Il mercato è entrato in una nuova fase, che sta smontando pezzo dopo pezzo alcune delle materie prime che più avevano dato forza ai portafogli nella prima parte dell’anno. Dopo i progressi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, il Brent è tornato in area 73 dollari al barile, ormai vicino ai livelli pre-guerra. Nel frattempo, il bene rifugio per eccellenza ha continuato a perdere quota il 25 giugno, scendendo sotto quota 4.000 dollari per la prima volta dal novembre 2025, con un minimo di giornata a 3.976,30 dollari.
Il calo dei prezzi del petrolio ha fatto ricalibrare le prospettive sull’andamento futuro dei costi energetici e potrebbe modificare anche le attese sulle prossime mosse delle banche centrali, forse meno propense ad aumentare i tassi se il raffreddamento dell’inflazione energetica si consoliderà.
Goldman Sachs continua a prevedere un Brent in media a 85 dollari al barile quest’anno, dato che scende a 80 dollari nelle previsioni di JPMorgan, che vede un ulteriore calo a 64 dollari per il prossimo anno. Per Capital Economics, invece, il Brent chiuderà l’anno a 75 dollari al barile, per poi scendere a 60 dollari entro la fine del prossimo anno.
L’ampio divario nelle previsioni riflette le incertezze sullo scenario geopolitico, ma la tendenza generale al raffreddamento dell’inflazione potrebbe per qualche tempo alimentare il dibattito sui possibili rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve e della Banca centrale europea.
Nel primo caso, i dati ufficiali mostrano ancora una tendenza al rialzo: l’inflazione Pce, la misura d’inflazione preferita dalla Federal Reserve, è salita al 4,1% annuo a maggio, ben oltre il target del 2%, mentre il dato core si è attestato al 3,4%. L’ipotesi di un rialzo dei tassi Fed nel 2026 si è irrobustita drasticamente dopo la prima riunione di Kevin Warsh e la pubblicazione del nuovo dot plot. Ma, dopo lo choc iniziale, le attese degli investitori stanno iniziando a raffreddarsi. Al momento, il mercato dei derivati prezza al 27% la possibilità di un rialzo già nella prossima riunione della Fed, in calendario a luglio, in calo rispetto al 38,5% di dieci giorni fa.
Anche in Europa, dopo il rialzo di giugno, le attese su un secondo inasprimento consecutivo si sono moderate. Lo scorso 17 giugno l’Euribor a tre mesi aveva raggiunto il 2,417%, mentre al 24 giugno era già diminuito al 2,303%: un segnale che il mercato non vede più come ‘già scritto’ il rialzo del tasso di riferimento dal 2,25% al 2,5%.
“I mercati stanno sovrastimando la probabile entità dell’inasprimento monetario della Bce”, affermano gli analisti di UBS Wealth Management, sostenendo che il recente calo dei prezzi dell’energia, ora inferiori alle proiezioni della Bce, “dovrebbe allentare la pressione sulla banca centrale”.
“La nostra previsione è di un ultimo rialzo dei tassi a settembre, mentre il recente calo dei prezzi del petrolio rende improbabile un aumento a luglio”, hanno aggiunto.
Tecnologia, Micron riaccende la speranza di un recupero
Nell’ultimo mese il Nasdaq ha ceduto il 4,66% a causa delle attese di nuovi rialzi dei tassi della Fed in arrivo prima del previsto. Anche il 25 giugno il listino è andato sotto la parità nelle prime ore di scambi, nonostante il clamoroso balzo registrato da Micron Technology, che all’indomani di una trimestrale record è salita del 18%, con ricadute positive anche su altri nomi della filiera, da Qualcomm a Western Digital.
“Il recente crollo del settore tecnologico segna l’inizio di una potenziale bolla dell’AI o è solo un’altra correzione in una fase rialzista? Non ho la risposta. Ma alcuni titoli sembrano aver bisogno di una correzione per tornare a livelli più sani e realistici. Il rapporto P/E, basato sui risultati passati dell’azienda, è schizzato a 50 volte gli utili: un valore molto elevato per un’impresa produttrice di chip di memoria, che riflette le aspettative di crescita esplosiva legate al boom delle memorie per l’intelligenza artificiale”, ha scritto in una nota Ipek Ozkardeskaya, analista senior di Swissquote.
Al momento, secondo Ozkardeskaya, gli investitori acquistano in previsione dei profitti futuri, presupponendo che l’attuale impennata della domanda di memorie ad alta larghezza di banda, le cosiddette HBM, da parte dei data center per l’AI si riveli sostenibile.
“Riteniamo che la guidance di Micron rafforzi la nostra visione costruttiva sul comparto delle memorie e sui titoli delle apparecchiature per semiconduttori. Tuttavia, così come avvenuto con la brusca correzione di questa settimana, non saremmo sorpresi di assistere a livelli più elevati di volatilità nel breve termine, alla luce dei forti guadagni registrati finora quest’anno”, hanno avvertito gli analisti di UBS Wealth Management.
Per questo, hanno aggiunto, “gli investitori dovrebbero mantenere la diversificazione al centro della propria esposizione”.

