- Il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha sostenuto a inizio anno di essere favorevole a un congelamento dell’innalzamento dei requisiti anagrafici per andare in pensione a partire dal 2027
- Camilleri: “L’adeguamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, insieme alla revisione dei coefficienti di trasformazione, rappresenta uno stabilizzatore automatico del sistema pensionistico”
Scatta l’ipotesi di “congelare” l’età pensionabile a 67 anni. Mentre in Francia e Germania si incoraggiano i cittadini a lavorare più a lungo, l’Italia marcia in controtendenza. Secondo quanto risulta al Financial Times, la proposta sarebbe al momento allo studio del governo di Giorgia Meloni. A sostenerla sono non soltanto i sindacati ma anche la Lega, da tempo critica nei confronti del sistema attuale basato su un adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita.
Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro intercettato dal quotidiano economico-finanziario britannico, ha dichiarato che “collegare l’età pensionabile all’aspettativa di vita è una politica crudele nei confronti dei lavoratori”, ricordando il caso di alcuni lavoratori anziani che hanno perso la vita mentre utilizzavano macchinari pesanti. Il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha a sua volta sostenuto a inizio anno di essere favorevole a un congelamento di due anni, che sospenderebbe l’adeguamento automatico dell’età pensionabile fino al 2029. Il piano è ancora “in discussione”, ha precisato Giorgetti al FT, aggiungendo che qualsiasi decisione terrà conto del “quadro economico complessivo”.
Età pensionabile a 67 anni: l’impatto sul Pil
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che bloccare l’automatismo innescherebbe un incremento della spesa pensionistica pari allo 0,4% del Prodotto interno lordo entro il 2024. Il debito pubblico, parallelamente, salirebbe al 139% del Pil entro il 2031, vale a dire sette punti percentuali in più rispetto alle stime attuali, che non includono il blocco dell’adeguamento dell’età anagrafica all’aspettativa di vita. “L’adeguamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, insieme alla revisione dei coefficienti di trasformazione, rappresenta uno stabilizzatore automatico del sistema pensionistico atto a contrastare gli effetti negativi dell’invecchiamento demografico e garantire sostenibilità finanziaria”, evidenzia in una nota Michaela Camilleri del Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali. “Inoltre, tale adeguamento produce un innalzamento del livello medio dei trattamenti pensionistici, contribuendo al miglioramento dell’adeguatezza delle prestazioni, specialmente nell’ambito del sistema di calcolo contributivo”.
Pensione 2026: le altre ipotesi allo studio
Il blocco dell’adeguamento dell’età anagrafica all’aspettativa di vita non è l’unica ipotesi allo studio, con l’avvicinarsi della Legge di bilancio per il 2026. Al tavolo delle discussioni c’è infatti anche l’utilizzo del Trattamento di fine rapporto per raggiungere la soglia minima di accesso alla pensione anticipata contributiva. “Durigon si è fatto recentemente portavoce della proposta di estendere questa possibilità, ora prevista solo per i contributivi puri, a tutti i lavoratori”, spiega Camilleri. “L’assegno verrebbe ricalcolato interamente con il metodo contributivo ma per raggiungere la soglia minima di accesso, pari a 3 volte l’assegno sociale (1.616 euro per il 2025), si potrebbe attingere al Tfr accantonato presso l’Inps”. Da sottolineare che la novità si estenderebbe unicamente ai lavoratori e alle lavoratrici di aziende con almeno 50 addetti, che sono tenute al versamento del Tfr al Fondo di Tesoreria dell’Inps.

