Sono passati quasi tre mesi dall’inizio della guerra in Iran e gli investitori che avevano inserito oro in portafoglio come “copertura dai rischi geopolitici” si sono ritrovati, ad oggi, con un ribasso del 12,9% rispetto all’inizio del conflitto. Nello stesso periodo, l’S&P 500 ha guadagnato oltre l’8%, dopo un calo iniziale di breve durata. Nell’ultimo mese il metallo giallo ha continuato a muoversi con minori oscillazioni, cedendo un ulteriore 2,7% a 4.571 dollari l’oncia.
In lassi di tempo così brevi è spesso molto difficile anticipare fino in fondo quali reazioni appaiano giustificate di fronte a scenari come una crisi energetica o un’escalation militare in Medio Oriente. Di sicuro, resta un punto: l’istinto che avrebbe voluto l’oro ancora vincitore, dopo anni di crescita forsennata, è stato contraddetto. Il metallo giallo non si è comportato come la più semplice delle formule da manuale (guerra-uguale-bene rifugio) e ha ricordato agli investitori che anche gli asset difensivi possono essere dominati, nel breve periodo, da forze diverse dalla paura.
L’oro non è più solo “paura”: tassi, dollaro e liquidità hanno cambiato la partita
“In finanza abbiamo spesso la tentazione di cercare relazioni semplici: guerra uguale oro su, paura uguale bene rifugio, tassi reali su uguale oro giù. Ma il problema è che i mercati non funzionano in un sistema chiuso. Il famoso ceteris paribus degli economisti, ‘a parità di tutte le altre condizioni’, nei mercati esiste raramente. E quando tutte le variabili si muovono insieme, il comportamento di un asset può apparire contraddittorio solo se lo si osserva con una lente troppo stretta”, dice a We Wealth Gabriel Debach, market analyst di eToro.
L’oro, aggiunge Debach, “è probabilmente l’esempio migliore di questa complessità: non risponde a un solo driver, ma all’equilibrio tra più forze che spesso si muovono in direzioni opposte”.
Nel caso specifico della guerra in Iran, una delle principali conseguenze del conflitto — il rischio di nuova inflazione importata attraverso energia e materie prime — ha ridotto l’ipotesi prezzata in precedenza di possibili tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Questo ha aumentato il costo opportunità dell’oro, che non offre cedole né rendimento, rispetto ai Treasury americani. In altre parole, la componente “tassi reali più alti più a lungo” sembra aver pesato più del tradizionale riflesso da bene rifugio.
È una dinamica diversa da quella osservata nel 2022, quando la crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina aveva sostenuto più chiaramente la funzione difensiva dell’oro. Questa volta, invece, la combinazione fra inflazione, Fed più prudente, dollaro e flussi di liquidità ha reso la reazione meno lineare.
“Uno shock geopolitico può teoricamente favorire l’oro come bene rifugio, ma se lo stesso shock genera una corsa globale alla liquidità in dollari, allora il rafforzamento dell’Usd può temporaneamente pesare sul metallo giallo”, osserva Debach. “È quello che accade spesso nelle prime fasi di tensione: il mercato non compra subito protezione, compra prima liquidità”.
Dopo la grande corsa, una correzione non basta a cambiare il quadro strutturale
Un secondo elemento da considerare è che l’oro aveva già guadagnato molto prima dello scoppio del conflitto. Da inizio anno resta ancora positivo, con un rialzo del 5,5%, ma la fotografia degli ultimi tre mesi racconta una pausa brusca dentro un ciclo che era già stato molto generoso per gli investitori. “Oggi il mercato dell’oro è molto più finanziarizzato rispetto al passato. Etf, hedge fund, Cta, strategie e dinamiche di deleveraging rendono il prezzo molto più sensibile ai flussi e alle condizioni di liquidità di breve termine”, afferma Debach. “Questo significa che, in alcune fasi, anche l’oro può essere venduto insieme ad altri asset semplicemente perché gli investitori cercano liquidità, riducono leva o chiudono posizioni. È un comportamento tattico, non necessariamente un cambiamento strutturale della natura dell’asset”.
In questo senso, il ribasso durante la guerra non implica necessariamente che l’oro sia diventato un asset rischioso. Piuttosto, mostra che la sua funzione difensiva può essere temporaneamente oscurata da altri canali: rendimenti reali, dollaro, prese di profitto, leva finanziaria e aspettative sulle banche centrali.
Le banche d’affari restano positive: il tema non è più solo il rifugio, ma la de-dollarizzazione
Nonostante la debolezza degli ultimi mesi, diverse banche d’affari hanno tenuto alti i target sull’oro. Secondo JPMorgan Chase, il prezzo del metallo giallo potrebbe raggiungere i 6.000 dollari l’oncia entro la fine del 2026, superando il picco di 5.626,80 dollari raggiunto prima della guerra.
“Un livello senza precedenti che implicherebbe un ulteriore rialzo rispetto alle quotazioni attuali”, ricorda Simone Manenti, ceo di Confinvest Oro. “Anche Goldman Sachs conferma una visione positiva sul metallo prezioso”, con un target a 5.400 dollari l’oncia, “prevedendo che entro la fine dell’anno gli acquisti delle banche centrali possano raggiungere una media di 60 tonnellate al mese, in aumento rispetto alle 50 tonnellate registrate nella media mobile a 12 mesi di marzo”.
“Alla base di questa revisione vi è una convinzione precisa: il processo di diversificazione delle riserve globali è ancora lontano dall’esaurirsi. L’oro non viene più interpretato soltanto come bene rifugio nelle fasi di crisi, ma come asset strategico all’interno di un sistema finanziario sempre più orientato alla riduzione della dipendenza dal dollaro”, ha affermato Manenti. Questa è una delle diverse narrative che ha sostenuto l’oro negli ultimi anni, con un’accelerazione seguita alla postura protezionista degli Stati Uniti assunta nell’aprile del 2025. Questa tendenza storica verso la diversificazione valutaria, però, è meno utile a spiegare la volatilità di breve periodo.
“Ridurre tutto a ‘l’oro è sceso durante la guerra, quindi si comporta come un asset rischioso’ significa ignorare la natura multidimensionale del mercato”, conclude Debach. “L’oro non è guidato solo dalla paura. È guidato da tassi reali, dollaro, inflazione, liquidità, banche centrali, geopolitica e fiducia nel sistema monetario. A seconda del contesto, uno di questi canali può dominare temporaneamente sugli altri”.

