Dalla global minimum tax alla global minimum pax
La global minimum pax. Sì, pax invece di tax. Non sono fischi per fiaschi, ma la presa d’atto che un certo modo di intendere gli assetti internazionali, compresi quelli fiscali, è (per il momento) eclissato dalla volontà di un “risarcimento” americano nei confronti del resto del mondo.
L’unilateralismo fiscale dell’amministrazione Trump
In ambito fiscale la nuova amministrazione Trump ha le idee molto chiare: aderire alle iniziative convenienti, chiamarsi fuori da quelle meno e penalizzare (rectius, punire) quelle economie che intendono tassare le big corporation americane.
Global minimum tax: cos’è e com’è nata
Procedendo con ordine, occorre ricordare che faticosamente si era arrivati ad una global minimum tax del 15%, atta a garantire che le multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro pagassero almeno detta percentuale di tassazione su tutti i profitti, anche laddove riposizionati in paradisi fiscali privi di tassazione (o con tassazione inferiore a tale soglia).
L’implementazione europea e il rischio di un sacrificio unilaterale
Nell’Unione Europea e in Italia (come in tutti i Paesi aderenti) l’apparato normativo e burocratico della tassazione minima – accordo raggiunto a livello Ocse nel 2021 – è oggi pienamente operativo, ma rischia di diventare un “sacrificio unilaterale”, come spiegherò di seguito.
Obiettivi originari: contrastare la delocalizzazione dei profitti
Vale la pena di ricordare infatti che la tassazione minima era nata per contrastare la delocalizzazione dei redditi (dopo quella della produzione), per favorire una competizione fiscale più equa tra gli stati,e una redistribuzione della ricchezza basata sul valore aggiunto, più che sui sotterfugi fiscali, compresi quelli messi in atto dalle Big Tech americane.
Il dietrofront degli Stati Uniti
Purtroppo, tutta l’impalcatura reggerà per qualche anno, ma è a mio avviso destinata a crollare, dal momento che è stata profondamente scossa dall’unilateralismo americano. Per chi non fosse aggiornato, gli Stati Uniti, trovando la global minimum tax “fastidiosa” per le società americane, specie le Big Tech, si sono infatti sfilati dall’accordo.
L’accordo del G7: una soluzione “parallela”?
Con un compromesso onorevole, ha commentato il ministro Giorgetti, ma con una picconata tremenda al motto pacta sunt servanda, mi permetto di osservare: così passa l’idea che un patto si rispetta se conviene, non perché uno stato moderno rispetta gli impegni presi (con il resto del mondo). È accaduto al G7 di fine giugno in Canada: la presidenza canadese del G7 ha spiegato che è stato trovato l’accordo per una “soluzione parallela” che, in ragione della “sovranità fiscale dei Paesi”, esenta le compagnie americane da alcune parti del nuovo regime fiscale, in ragione delle tasse che già pagano negli Usa.
Le implicazioni per l’Italia e l’Europa
In ambito domestico l’accordo formalizzato in sede G7 sulla global minimum tax è stato già digerito: è un compromesso onorevole trovato con l’amministrazione americana che protegge le nostre imprese dalle ritorsioni automatiche originariamente previste dalla clausola 899 dell’Obbba (One Big Beautiful Bill Act) all’esame del Senato Usa, Giorgetti dixit.
Una stabilità fiscale solo apparente
La dichiarazione del G7 – che non è vincolante e andrà approvata da 147 Paesi a livello Ocse – spiega poi che un regime “parallelo” come quello strappato dagli Usa “faciliterà ulteriori progressi nello stabilizzare il sistema di tassazione internazionale, anche in un dialogo costruttivo sulla tassazione dell’economia digitale e sulla difesa della sovranità fiscale di tutti i Paesi”. Mi permetto di dissentire totalmente dall’amministrazione canadese: faciliterà ulteriori incertezze e sancirà (spazzando via gli ultimi dubbi) la inaffidabilità del sistema americano.
Prossimo bersaglio: la digital service tax
Tanto è vero che la digital service tax, vigente anche nel nostro Paese, è il prossimo obiettivo (da abbattere) dell’amministrazione Trump.
Se sfilandosi dalla Global minimum tax le aziende statunitensi hanno risparmiato100 miliardi di dollari all’anno (stimati), togliendo di mezzo la digital service tax il risparmio potrebbe non essere di molto inferiore.
Le conseguenze sull’economia globale
Come è ben noto, l’instabilità e l’imprevedibilità del contesto economico ostacolano la pianificazione degli investimenti, sia per le aziende che per gli stati, finendo per impoverire il sistema e riducendo le opportunità per i più giovani.
Serve una nuova pax fiscale globale
Per questi motivi, se possiamo dare per defunta la global minimum tax (opinione personale), quello che ora va invocata è una global minimum pax, ovvero una moratoria sulle iniziative unilaterali e una maggior focalizzazione sul rafforzamento dell’Unione europea (una chimera forse, ma l’euro digitale dà qualche speranza in tal senso).

