L’inflazione Usa scotta le colombe: la view di mercato

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A ottobre i prezzi hanno raggiunto i massimi dal 1990 negli Stati Uniti, con rincari sempre più estesi a tutto il paniere

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L’aumento dell’inflazione al 6,2%, superiore alle attese, potrebbe avere ripercussioni sul destino della politica monetaria: “E’ probabile che la Fed possa scegliere di accelerare il ritmo del processo di tapering ovvero di riduzione degli stimoli monetari e preparare il mercato a un probabile rialzo dei tassi nel primo semestre 2022”, ha commentato Filippo Diodovich, senior market strategist di IG.

Scorrendo la tavola completa dei prezzi che compongono l’indice Cpi americano il colpo d’occhio è evidente: fra settembre e lo scorso ottobre, quasi tutto è diventato più caro. Non solo l’energia e i veicoli, ma anche gli alimenti, gli affitti, i servizi sanitari. Questo è un nuovo campanello d’allarme per la Federal Reserve e per il governo: le componenti del paniere tipicamente volatili come l’energia e il cibo non sono le uniche a guidare, oggi, l’inflazione più alta che gli Usa abbiano mai visto dal 1990. Parte di questo rialzo non sarà transitorio, come indica, ad esempio, il rincaro annuo del 3,5% osservato negli affitti: “ha solitamente un carattere molto strutturale e ha evidenziato un forte aumento”, ha commentato a We Wealth il senior market strategist di IG, Filippo Diodovich, aggiungendo che “l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è stata molto forte, maggiore delle nostre attese”.

L’atteggiamento attendista della Fed, perciò, sarà sempre più sfidato dai mercati, che già stanno prezzando il primo rialzo dei tassi il prossimo giugno. Nel frattempo alcuni esponenti della banca centrale americana sono costretti a rispondere alle prime, ovvie, domande dei cronisti: “Questi dati faranno accelerare il ritmo del tapering?”. Per il momento, c’è ancora spazio per eludere una replica precisa. Ma non sarà così ancora per molto.

“Crediamo che l’inflazione stia assumendo sempre di più un carattere strutturale soprattutto negli Stati Uniti e che porterà la Federal Reserve a rivedere le proprie scelte in politica monetaria”, ha previsto Diodovich, “è probabile che la Fed possa scegliere di accelerare il ritmo del processo di tapering ovvero di riduzione degli stimoli monetari e preparare il mercato a un probabile rialzo dei tassi nel primo semestre 2022”.

Vista dall’altra parte dell’Oceano, la differenza crescente fra l’inflazione americana e quella dell’Eurozona potrebbe suggerire un ampliamento del “ritardo” fra la stretta monetaria della Fed e quella della Banca centrale europea, un fenomeno che andrebbe a favorire il rafforzamento del dollaro nel 2022 – peraltro già osservato nel corso del 2021.

L’inflazione Usa, in sintesi

Ad ottobre i prezzi al consumo sono passati dal +5,4% al +6,2% su base annua, accelerando dal ritmo mensile segnato a settembre, dello +0,4% al +0,9%. L’indice relativo all’energia è aumentato del 4,8% sul mese, in impennata dal +1,3% di settembre, confermandosi il driver principale dei rincari. La sola benzina è diventata, nel giro di un mese, più costosa del 6,1%. A questo si aggiungono rincari dei veicoli nuovi (+1,4% mensile) ed usati (+2,5%), trainati dalla crisi dei semiconduttori. Fin qui si tratta di fenomeni già osservati nei mesi scorsi. Tuttavia, anche l’indice di fondo, che esclude alimenti e prodotti energetici, è passato dal +0,2% mensile al +0,6%, fra settembre ed ottobre. Questo ha portato l’inflazione “core” a un tasso annuo del 4,6% – decisamente al di sopra dell’obiettivo di lungo periodo che la Fed continua a fissare al 2%.

Come posizionarsi di qui in avanti

L’aspettativa è che l’anno prossimo l’inflazione americana rallenterà dai livelli attuali, per almeno due motivi: la graduale risoluzione delle carenze nell’offerta, che hanno contraddistinto il comparto energetico e i chip, a cui dovrebbe aggiungersi un raffreddamento della domanda finora sostenuta dai programmi di sussidio anti-pandemia. Tutto questo non accadrà in modo improvviso e si va ormai consolidando l’idea che l’inflazione si manterrà sopra i target almeno per tutto il 2022.

Di fronte a questo scenario i mercati hanno reagito prezzando quasi tre rialzi dei tassi sui fondi federali nel 2022. “Il forte rialzo dei rendimenti dei Treasuries a due anni lasciano intendere come i mercati si preparano a un prossimo rialzo dei tassi d’interesse”, ha dichiarato l’esperto di IG, “lo strumento CME FedWatch dopo i dati di ieri ha evidenziato un aumento della probabilità di almeno un rialzo dei tassi nel primo semestre dal 65% al 68%”.

L’effetto collaterale della stretta monetaria, che in ogni caso sembra certa, sarà il rallentamento dell’attività economica, necessario a raffreddare l’inflazione. Per questo, i rendimenti dei Buoni del Tesoro sono aumentati soprattutto per le scadenze di breve periodo, appiattendo la curva e portando i tassi reali Usa a lungo termine sul loro nuovo minimo storico. Tutto questo indica l’aspettativa di un rallentamento economico dell’economia americana per la fase successiva. Secondo il chief global strategist di Intermonte Sim, Antonio Cesarano, “l’effetto finale” prodotto dall’aumento dell’inflazione e dalla relativa reazione sui titoli governativi “è quello di tassi reali sempre più negativi che si rivelano un efficace supporto per i mercati azionari”. Infatti, un rendimento reale poco interessante sul fronte obbligazionario favorisce il rapporto rischio/opportunità su quello azionario – un fenomeno di per sé già osservato nei mesi scorsi.

Dal punto di vista politico, il rompicapo dell’inflazione difficilmente potrà evitare di danneggiare il presidente Joe Biden la cui popolarità, secondo l’ultima media dei sondaggi FiveThirtyEight, è già scesa al 42,7%, dal 51,5% di inizio agosto. Se la Fed interverrà prontamente per mitigare le aspettative sull’inflazione, raffredderà anche la ripresa dell’economia. Se prevarrà un atteggiamento attendista, l’inflazione eroderà gli aumenti osservati sui salari e il potere d’acquisto delle famiglie.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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