La crisi? Ha aumentato la richiesta di consulenza indipendente

Alberto Battaglia
26.10.2022
Tempo di lettura: 5'
Circa 2mila le presenze fra fisico e digitale al FeeOnly Summit, molti anche i consulenti "tradizionali". Focus sullo scenario geopolitico e ombre sulla Cina

La crisi internazionale e il forte ribasso dei mercati di quest'anno si sono rivelati un traino per la domanda di consulenza finanziaria indipendente, ha dichiarato il direttore dell'Ufficio studi di Consultique Scf, Giuseppe Romano sul palco del FeeOnly Summit

Sullo scenario internazionale si è andato consolidando un blocco sino-russo che si contrappone alle democrazie che, in prospettiva, favorirà “una parziale de-globalizzazione”, ha affermato il professore di geopolitica economica, Carlo Pelanda (Università Marconi di Roma)

La crisi internazionale e il forte ribasso dei mercati di quest'anno si sono rivelati un traino per la domanda di consulenza finanziaria indipendente. Un'alleato inaspettato. Eppure, le crisi come quella attuale avrebbero sollevato fra gli italiani anche interrogativi sulle loro strategie di risparmio. E' quanto ha raccontato il direttore dell'Ufficio studi di Consultique Scf, Giuseppe Romano sul palco del FeeOnly Summit, l'evento interamente dedicato ai consulenti autonomi in corso a Verona il 26 e 27 ottobre. 


Fra il 2020 e il 2021 il numero dei consulenti indipendenti è aumentato del 40% a quota 428, confermandosi una nicchia in forte crescita. All'evento, fra iscrizioni online e in presenza, si sono registrate circa 2.000 persone, molti delle quali non appartenenti alla categoria dei consulenti autonomi, hanno affermato gli organizzatori. Significativa, dunque, anche la curiosità da parte della consulenza abilitata all'offerta fuori sede. 


Consulitique, promotrice sin dal 2011 del FeeOnly Summit, si conferma punto di riferimento per i professionisti interessati a cambiare modello e ad aprire una propria attività di consulenza autonoma. “Alla base di questa scelta c'è in primo luogo una motivazione etica”, ha affermato il co-fondatore di Consultique, Luca Mainò, difendendo il modello di pagamento basato esclusivamente su parcella fissa. Le brochure a disposizione dei consulenti abilitati all'offerta fuori sede richiamano, sin dalle parole chiave in copertina, il concetto di “libertà” - che potrà suonare altisonante. Di fatto, ci viene raccontato a margine dell'evento, con la consulenza autonoma i flussi di reddito sono meno certi e abbandonare una rete è un “salto” che difficilmente si compie se l'unico scopo è guadagnare di più. 


Fra gli speaker dell'evento provenienti dal mondo dell'asset management dominano le proposte a gestione passiva, che i consulenti autonomi tendono a preferire per contenere i costi di gestione a carico del cliente. “Difficile che un consulente autonomo preferisca il fondo attivo in assenza di incentivi che lo incoraggino a proporlo”, ci dice un altro volto noto della consulenza autonoma presente al Summit, “il costo aggiuntivo sul cliente è sicuro, ma non lo è la sovraperformance”, che dovrebbe giustificare tale disparità nei costi, rispetto a un Etf tradizionale. 


Le possibilità di comunicare, nel contesto mediatico dominato dai social network e da piattaforme come Youtube hanno incrementato notevolmente la visibilità della proposta di consulenza indipendente che, non facendo capo a nessun grande gruppo bancario e non essendo capillare sul territorio, parte con importante gap: è molto meno nota rispetto alla consulenza tradizionale. Pubblicazioni crescenti sulla stampa specializzata, ha dichiarato un altro co-fondatore di Consulitique, Cesare Armellini, hanno contribuito a far conoscere di più questo mondo. 


La geopolitica al servizio della consulenza 

Proprio quella crisi internazionale che ha suscitato nuovi interrogativi sulle gestioni dei risparmiatori è stata protagonista di uno dei principali interventi della prima giornata del FeeOnly Summit. Sullo scenario internazionale si è andato consolidando un blocco sino-russo che si contrappone alle democrazie che, in prospettiva, favorirà “una parziale de-globalizzazione”, ha dichiarato il professore di geopolitica economica Carlo Pelanda (Università Marconi di Roma)


Quali saranno le conseguenze di mercato? Innanzitutto, ridurre l'integrazione fra le democrazie e l'economia cinese potrebbe progressivamente aumentare i costi di alcune produzioni importate, costringendoci ad osservare ad un'inflazione strutturalmente più elevata. Alcune economie “nell'area grigia” non appartenente ai due blocchi potrebbero diventare nuove destinazioni nel ricollocamento delle catene del valore, aprendo nuove opportunità. 


Come la globalizzazione favorì la Cina a partire dalla sua adesione al Wto, la de-globalizzazione parziale molto probabilmente la danneggerà. Sulle prospettive economiche del Dragone il professor Pelanda è molto disincantato: “La Cina è in grande difficoltà, molto più di quello che indicano le statistiche ufficiali, cresce meno ed è più indebitata... la deglobalizzazione la sta già ostacolando”, ha affermato lo studioso a We Wealth, “sono molto sopreso nel vedere oggi aziende importanti che vi si insediano”. 


Per diverse importazioni strategiche, come quella delle terre rare, l'interdipendenza dovrebbe scongiurare un abbandono completo del fenomeno della globalizzazione. Allo stesso tempo, Pelanda suggerisce che le democrazie istituzionalizzino la propria alleanza sotto la forma di un “G7 allargato” che consenta di esercitare un'influenza internazionale e garantisca al blocco liberale l'approvvigionamento delle risorse. Questo potrebbe avvenire tramite accordi con i Paesi strategici da questo punto di vista “come esempio il Congo per l'importazione di cobalto”, un elemento fondamentale per le batterie elettriche. “Nei non-paper dei governi", ha affermato Pelanda nella nostra intervista, "quest'idea del 'garante geopolitico' è già oggetto di discussione".


Il consolidamento delle democrazie, per quanto si tratti di un terreno impervio, dovrebbe passare anche da un rafforzamento degli accordi commerciali regionali, come sarebbero dovuti diventare il Ttip fra Ue e Usa e il Tpp nell'area del Pacifico, tramontati nell'era Trump. Rilanciare questa integrazione fra “Paesi amici”, secondo Pelanda, è una necessità per rispondere all'incrinamento delle relazioni commerciali fra la Cina e l'Occidente. Per rendere più digeribili accordi di questo tipo, Paesi che hanno forti interessi in Cina, come la Germania, potranno far valere le proprie richieste in sede negoziale. La prospettiva di una “nuova globalizzazione selettiva” non è ancora nelle agende ufficiali, ha concluso Pelanda, ma è già materia di discussione nei think-tank che assistono i governi.

Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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