Nel giro di un mese i futures sul gas europeo TTF hanno fatto un balzo del 31%, portandosi oltre quota 97 euro a megawattora, il livello più alto dall’inverno del 2022, segnato dall’inizio della guerra in Ucraina. Rispetto a quattro anni fa, però, gli stoccaggi europei sono messi molto peggio e “potrebbero aver raggiunto il picco attorno al 75%”, scrivono gli esperti di commodities di ING Ewa Manthey e Warren Patterson. Nello stesso periodo di quattro anni fa, nonostante la chiusura dei rubinetti russi, l’Europa era riuscita a riempire i depositi al 93,8% già al 24 ottobre, superando addirittura la media quinquennale del tempo, pari al 90,9%.
A rendere più incerta la situazione si aggiunge il collo di bottiglia sul gas naturale liquefatto proveniente dal Golfo Persico, i cui flussi, secondo ING, potrebbero rimanere in gran parte assenti per buona parte dell’inverno. Rispetto a un anno fa, i volumi provenienti dalla regione si sono ridotti dell’80%. La dimensione dello shock, secondo Goldman Sachs, è paragonabile a quella della crisi del 2022: la riduzione dei flussi di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz interessa fino a 300 milioni di metri cubi al giorno, contro i 330 milioni di metri cubi di forniture russe venute meno quattro anni fa.
Gas, le previsioni di Goldman Sachs: fino a 150 euro nello scenario peggiore
Il rischio è che, a differenza del 2022, quando il picco dei prezzi fu raggiunto in agosto e le quotazioni iniziarono a scendere prima dell’inverno, questa volta le maggiori tensioni possano arrivare proprio durante la stagione fredda. Goldman Sachs, in una ricerca del 22 ottobre, rileva che l’Europa nordoccidentale si appresta ad affrontare l’inverno con gli stoccaggi ai minimi degli ultimi 14 anni. Nello scenario centrale, che presuppone una progressiva ripresa delle esportazioni di GNL dal Golfo Persico, Goldman Sachs prevede che il prezzo del TTF possa scendere a 70 euro/MWh entro la fine del 2026, per poi ridursi ulteriormente verso i 45 euro nel primo trimestre del 2027.
Ben diverso lo scenario in cui le forniture dal Medio Oriente restassero fortemente limitate e l’inverno risultasse più freddo della media. In questo caso, Goldman Sachs stima che il TTF potrebbe salire fino a 150 euro/MWh entro la fine dell’anno, circa il 70% in più rispetto alle quotazioni considerate nella ricerca. Con temperature nella media ma forniture ancora insufficienti, la stima sale invece a 105 euro/MWh. Gli stessi analisti ritengono che i rischi rispetto alla previsione centrale siano sbilanciati verso l’alto e indicano nei contratti del primo trimestre 2027 quelli potenzialmente più sensibili a uno shock di freddo anticipato.
Perché, dunque, non aspettarsi un ritorno ai picchi superiori a 300 euro/MWh del 2022? Secondo Goldman Sachs, nel frattempo sono cambiate alcune condizioni fondamentali del mercato. Nonostante il crollo delle esportazioni mediorientali, l’offerta globale di GNL è superiore del 6% rispetto a quattro anni fa, mentre la capacità di importazione dell’Europa nordoccidentale è aumentata del 78%. Inoltre, la maggiore produzione di energia nucleare e rinnovabile e la contrazione dei consumi industriali e residenziali hanno ridotto strutturalmente la domanda di gas, che quest’inverno dovrebbe essere inferiore del 16% rispetto ai livelli precedenti alla crisi energetica.
Di conseguenza, anche il livello di riempimento necessario per affrontare l’inverno è diminuito rispetto al 2022. Nonostante tutte queste rassicurazioni per Goldman Sachs gli stoccaggi dell’Europa nordoccidentale potrebbero fermarsi al 63%, al di sotto anche della soglia ritenuta adeguata tenendo conto della minore domanda.
Gas, le conseguenze sull’inflazione e sui tassi
In questo scenario quanto può pesare il rincaro del gas sulle bollette e sulle decisioni sui tassi della Banca centrale europea da qui a fine anno?
“Dopo il raddoppio osservato durante l’estate, nelle ultime settimane le quotazioni del TTF hanno registrato un’ulteriore accelerazione, salendo fino a circa 88 euro per megawattora, equivalenti in termini energetici a circa 168 dollari per barile di petrolio. Un movimento che accresce ulteriormente i rischi inflazionistici per l’Eurozona, sia attraverso l’impatto diretto dell’energia sia attraverso possibili effetti di secondo livello”, ha commentato Filippo Casagrande, chief of investments di Generali Investments. “Queste pressioni si stanno già riflettendo sui dati di inflazione headline, tornata a salire sia negli Stati Uniti sia nell’Eurozona, con un tasso di crescita dei prezzi su base annua che si avvicina al 4%. La combinazione tra inflazione più persistente e dati macroeconomici ancora solidi ha quindi ridimensionato le aspettative di un allentamento monetario”.
Per Derek Halpenny e Lee Hardman, rispettivamente Head of Research Global Markets EMEA & International Securities e Senior Currency Analyst di MUFG, l’ultimo movimento del gas sta “accentuando i rischi di stagflazione per l’economia dell’area euro. I risultati dell’indagine PMI dell’area euro pubblicati alla fine della scorsa settimana hanno segnalato che lo slancio della crescita potrebbe essere sul punto di indebolirsi”.
Stoccaggi, l’Italia è più protetta della Germania
Se guardiamo al problema sotto il profilo della sicurezza degli approvvigionamenti italiani, ci sono buone ragioni per vedere il bicchiere mezzo pieno: gli stoccaggi nazionali superano il 90% della capacità, mentre il problema è molto più grave in Germania, dove i depositi sono fermi al 61,5%. Purtroppo questo non basta a mettere le bollette italiane al riparo dai rincari del gas sul mercato europeo.
Complessivamente, il simulatore di GasRadar, che sottopone le riserve europee a uno scenario di stress, indica al 60% la probabilità che gli stoccaggi scendano sotto la soglia del 30% entro il 1° aprile 2027 – una soglia critica, ma che consentirebbe comunque di non andare incontro a un esaurimento delle scorte.
Trader, non solo speculazione sul gas, ma anche sul carbone
Una delle conseguenze dei prezzi elevati non è necessariamente un ulteriore rincaro del gas, ma anche la virata verso alternative più “sporche” per la produzione di energia. Il carbone, tornato economicamente competitivo rispetto al gas, è andato a sua volta incontro a un forte rincaro negli ultimi mesi. Secondo Bank of America, il maggiore ricorso al carbone potrebbe alimentare anche la domanda di quote europee di emissione di CO₂ (EUA), spingendone il prezzo fino a 100 euro per tonnellata durante l’inverno. Gli analisti della banca americana prevedono, tuttavia, che la risoluzione del conflitto in Medio Oriente e l’entrata in funzione di nuovi progetti di GNL negli Stati Uniti possano successivamente favorire un ritorno alla generazione elettrica a gas, riducendo anche le emissioni del settore.
Se nel 2022 il picco dei prezzi arrivò prima dell’inverno, mentre le scorte europee si avvicinavano alla saturazione, oggi le riserve sono molto inferiori, ma anche la domanda e la capacità di approvvigionamento sono cambiate. Il risultato sarà un nuovo picco del gas? Come ha già ironizzato Bank of America: pregare per l’inverno caldo portato da El Nino non è una strategia. Né tanto meno una garanzia.


