Tassi e guerra, doppio test per i private market

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
18.3.2022
Tempo di lettura: 2'
Con la crisi bellica e le banche centrali in manovra, sempre più investitori stanno guardando ai mercati privati in cerca di rendimenti e diversificazione. Private debt e growth capital sono buone opportunità da cogliere. A patto di accettare un orizzonte temporale lungo e di farsi guidare da consulenti esperti

Inflazione e aumento dei tassi d’interesse non sono due buone notizie per le Borse, che nei prossimi mesi potrebbero essere sovra-performarti dai mercati privati

Un fondo di growth capital può raggiungere rendimenti tra le 2 e 3 volte il capitale investito, contribuendo in maniera rilevante all'alpha complessivo di portafoglio

Data l’illiquidità dell’investimento privato è necessario considerare un orizzonte di lungo periodo, rivolgersi ai migliori gestori e allocando una quota non eccessiva del portafoglio

L'inflazione avanza e i tassi aumentano. Così, dopo un anno e mezzo di corsa al rialzo, le Borse si sono tinte di rosso. La batosta finale è arrivata dallo scoppio dall'attacco russo all'Ucraina. Un brutto risveglio per gli investitori dai portafogli a trazione fortemente azionaria. Dove trovare riparo?
“I private markets - risponde Andrea Nascè, direttore financial advisory Ersel - sono tra le soluzioni più efficaci per affrontare il nuovo scenario di riferimento, appunto caratterizzato da inflazione e tassi prospetticamente più elevati ma sotto controllo”. I mercati privati hanno caratteristiche ideali in questo contesto. Perché? “In primo luogo, c'è la disciplina dell'orizzonte temporale di lungo periodo, che consente agli investitori di evitare i classici errori di tipo comportamentale e ai gestori di poter cogliere opportunità che richiedono inevitabili tempi di maturazione. In secondo luogo, la dimensione dei premi al rischio, a parità di specializzazione settoriale, è significativamente superiore sui mercati privati rispetto alle borse. In terzo luogo, si amplia notevolmente la tipologia di attivi e di strategie ad alta generazione di alpha che possono essere considerate all'interno dei portafogli, potendo affrontare livelli di complessità e specializzazione superiore” spiega Nascè.
Dello stesso avviso è Marco Cerasino, private markets strategist di UniCredit, secondo cui i mercati privati rappresentano davvero un'occasione unica per ottenere rendimenti interessanti nel lungo periodo con una minor volatilità attesa. “Sia chiaro, i mercati privati non sono totalmente decorrelati dai mercati pubblici, ma sono diversamente correlati. Le transazioni sulle borse mondiali avvengono in maniera repentina, con domanda e offerta si incontrano istantaneamente, influenzate dal flusso di notizie quotidiano. Nei mercati privati le transazioni sono invece concluse attraverso negoziazioni bilaterali che possono durare anche diversi mesi e sono condotte su analisi fondamentali approfondite e specifiche”, commenta Cerasino, che tuttavia ammonisce: l'investimento alternativo non è per tutti e deve seguire una logica di portafoglio. “Il target di riferimento è rappresentato da clientela sofisticata e in grado di allocare capitale in soluzioni non facilmente liquidabili. I clienti devono essere quindi consapevoli delle caratteristiche di illiquidità dello strumento. Le soluzioni illiquide quindi non possono rappresentare la totalità del portafoglio, ma devono essere presenti all'interno di un portafoglio diversificato che bilancia la poca liquidità e l'eventuale rischio di investimento nell'economia reale” continua Cerasino. Per questo motivo, l'orizzonte d'investimento quando si parla di mercati privati e generalmente più lungo rispetto all'investimento pubblico. “La durata di fondi di private debt è generalmente 7 anni mentre per i fondi di private equity è 10 anni, ai quali si devono aggiungere circa due anni di eventuale estensione. Nei mercati privati la performance si costruisce nel tempo, con pazienza”.
Per quanto riguarda le strategie più interessanti, secondo lo strategist di Unicredit, il private debt si presta a essere, per una parte del portafoglio dell'investitore, un sostituto del mercato obbligazionario e fixed-income. Lato equity invece il venture capital, nonostante le ottime performance di molti fondi sulla scia dell'aumento delle valutazioni dei titoli tech, sostenute dalla pandemia, non è la prima scelta. Occhi puntati invece sul growth capital. “Alla luce delle attuali valutazioni, oggi preferiamo strategie di growth capital piuttosto che di venture capital. Tale strategia infatti si pone a metà tra il venture capital ed il buyout, dove le target sono rappresentate da società non quotate “mature”. La strategia growth da possibilità all'investitore di minimizzare la dispersione dei rendimenti presente nelle soluzioni di VC, a fronte di rendimenti che sono maggiori della strategia buyout. Un fondo di growth capital (di un asset manager top tier) può raggiungere rendimenti tra le 2 e 3 volte il capitale investito” spiega Cerasino.

Quella che sia la strategia perseguita essenziale è rivolgersi a player affermati. “Alla luce del fatto che nei mercati privati gli investimenti sono illiquidi e che quindi la scelta di investimento va tenuta per tutta la sua durata, risulta molto importante la scelta della società di gestione che deve avere track record ed una struttura gestionale e di risk management solida. Solo i migliori gestori riescono a minimizzare shock recessivi che nel lungo periodo possono essere presenti” conclude Cerasino. Tra queste società compare anche Ersel. “L'approccio del gruppo alla componente alternativa del portafoglio, sviluppato a partire dall'inizio degli anni duemila, prevede lo sviluppo di produzioni dirette e l'affiancamento ad esse di selezioni di strategie realizzate esternamente, ricorrendo a competenze molto specialistiche. Nel caso dei Private Markets la nascita di soluzioni interne è stata possibile grazie allo sviluppo di alcune partnership dedicate a venture capital, private equity, infrastrutture e real estate. Sul fronte delle soluzioni di asset management esterne selezionate à la carte, risulta preziosissima l'attività di ricerca e due diligence svolta dall'ufficio di Londra, sempre al centro del flusso delle novità disponibili alla comunità dei family office e delle boutiques di wealth management”, chiosa Nascè.
(articolo tratto dal magazine We Wealth di marzo 2022)
Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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