I gestori avvertono: l’orso è uscito dal letargo

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Per i gestori di fondi l’outlook di mercato a breve termine non è incoraggiante: la crescita sta rallentando e i timori di inflazione permanente aumentano. È arrivata l’ora dell’orso?

Bofa ha pubblicato il Global Fund Manager Survey di ottobre: è il sondaggio meno rialzista da ottobre 2020

Le banche risultano essere il settore più presente in portafoglio, seguito da sanità ed energia. Puntare sull’Europa, sotto-pesare i mercati emergenti

La corsa dei mercati sembra essere giunta al termine. O almeno così la pensano i grandi gestori di fondi intervistati da Bofa nella consueta survey che la banca conduce mensilmente tra i principali asset manager a livello globale. Il motivo? Il quadro macroeconomico non è più di supporto per il mercato toro: per la prima volta da aprile 2020 sono più coloro che si aspettano che innanzi a sé si ha una decrescita economica. Solo sei mesi fa, nel marzo 2021, il sentiment era opposto: il 91% degli intervistati si esprimevano per una ripresa sostenuta.
Di riflesso anche le aspettative circa la crescita degli utili a livello globale non sono confortanti, anzi sono le peggiori da maggio 2020. Il 51% ritiene che i margini aziendali si ridurranno nei prossimi mesi. Inflazione e Cina sono i due motivi principali alla base di questo pessimismo diffuso tra i gestori. Seppur ancora siano di più quelli che pensano che l’aumento dei prezzi sarà transitorio invece che permanente (58% contro 38%), le distanze si stanno sempre più accorciando. Da un punto di vista di policy, l’85% degli intervistati – il massimo da novembre 2018 – si aspetta un aumento dei tassi a breve termine nel 2022. Di riflesso, le previsioni per una curva dei rendimenti più ripida scendono al loro livello più basso dal giugno 2019. Le ripercussioni invece più probabili sui mercati derivanti il tapering della Fed, atteso già per questo novembre sono: aumento della volatilità, apprezzamento del dollaro e allargamento degli spread. Lato fiscale, i gestori si aspettano che il pacchetto che verrà approvato dal Congresso sarà pari a 1,7 miliardi di dollari, 200 milioni in meno di quanto previsto precedentemente.
Da un punto di vista di allocazione, per i gestori l’impostazione migliore di portafoglio è quella in modalità risk-on. Gli investitori rispetto al dato storico stanno sovra-pesando gli asset che beneficiano dell’inflazione – quali materie prime e banche – mentre stanno sotto-pesando gli asset che sono vulnerabili rispetto ad aumento dei tassi, come le obbligazioni, i mercati emergenti e le utility. Da un punto di vista settoriale, si sta osservando un’importante rotazione verso banche ed energia da sanità e prodotti di base. Le banche sono il settore più presente in portafoglio, seguito da sanità ed energia, la cui esposizione di portafoglio è al massimo storico dal 2012. Da un punto di vista geografico invece, guida al primo posto, seguito da Stati Uniti, la cui sovra-esposizione è ai massimi da 12 mesi, mentre mercati emergenti scendono al minimo da settembre 18. Infine i principali rischi di portafoglio percepiti sono: inflazione (48%) e Cina (23%). Il covid è stato indicato come rischio solo dal 3% degli intervistati.

di Lorenzo Magnani

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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