153 i round che hanno attraversato l’Italia nei primi sei mesi del 2025, questi i dati raccolti dal Venture Capital Monitor – VeM, attivo presso l’università LIUC e promosso con AIFI. Un dato positivo di facciata, ma la situazione per il venture capital potrebbe essere più complicata di quello che sembra. Infatti, mentre il numero dei deal è cresciuto del 21% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a scendere è il totale investito che arriva a 443milioni di euro, a mancare nei primi sei mesi dell’anno, sono stati i mega deal. L’Osservatorio però non analizza solo le startup italiane, ma anche quelle straniere fondate da imprenditori italiani. Ed è proprio su di loro che l’incertezza del mercato sembra aver avuto l’impatto maggiore: infatti mentre il numero dei round è stato simile al 2024, ovvero 11, il totale investito è sceso a 80milioni.
Complessivamente, sommando queste due componenti, abbiamo un totale investito pari a 523milioni di euro, in calo rispetto ai 758milioni del primo semestre 2024, ma con maggiori round, che sono passati da 129 a 153. In generale, però, in Italia, un Paese ancora alle prime armi con l’innovazione che le startup portano con sé, il ragionamento sul semestrale ha un senso limitato, perché archi temporali ristretti vengono influenzati da mega round che, al momento, mancano.
Il venture capital rallenta, da cosa dipende?
Non è solo l’Italia che, sembra, sta faticando a carburare in questo 2025, pur mantenendo una certa solidità, ma è un fenomeno globale. A livello globale sono infatti arrivati segnali di maggiore prudenza e una tendenza alla polarizzazione in tutte le asset class, venture capital incluso. A soffrire in questo ambiente di incertezza geopolitica sono soprattutto le startup in fase seed e pre seed e, in generale, ci sono poche exit dal momento che le ipo vengono posticipate. Come sottolineato da Paolo Anselmo, presidente di IBAN, “I principali investitori globali stanno riducendo la loro posizione negli Stati Uniti e stanno iniziando a guardare all’Europa, preoccupati sia per la situazione commerciale che per il debito pubblico alle stelle”.
Guardando ai dati raccolti dal VeM, nonostante le pressioni geopolitiche e un lieve rallentamento, l’ecosistema italiano è resiliente, a mancare sono i mega deal. Che sia chiaro, mantenere l’attuale posizione del mercato significa comunque avere un profondo gap con gli altri Paesi europeo, non solo con il Regno Unito che è irraggiungibile, ma anche con Francia e Spagna. Resta l’urgenza di sostenere il settore del venture capital e delle startup in Italia, una flessione, anche se piccola, è comunque un problema quando dobbiamo ancora recuperare un gap storico con i nostri pari europei.
In generale, come evidenziato da Draghi lo scorso anno, l’obiettivo dell’Europa deve essere quello di tornare ad essere competitiva a livello globale, Choose Europe to start and scale.
La tecnologia non perde terreno
Come per gli anni passati, a livello di investimenti initial, la Lombardia è la regione in cui si concentra il maggior numero di società target, 48, coprendo il 48% del mercato italiano (34% nel primo semestre 2024). Seguono Lazio ed Emilia-Romagna (entrambe 8%). Mentre, dal punto di vista settoriale, la parte delle nuove tecnologie continua a monopolizzare l’interesse degli investitori rappresentando, in Italia, una quota del 39% del mercato. Nello specifico, venendo agli investimenti di Technology Transfer, oggi l’ammontare investito è pari a 137milioni, contando che in tutto il 2024 si è arrivati a 223milioni, il punto di partenza a metà anno è molto interessante.
Analizzando i settori su cui la maggior parte delle startup sta puntando, l’impatto delle tensioni geopolitiche è ormai evidente. Ad esempio, la conferma del focus su climate tech e energia è legato alla guerra tra Russia e Ucraina, che spinge l’Europa a cercare fonti energetiche sostenibili e disponibili. Lo stesso si può dire per gli investimenti in startup di difesa o space tech.

