L’oro sembra aver superato il suo momento di impasse e si prepara a chiudere la sua migliore settimana da gennaio, risalendo così in territorio positivo da inizio anno. Venerdì 7 agosto i future sull’oro guadagnano circa l’1,8% a 4.376,8 dollari l’oncia, il livello più alto da metà giugno, portando il rialzo delle ultime cinque sedute al 6,58% e la performance da inizio 2026 a circa +1%.
A sostenere il movimento sembra essere soprattutto il nuovo equilibrio delle aspettative sui tassi statunitensi, più ancora della domanda di beni rifugio legata alle tensioni geopolitiche – che in realtà non hanno avuto impatto nei mesi seguiti alla guerra in Iran. Sul fronte mediorientale, poi, l’attenzione resta concentrata sui tentativi di arrivare a un nuovo accordo sullo Stretto di Hormuz: uno scenario che da qualche giorno, pur con tutte le soste e ripartenze, ha contribuito ad attenuare nelle ultime sedute i timori di interruzioni prolungate delle forniture energetiche. Il prezzo del Brent è sceso del 10% circa nelle ultime cinque sedute.
Un filo invisibile lega petrolio, attese sull’inflazione e politica monetaria: ed è quest’ultima ad aver giocato a favore dell’oro nelle ultime sedute. Il ridimensionamento dei timori per una nuova fiammata dei prezzi energetici ha moderato le aspettative di inflazione, rafforzando l’impressione comunicata dal presidente della Fed, Kevin Warsh nelle ultima riunione: le chance di un rialzo dei tassi a breve termine si sono ridotte. Ora, il mercato guarda ora soprattutto ai dati sul lavoro statunitense per capire quanto spazio possa aprirsi per una politica monetaria che rinunci al giro di vite. Per il momento, l’ago della bilancia punta ancora al rialzo: econdo il CME FedWatch Tool, gli operatori attribuiscono ancora una probabilità di circa il 55% a un rialzo dei tassi a settembre (fino al 27 luglio le probabilità erano prezzate circa al 75%).
Per l’oro l’aumento dei tassi e dei rendimenti sono da sempre uno dei fattori più influenti, dal momento che il metallo non offre cedole o interessi e tende quindi a soffrire quando salgono i rendimenti reali (in particolare dei Treasury Usa).
Gli investitori tornano sugli ETF
Il rally di agosto arriva peraltro dopo i primi segnali di ricostruzione delle posizioni già emersi nel mese precedente. Secondo i dati pubblicati giovedì dal World Gold Council, gli Etf globali garantiti da oro fisico hanno registrato a luglio 3 miliardi di dollari di afflussi netti, interrompendo due mesi consecutivi di deflussi. Il patrimonio complessivo è salito dell’1% a 530 miliardi di dollari e le disponibilità fisiche sono aumentate di 23 tonnellate a 4.068 tonnellate, restando comunque inferiori al record di 4.176 tonnellate raggiunto il 27 febbraio.
A guidare il recupero è stata soprattutto l’Europa, con oltre 2,1 miliardi di dollari di afflussi nel solo mese di luglio, mentre l’Asia ne ha registrati 616 milioni e il Nord America appena 71 milioni. Da inizio anno, tuttavia, è proprio l’Asia a rappresentare il principale motore della domanda, con quasi 13 miliardi di dollari di raccolta, contro poco più di 5 miliardi dell’Europa; il Nord America resta invece in territorio negativo per circa 7,6 miliardi.
Particolarmente rilevante è il contributo cinese: gli ETF quotati nella Cina continentale hanno raccolto circa 744 milioni di dollari a luglio e 6,3 miliardi dall’inizio dell’anno. Il World Gold Council riconduce il ritorno degli acquisti a una combinazione di domanda di diversificazione e rientro degli investitori dopo la correzione precedente: prezzi vicini ai 4.000 dollari l’oncia sarebbero stati percepiti da una parte del mercato come un livello interessante per ricostruire l’esposizione, dopo quattro mesi consecutivi di ribassi.
UBS vede l’oro a 5.000 dollari nel 2027
Secondo gli analisti l’oro avrebbe spazio per crescere ancora da qui ai prossimi mesi. UBS ha affermato in una nota del 7 agosto che si aspetta di vedere l’oro a 5.000 dollari l’oncia nella prima metà del 2027: rispetto ai 4.376,8 dollari attuali, il target implica un ulteriore potenziale rialzo di circa il 14%. Il percorso, avverte comunque UBS, potrebbe restare volatile nel breve termine, soprattutto se i dati statunitensi dovessero mantenersi solidi, il petrolio tornasse ad alimentare i timori sull’inflazione o il mercato ricominciasse a prezzare una Fed più aggressiva.
“L’oro non genera reddito, per cui rendimenti reali più elevati aumentano il costo opportunità di detenerlo”, osservano gli analisti UBS. “Ma ci aspettiamo che l’inflazione si moderi gradualmente, consentendo alla Fed di mantenere invariati i tassi quest’anno prima di riprendere i tagli nel 2027”. Secondo la banca, uno spostamento delle aspettative verso tassi ufficiali più bassi dovrebbe ridurre i rendimenti reali, pesare sul dollaro statunitense e rilanciare la domanda di investimento in oro.
La domanda delle banche centrali rimarrà un supporto per i prezzi dell’oro: dopo gli acquisti per 289 tonnellate nel secondo trimestre, UBS stima che gli istituti centrali possano comprare complessivamente fra 750 e 1.000 tonnellate di oro nel 2026, sostenuti dalla volontà di lungo periodo di ridurre l’esposizione agli asset in dollari. Flussi che, da soli, potrebbero non bastare a determinare un nuovo rialzo dei prezzi, ma che possono compensare eventuali debolezze di altre componenti della domanda, come quella di gioielleria.
La volatilità dell’oro potrebbe proseguire, ma eventuali ribassi potrebbero essere soprattutto opportunità di acquisto secondo la banca svizzera, citando la soglia interessante per comprare a 4.000 dollari l’oncia. “Per gli investitori interessati agli asset reali, continuiamo a ritenere appropriata un’allocazione in oro nell’ordine di una percentuale a una cifra medio-bassa all’interno di un portafoglio ben diversificato”, hanno concluso gli autori, “gli investitori possono inoltre considerare un’esposizione ampia alle materie prime, così da migliorare ulteriormente la diversificazione del portafoglio”.

