Imprese, Assonime propone fondo anticrisi da 25 miliardi

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Nel generale prodigarsi per il “dopo”, Assonime fa al governo la proposta di un fondo anticrisi a capitale prevalentemente pubblico. Ecco come funzionerebbe questo ipotetico strumento

Indice

Un nuovo fondo di investimento da 20 miliardi di euro (aumentabili fino a 25) per aiutare le imprese italiane a uscire dalla crisi. A proporre il soggetto, di capitale prevalentemente pubblico, è Assonime. Il fondo servirebbe a iniettare liquidità fresca nel mondo delle imprese, liquidità che diventerebbe capitale (debt to equity swap) a determinate condizioni.
L’associazione fra le società italiane per azioni afferma che le imprese destinatarie del fondo potranno gestire inizialmente il maggior fabbisogno di liquidità grazie al decreto credito. Quest’ultimo però determinerà un incremento della leva finanziaria, valore già elevato in base agli standard europei: la patrimonializzazione è pari in media al 15-20%. Tuttavia “il peso di questo debito può diventare un macigno sul passo della ripersa dopo la crisi. Occorre pertanto riflettere sui modi per alleviarne il peso offrendo alle imprese uno strumento di ricapitalizzazione”.

Come funzionerebbe il fondo anticrisi di Assonime

Cosa e come

L’azione del fondo dovrebbe essere “temporaneo, senza diritti di voto o con limitati diritti di voto tesi a preservare i valori aziendali. Si dovrebbero prevedere meccanismi di uscita verso gli stessi azionisti o verso il mercato. Gli azionisti manterrebbero la gestione dell’impresa, ma sarebbero vincolati nella distribuzione degli utili, nei compensi del management e nell’acquisto di azioni proprie”. Il suo scopo sarebbe esclusivamente di supporto. Il mezzo? L’investimento temporaneo in capitale di rischio e “quasi di rischio”.

L’investimento – di minoranza – nell’impresa in crisi potrebbe essere sia diretto che indiretto, attraverso la conversione dei crediti in carico a banche italiane. Sottoscrizioni di aumenti di capitale, sottoscrizioni di strumenti ibridi, concessione di prestiti convertibili in strumenti di capitale sono tutte modalità possibili di intervento. La durata prospettata dell’investimento è di medio periodo. La possibilità di uscita si avrebbe a partire dal quinto anno.

A domandare l’intervento sarebbe direttamente l’impresa, con il parere della banca creditrice. Se possibile, l’imprenditore dovrebbe partecipare all’aumento di capitale al momento della ricapitalizzazione.

Chi

Le società target, non finanziarie, sarebbero quelle con fatturato superiore a 25 milioni o più di 50 dipendenti, ma non superiore a 5 miliardi di fatturato. Altre forme di intervento includono una possibile cancellazione dei debiti. Queste ultime sarebbero per le imprese di piccola o piccolissima dimensione. La proposta di Assonime prevede che sottoscrittore principale del fondo sia la Cassa depositi e prestiti. Vi sarebbe poi la possibilità di co-investimento da parte di istituzioni finanziarie e altri soggetti istituzionali italiani come fondazioni bancarie, fondi pensione, società di assicurazione, banche.

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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