Fed: tassi bassi per sempre? Fino al 2023

Teresa Scarale
Teresa Scarale
17.6.2021
Tempo di lettura: 2'
La banca centrale Usa ha rotto gli indugi e ha annunciato che entro due anni riprenderà ad alzare il costo del denaro, complice una ripresa spedita e migliore delle attese. Ma il vero tema all'orizzonte è il tapering. Ne abbiamo parlato con Tommaso Federici, responsabile gestioni patrimoniali presso Banca Ifigest
Dopo mesi di rumores, l'annuncio è arrivato nella conferenza stampa di giugno: la Fed tornerà ad aumentare i tassi di interesse, ma non prima del 2023. Per ora il costo del denaro resta fermo nella forchetta fra 0,00% e 0,25%. «Sono dati che vanno presi con le pinze», commenta Tommaso Federici, responsabile gestioni patrimoniali presso Banca Ifigest. «13 membri su 18 del Federal open market commitee, il board della Fed, hanno detto di aspettarsi almeno un rialzo dei tassi nel 2023. Ma la verità è che il mercato sconta già la possibilità di un rialzo nel 2022. La probabilità di un aumento dei tassi implicita nei futures è passata da circa il 60% all'80%».
Del resto, la ripresa procede a un ritmo più spedito del previsto: quest'anno il pil Usa crescerà del 7% contro il 6,5% previsto lo scorso marzo, quando il consiglio di funzionari della Federal Reserve aveva ravvisato i primi rialzi (almeno) nel 2024. E il segnale della Federal Reserve mette il sigillo sulla fiducia in una ripresa rapida e spedita. A far sciogliere gli indugi è stato il mercato del lavoro Usa, come sempre capace di reagire prontamente (o prima di quello degli altri paesi) agli shock. Jermone Powell ha detto di aver «ragione di credere che il mercato del lavoro presenterà numeri attraenti, bassa disoccupazione, alta partecipazione e salari in aumento». Il che comporterà una inflazione più elevata del previsto, «ma la Fed ha tutti gli strumenti per farvi fronte».

In particolare, il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi nel 2021 al 4,5%, con un tasso di inflazione al 3% (2,1% nel 2022), contro le precedenti stime che davano la crescita del livello dei prezzi per quest'anno al 2,2%. Tuttavia, se l'inflazione sta facendo meglio del previsto, l'economia americana è ancora lontana dal suo livello di piena occupazione, con 7,6 milioni di americani ancora senza lavoro dal febbraio 2020.

Ma il vero tema di quest'anno è il tapering, ossia la riduzione del programma di acquisto titoli da parte della banca centrale (Qe). «Probabilmente sarà annunciata a Jackson Hole. Ci stiamo avviando a una normalizzazione molto molto lenta della politica monetaria», ritiene Federici.

Per il momento, l'acquisto di titoli resta fermo al livello record attuale di 120 miliardi di dollari al mese. La diminuzione della portata del quantitative easing americano sarà, nelle parole di Powell, «ordinata, metodica e trasparente». E, in ogni caso, la politica monetaria Usa non seguirà un calendario prestabilito ma «continuerà a dipendere dallo stato di salute dell'economia nazionale», ha chiarito il numero uno della Fed.

La prospettiva di una politica monetaria restrittiva o meno accomodante «dovrebbe favorire le rotazioni settoriali», spiega Tommaso Federici. «Al di là delle correzioni tecniche (come magari i ridotti volumi estivi), si passerà dai titoli growth, come il tech, a quelli value, ciclici e più sensibili ai tassi. È normale che in prospettiva di un rialzo dei tassi salgano banche e assicurazioni».

Ci saranno ricadute della politica Fed sulla Bce? «No. Noi siamo indietro nel ciclo, viaggiamo su numeri completamente diversi. In Ue la disoccupazione è all'8%, la crescita oscilla tra il 4,5 e il 5% e l'inflazione resta molto molto bassa. Qualche giornata di assestamento è fisiologica, ma non si tratta di nulla di strutturale».
Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l'Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell'arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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