Sanzioni alla Russia: quale ricaduta economica per le imprese?

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Nicola Dimitri
25.2.2022
Tempo di lettura: 3'
Il London Stock Exchange Group ha dichiarato la sospensione di alcune banche russe

L’orizzonte delle sanzioni apre a criticità trasversali, che non riguardano solo la Russia

Le società russe colpite dalle sanzioni, sono le stesse che garantiscono una serie di servizi anche in altri Paesi, europei e non

Come noto ogni conflitto bellico porta con sé una serie, più o meno, indecifrabile di circostanze negative.
Talune si manifestano nell'immediato e sono più facilmente prevedibili, altre, invece, riversandosi nella società nel medio termine o perfino nel lunghissimo periodo, sono di più difficile comprensione.
Ebbene, l'escalation di tensione tra la Russia e l'Occidente, in particolare con la Nato, degenerata nell'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa, ha dato vita sin da subito a una serie di conseguenze immediatamente percettibili.

La decisione di Putin di sospendere ogni dialogo con l'Ue e gli Usa, la risposta dell'Occidente con le sanzioni alla Russia, il successivo attacco di Mosca alla capitale Ucraina, oltre ad aver subito determinato ripercussioni sociali (si parla, purtroppo, di un numero di vittime in costante crescita), ha scatenato i suoi effetti negativi anche sui mercati a livello globale; basti osservare l'inflazione che insiste sui prezzi del gas e in generale sul mercato delle materie prime.

È senza dubbio prematuro credere di poter decifrare con accuratezza l'entità della ricaduta economica dovuta al conflitto in atto – benché alcuni commentatori ritengono, da un punto di vista economico-finanziario, determinerà aumenti generalizzati dei prezzi e carenza di forniture –; allo stesso tempo, non è troppo presto per tenere traccia sin d'ora delle implicazioni che discendono dalle sanzioni comminate dalle potenze occidentali nei confronti della Russia (in specie dagli Stati Uniti, Ue, Giappone e Regno Unito). Sanzioni tese a colpire, tra le altre cose, numerose istituzioni finanziarie (tra cui Rossiya, IS Bank, General Bank, Promsvyazbank e Black Sea Bank) e alcuni Hnwi russi vicini a Putin, tra i quali i fratelli Rotenberg e l'oligarca Gennady Timchenko.

E invero, come messo in evidenza dal The Guardian, Londra è spesso denominata la Mosca sul Tamigi per lo spropositato volume di affari di matrice russa che circola nella capitale Uk. Dagli anni '90, infatti, molte società russe si sono rivolte a Londra per raccogliere fondi attraverso il meccanismo del secondary listings.

Più in particolare sono 31 le società russe quotate alla Borsa di Londra, London Stock Exchange, con un valore di mercato combinato pari a 468 miliardi di sterline: tra queste società si annoverano enti partecipati dallo stato che producono petrolio e gas come Lukoil, Rosneft e Gazprom, banche federali, come VTB e Sberbank, e società minerarie indipendenti come Nornickel.

È perciò evidente che, stante l'integrazione globale dei mercati, colpire società di questa portata, quotate al LSE, significa incidere anche su tutta una serie di soggetti, non direttamente russi, che in detti enti hanno interessi economici e investimenti.

Come ha affermato il ministro russo Igor Sechin, in molte delle società russe quotate al London Stock Exchange compaiono grandi azionisti istituzionali occidentali; inoltre, le società russe colpite dalle sanzioni, sono le stesse che garantiscono una serie di servizi, ormai essenziali, anche in altri Paesi, europei e non; tra cui il Regno Unito.
In questi termini, se le misure introdotte dagli Stati Uniti, dall'Ue o dal Regno Unito stesso, dovessero arrivare a vietare qualsiasi transazione con le società listate e sanzionate (come in effetti in alcuni casi sta già accadendo, posto che il London Stock Exchange Group ha dichiarato la sospensione di VTB Capital con effetto immediato), si prefigurerebbe uno scenario in cui a effetto domino potrebbero rimetterci numerosi attori economici. Basti pensare all'esempio dell'acciaieria FTSE 100 Evraz, costituita a Londra ma con attività significative in Russia. O alla società calcistica del Chelsea, posseduta al 29% da Roman Abramovich.

Pertanto, come sottolineato dal The Guardian, l'orizzonte delle sanzioni apre a criticità trasversali, che non riguardano solo la Russia. Al contrario, si tratta di criticità economico-finanziarie che non conoscono confini geografici e che, almeno per il momento, hanno iniziato a far preoccupare banchieri d'investimento, avvocati e contabili della City e a far correre ai ripari molte banche globali.
Redattore e coordinatore dell'area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell'ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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