Petrolio a quota 101 dollari al barile, nuova escalation delle tensioni in Medio Oriente e rendimenti obbligazionari ancora in rialzo, con il Btp decennale arrivato mercoledì al 4,27%. Sembra una tempesta perfetta, in cui il rischio inflazione contagia le attese degli investitori sull’andamento dei tassi senza però produrre, almeno finora, il passo successivo: rivedere le aspettative sull’impatto che il costo del denaro e i rincari energetici potrebbero avere sulla crescita economica e sugli utili aziendali. Fino a mercoledì, infatti, le azioni hanno tenuto molto meglio del previsto, anche se le prime crepe sembrano allargarsi soprattutto in Europa, con lo Stoxx 600 in calo dell’1,6% nella seduta odierna, mentre l’impatto sull’S&P 500 è rimasto più contenuto.
Le azioni potrebbero capitolare dopo il perdurante rialzo estivo? Secondo un report di Deutsche Bank, l’aumento dei rendimenti reali potrebbe colpire la crescita se lo shock inflazionistico dovesse protrarsi ancora; e finora è stata proprio la tenuta dell’economia a sostenere il valore delle azioni. Per HSBC, un altro elemento capace di cambiare le aspettative degli investitori sarebbe il venir meno della convinzione che le banche centrali, in caso di necessità, siano pronte a intervenire come in passato. Per ora, ha osservato la banca britannica, le azioni sono rimaste pressoché immuni a ogni “catalizzatore negativo”, come il “Teflon”, materiale noto per la sua elevata resistenza.
Le ultime notizie dallo Stretto di Hormuz non preannunciano affatto una normalizzazione imminente del traffico marittimo nell’area. Gli Stati Uniti hanno attaccato petroliere iraniane in risposta ai tentativi di colpire navi della Marina statunitense lunedì, mentre cresce il timore che Teheran stia ricevendo da Russia e Cina supporto tecnologico e armamenti più sofisticati. Per queste ultime, prolungare l’impegno e il dispendio di risorse di Washington sul fronte mediorientale potrebbe rappresentare un obiettivo strategico per indebolire militarmente gli Stati Uniti. Secondo alcuni rapporti citati dal Wsj a fine agosto, gli arsenali missilistici americani sarebbero già scesi “oltre il livello critico”.
Con minori speranze di una conclusione del conflitto in tempi brevi, i mercati hanno proceduto a un riprezzamento più deciso delle obbligazioni a livello globale. Le azioni seguiranno? “La tenuta delle azioni si spiega innanzitutto con il fatto che, per ora, il mercato continua a trovare sostegno nella crescita degli utili e nella capacità dell’economia americana di mantenere insieme crescita e margini”, ha dichiarato a We Wealth Gabriel Debach, market analyst di eToro. “Il rapporto sul lavoro ha ricordato agli investitori che l’economia regge: i 162 mila nuovi occupati hanno ridotto i timori di una contrazione imminente e hanno dato alla Fed maggiore spazio per mantenere una posizione severa. Inoltre, la produttività è aumentata dell’1,4%, mentre il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto soltanto dell’1,4% su base annua: una combinazione che consente all’economia americana di produrre di più senza trasformare automaticamente l’aumento dei salari in maggiori pressioni sui prezzi. In tutto ciò, l’86% delle società dell’S&P 500 ha battuto le attese nel secondo trimestre e la crescita degli utili stimata per il terzo trimestre è salita dal 26,6% al 28,5%”.
Tutto questo spiega la tenuta del mercato in retrospettiva. Ma ora le azioni dovranno inevitabilmente affrontare un nuovo esame. “I mercati azionari e il credito restano troppo ottimisti rispetto all’aumento dei rendimenti reali e a uno shock da costi che si sta prolungando più del previsto”, ha affermato Debach. “Il Brent si colloca intorno ai 100 dollari, mentre i futures a sei mesi prezzano ancora circa 84 dollari, scontando una normalizzazione dell’offerta, con la riapertura dello Stretto di Hormuz, che non si sta concretizzando”.
Le azioni continuano dunque a essere valutate sulla base dello scenario migliore possibile: crescita persistente, inflazione contenuta e rialzi dei tassi modesti. “Quella zona di atterraggio è diventata estremamente sottile”, ha aggiunto Debach.
Gli utili stratosferici del secondo trimestre sono ormai digeriti e l’entusiasmo per il potenziale dell’AI sui margini ha fissato l’asticella molto in alto. “Il rischio non nasce quando gli utili crescono molto, ma quando si inizia a dare per scontato che continueranno a crescere allo stesso ritmo, mentre i rendimenti obbligazionari salgono e incorporano nuovi rischi: energia, inflazione da costi, premio per la duration e per il debito pubblico. Un aumento persistente dei rendimenti reali può diventare un elemento di pressione diretta sulle valutazioni azionarie”.
La riunione della Fed può essere il momento di svolta?
Mentre il sostegno della politica monetaria torna a essere uno dei fattori sotto esame, anche in vista dell’appuntamento politico americano delle Midterm di inizio novembre, il presidente della Fed Kevin Warsh ha già preparato il terreno per toni più “falco”. Al momento, le probabilità di un rialzo dei tassi il 16 settembre sono prezzate intorno al 60%. Una possibilità concreta, ma non una certezza: proprio per questo la reazione del mercato alla decisione potrebbe essere significativa in entrambi gli scenari.
Per Debach, “una mossa restrittiva della Fed può incidere perché arriva in un momento in cui il mercato sta già facendo i conti con rendimenti più elevati e con un aumento del premio richiesto sul debito. Il punto centrale è che una Fed ancora restrittiva, o il mantenimento di una posizione più falco, renderebbe più difficile per il mercato sostenere valutazioni elevate in presenza di rendimenti reali in aumento e di uno shock energetico che non si sta dissipando”.
In passato, rendimenti obbligazionari reali più consistenti hanno spinto gli investitori a riconsiderare costi e opportunità dell’esposizione al rischio azionario, privilegiando la maggiore prevedibilità dei bond. “In questo ciclo mancano inoltre i tradizionali ammortizzatori: per esempio, tagli facili dei tassi o un ampio stimolo fiscale non sono disponibili come in episodi precedenti”, ha concluso Debach. “Una Fed falco potrebbe quindi rappresentare il fattore capace di trasformare un mercato sostenuto da utili solidi e dalla narrativa AI in un mercato più vulnerabile, soprattutto se i rendimenti obbligazionari continuassero a salire e iniziassero a mettere in discussione le valutazioni attuali”.
L’appuntamento cruciale per gli investitori tornerà così a essere la lettura dell’inflazione Usa, venerdì pomeriggio: un Cpi superiore alle attese renderebbe molto più difficile per la Fed restare ferma il 16 settembre. E forse varrà lo stesso anche per le azioni.

