga durata. Sebbene la mala fede originaria dell’acquirente possa impedire l’usucapione, dimostrare oggi lo stato soggettivo di Seyffardt nel 1940 non è semplice, anche se il suo ruolo politico e militare rende assai difficile sostenere una
sua completa ignoranza circa la provenienza dell’opera.
La buona fede del possesso di opera razziata per via ereditaria
Un ulteriore profilo riguarda la posizione degli attuali possessori, che affermano di aver ricevuto il dipinto per successione ereditaria senza conoscere il passato dell’opera. In molti ordinamenti, il possessore in buona fede gode di una protezione maggiore rispetto all’autore originario dello spoglio. Tuttavia, nelle controversie relative all’arte saccheggiata dai nazisti, la tendenza internazionale è sempre più orientata a privilegiare la restituzione morale e storica rispetto alla stabilità del possesso.
Non solo una ricostruzione storica (SH)
Da un punto di vista storico-artistico, il caso Kelder è significativo perché dimostra come la ricerca sulla provenienza non sia solo una ricostruzione storica, ma anche un processo in cui la conoscenza può essere prodotta, ritardata o di fatto oscurata. La recente individuazione del Ritratto di una fanciulla in una collezione privata olandese ha riportato alla luce una provenienza risalente al periodo bellico; ma non è garantito che l’interpretazione e la divulgazione di un’opera in collezione privata e della sua provenienza diventino di dominio pubblico. La storia del dipinto rientra in uno schema ben documentato di saccheggio d’arte nell’era nazista. Tracce d’archivio come un’etichetta di una collezione precedente e un numero di riferimento d’asta sono sufficienti a ristabilire il suo legame con la struttura della provenienza Goudstikker. Tuttavia, questione fondamentale è cosa accade alle prove una volta raccolte.
Le informazioni sulla provenienza non circolano automaticamente, nemmeno in caso di possesso di opera razziata
La ricerca e la conoscenza della provenienza non circolano sempre automaticamente. Anche quando si ricostruisce una solida catena documentaria, i risultati possono rimanere confinati a report privati, valutazioni legali o deliberazioni interne. In tali situazioni, la conoscenza esiste, ma non entra pienamente nei registri pubblici, creando di fatto un divario tra ciò che è noto e ciò che è visibile. Ciò non si limita alle collezioni private. Anche i musei operano entro vincoli che possono rallentare, limitare, o mantenere privata la divulgazione, in particolare quando sono coinvolte controversie legali, richieste di restituzione o relazioni istituzionali.
Di conseguenza, i risultati della ricerca sulla provenienza possono rimanere in un limbo o essere completamente sepolti. Casi come questo riguardano non solo il recupero di un oggetto perduto, ma anche il destino diseguale della conoscenza stessa. Ciò che emerge è un sistema in cui la
comprensione storica viene continuamente prodotta e recuperata, ma la sua visibilità dipende meno dalle prove che dalle condizioni che regolano la possibilità che tali prove circolino.



