Gli investitori istituzionali, quantomeno prima della nuova ondata di preoccupazioni collegate all’intelligenza artificiale e all’impatto sul settore software, hanno espresso una convinzione di ferro: 8 su 10 affermano che aumenteranno il peso dei mercati privati nei portafogli nei prossimi cinque anni. Lo ha dichiarato, fra l’ottobre e il novembre scorso, un campione di 800 istituzioni a livello globale con 17.000 miliardi di dollari in gestione, nell’ambito dell’Equilibrium survey di Nuveen, i cui risultati sono stati appena diffusi.
Per la maggioranza assoluta (51%) degli investitori istituzionali il peso di queste asset class alternative passerà dal 5% al 15% dell’allocazione di portafoglio. I mercati privati comprendono investimenti con diverse gradazioni di rischio, accomunati dall’assenza di mercati pubblici con formazione dei prezzi trasparente e in tempo reale. Fondi pensione, assicurazioni e banche prevedono di investire di più sia in infrastrutture e debito privato (lo afferma il 43% del campione) sia in private equity (42%).
Buyout in rallentamento e credito alternativo in ascesa
Non è la prima volta che i sondaggi mostrano una crescita dei private market nelle preferenze degli investitori istituzionali. Tuttavia, non tutte le asset class hanno riscosso consenso negli ultimi mesi. Al punto che la raccolta dei fondi di private equity focalizzati sui buyout è tornata ai livelli più bassi degli ultimi anni nel 2025, secondo i dati di Bain & Co, anche a causa dei tempi lunghi per la restituzione del capitale.
Più recentemente, il calo delle aziende di software quotate in Borsa ha colpito di riflesso i titoli dei maggiori fondi di mercato privato, da Blackstone a Blue Owl, quest’ultima recentemente danneggiata dalla scelta di liquidare un fondo di private credit semi-liquido, interrompendo nel frattempo la possibilità di richiedere un rimborso anticipato.
Tutto questo non sembra ridurre la visione positiva sulla diversificazione nei mercati privati. Per quasi la metà degli investitori sondati da Nuveen, diversificare il credito alternativo sarà una delle principali priorità nei prossimi cinque anni. In questo ambito, la preferenza ricade sul corporate private investment grade (44%), sul private debt infrastrutturale investment grade (44%) e sulle private asset-backed securities (Abs) (40%). Quasi la metà degli investitori (46%) prevede di aggiungere uno o due nuovi tipi di investimenti in credito alternativo nei prossimi due anni, mentre il 15% intende aggiungerne tre o più.
L’IA come megatrend (e rischio) per il software
“La portata e la rapidità del capitale istituzionale che fluisce nei mercati privati continuano a essere significative”, ha dichiarato Harriet Steel, Global Head of Institutional Distribution di Nuveen. “Gli investitori istituzionali stanno sfruttando appieno la potente combinazione di benefici offerti dai mercati privati: diversificazione dall’incertezza dei mercati pubblici, maggiore generazione di reddito e potenziale di rendimenti corretti per il rischio più elevati. Con le nuove tecnologie che rendono più efficiente l’integrazione degli investimenti nei mercati privati nei portafogli esistenti, ci aspettiamo che questo cambiamento strutturale acceleri, soprattutto mentre gli investitori cercano resistenza in un contesto di volatilità persistente”.
A emergere con forza è anche il ruolo dell’intelligenza artificiale come fattore destinato a rimodellare le scelte allocative nel medio termine, proprio mentre il settore software – storicamente uno dei principali bacini di creazione di valore per il private equity – attraversa una fase di crescente incertezza. L’indagine rileva infatti che l’IA è oggi il megatrend più rilevante per le decisioni di investimento dei prossimi cinque anni per il 63% degli investitori istituzionali, davanti alla transizione energetica (40%) e alla deglobalizzazione (36%).
Una centralità che si riflette in modo ambivalente: da un lato come opportunità di crescita trasversale ai settori, dall’altro come possibile elemento di compressione dei margini nei modelli di business software tradizionali, sui quali si è concentrata una parte rilevante delle strategie di buyout nell’ultimo decennio. In altre parole, la stessa tecnologia che promette di aumentare la produttività e aprire nuovi mercati rischia di mettere sotto pressione alcune delle principali fonti di rendimento del private equity, riducendo le barriere all’ingresso e accelerando la commoditizzazione di servizi finora ad alto valore aggiunto.
In questo senso, la crescente attenzione all’intelligenza artificiale si intreccia con i timori emersi negli ultimi mesi circa la sostenibilità delle valutazioni nel comparto tecnologico e l’impatto potenziale su portafogli privati fortemente esposti al software, spingendo parte degli investitori a ribilanciare l’esposizione verso segmenti di credito alternativo meno sensibili al ciclo tecnologico.

