Per la gran parte del 2026 c’è stata una grande asset class a brillare sopra tutte le altre: l’oro. Il metallo prezioso aveva raggiunto il record storico lo scorso febbraio, a 5.626,80 dollari l’oncia, in una corsa che era sembrata quasi inarrestabile alla luce del crescente debito pubblico americano e del cosiddetto debasement trade. Vale a dire l’idea che il dollaro sia destinato a perdere progressivamente centralità, costringendo banche centrali e investitori globali a usare sempre di più l’oro come riserva e come copertura contro la svalutazione delle valute fiat.
Quella narrativa, però, si è scontrata con due eventi fortemente negativi per il bene rifugio per eccellenza. Da una parte, la firma dell’accordo fra Stati Uniti e Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, che ha ridotto la domanda di coperture contro un’escalation geopolitica. Dall’altra, con un impatto ancora più leggibile sui prezzi, il brusco ribaltamento delle previsioni sulle prossime mosse della Federal Reserve, dopo la prima riunione sorprendentemente “falco” del neoeletto presidente Kevin Warsh.
Martedì 23 giugno i future sull’oro sono scesi sotto quota 4.100 dollari l’oncia, con un calo superiore all’8,5% nell’ultimo mese. Al momento, il metallo prezioso è in ribasso del 4,8% dall’inizio dell’anno: sono stati così cancellati tutti i massicci guadagni che avevano contraddistinto le prime settimane del 2026.
Perché dollaro forte e rendimenti più alti pesano sull’oro
Tipicamente, l’oro soffre quando aumentano uno o più fattori che rendono meno interessante detenere un bene che non paga cedole né dividendi. In particolare, il rendimento dei Treasury decennali è salito di 31 punti base dall’inizio dell’anno e si attesta ora al 4,48%. La guerra in Iran, attraverso il canale dei prezzi dell’energia e dei timori inflazionistici, ha contribuito a spingere verso l’alto i rendimenti americani: un movimento che ha finito per pesare sull’oro nonostante la nuova crisi geopolitica.
Anche il rafforzamento del dollaro contribuisce a comprimere il prezzo del metallo prezioso. L’oro è denominato in dollari e tende a soffrire quando il biglietto verde si apprezza, perché diventa più costoso per gli investitori non statunitensi e perché una valuta americana più forte riduce l’urgenza di cercare protezione in asset alternativi. Il Dollar Index, che sintetizza l’andamento del dollaro contro un paniere di principali valute, è aumentato di circa il 3% da inizio anno.
Ma è con il debutto di Kevin Warsh alla Fed e con il ribaltamento delle attese sui tassi che l’oro ha subito una delle battute d’arresto più improvvise. Prima della riunione del Fomc di giugno, il FedWatch Tool del Cme indicava che i mercati avevano già prezzato l’assenza di tagli ai tassi nel 2026, ma collocavano al gennaio 2027 il momento più probabile per un primo rialzo. Dopo la riunione, l’appuntamento con la stretta si è avvicinato a settembre. Fra il 15 e il 18 giugno, sempre secondo il FedWatch Tool, le probabilità di un rialzo Fed già alla riunione di luglio sono passate da meno del 7% al 38,5%: un balzo che restituisce la portata della sorpresa restrittiva impressa da Warsh.
Goldman taglia le stime, ma la storia strutturale non è finita
Di fronte a questo cambio del vento, anche Goldman Sachs ha rivisto le sue previsioni sull’oro, abbassando il target a fine 2026 da 5.400 a 4.900 dollari l’oncia. La banca ha motivato la revisione con il venir meno dello scenario di tagli Fed nel corso dell’anno e con una domanda più debole da parte degli Etf sull’oro, tradizionalmente sensibili al livello dei tassi.
“I rischi di breve periodo per la nostra previsione sul prezzo dell’oro restano orientati al ribasso”, si legge in un rapporto del 18 giugno. “Nonostante gran parte dell’eccesso di posizionamento e di domanda di opzioni call sia stato riassorbito, la riunione del Fomc di ieri, dal tono restrittivo, potrebbe innescare un ulteriore smobilizzo della domanda di oro come copertura dai rischi di politica macroeconomica”.
“Sebbene lo scenario di base dei nostri economisti statunitensi non preveda rialzi dei tassi, qualora questi dovessero concretizzarsi la domanda di oro come copertura macro potrebbe ridursi in modo più persistente”, proseguono gli autori. “In combinazione con vendite nette da parte degli investitori in Etf sensibili ai tassi, in un contesto di rendimenti più elevati, i prezzi dell’oro potrebbero quindi raggiungere i 4.440 dollari l’oncia troy entro fine 2026: un livello nettamente inferiore al nostro scenario base di 4.900 dollari, ma leggermente superiore ai valori attuali, poiché gli acquisti continuativi delle banche centrali offrirebbero una parziale compensazione”.
“Ci aspettiamo che l’oro recuperi il terreno perso, anche se per il momento i massimi storici resteranno fuori portata”, ha commentato in una nota Carsten Menke, Head Next Generation Research di Julius Baer, “sebbene una parte delle pressioni inflazionistiche sia transitoria, l’economia statunitense rimane molto resiliente, aggiungendo un elemento di persistenza. Le aspettative sulla politica monetaria statunitense si sono quindi invertite, dai tagli dei tassi d’interesse e da un dollaro statunitense più debole all’inizio dell’anno, ai rialzi dei tassi e a un dollaro più forte oggi. La narrativa della ‘svalutazione del dollaro’ e le preoccupazioni riguardo all’indipendenza delle banche centrali sono scomparse”.
Non è che la narrativa strutturale sull’oro sia stata smontata dai fatti. Goldman Sachs continua infatti a indicare nella diversificazione delle banche centrali il principale sostegno di medio periodo per il metallo prezioso. Il ritmo medio degli acquisti di oro a fini di riserva è sceso, ma resta al di sopra dei livelli pre-2022, quando lo scacchiere geopolitico è stato colpito dalla guerra in Ucraina e dal congelamento degli asset della banca centrale russa. La rotazione fuori dall’oro potrebbe dunque offrire oggi, per chi voleva già inserire il metallo prezioso in portafoglio, un punto d’ingresso più interessante rispetto ai livelli frenetici raggiunti qualche mese fa.

