La scommessa geopolitica di Donald Trump per contenere i prezzi energetici si sta spostando dall’Iran all’Ucraina, con un obiettivo dichiarato: far scendere il prezzo del gasolio. Un risultato che potrebbe aiutare i repubblicani a recuperare consensi in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Per ottenerlo, il presidente americano ha annunciato un accordo con Vladimir Putin per importare diesel russo, accompagnato da una presunta tregua negli attacchi alle infrastrutture energetiche tra Mosca e Kiev. Quest’ultima, tuttavia, non ha ancora trovato conferma sul terreno.
“Trump, sempre più in difficoltà nei sondaggi in vista delle ormai prossime elezioni di midterm, deve fare i conti soprattutto con l’inflazione”, ha dichiarato a We Wealth Marco Vailati, responsabile Ricerca e Investimenti di Cassa Lombarda. “Accanto a quella effettiva, pesa infatti l’inflazione percepita dai consumatori/elettori, fortemente influenzata dagli acquisti più frequenti. Tra questi, il carburante riveste un ruolo emblematico e ha raggiunto anche negli Stati Uniti livelli record. Da qui la ricerca di iniziative politiche in grado di attenuarne l’impatto”.
Per Gabriel Debach, market analyst di eToro, “con le elezioni di metà mandato ormai vicine, la politica estera rischia di diventare una questione sempre più distante dalle preoccupazioni quotidiane degli elettori americani. Alla pompa, però, il prezzo del diesel si vede ogni giorno. E attraverso trasporti, agricoltura e distribuzione finisce per pesare sull’inflazione. Un meccanismo che conosciamo bene anche in Europa, dove il costo della vita ha contribuito negli ultimi anni a erodere il consenso dei governi e ad alimentare la crescita delle forze politiche di protesta”.
Trump, ha aggiunto Debach, “sembra quindi intenzionato a privilegiare un alleggerimento dei prezzi energetici, anche a costo di entrare in contrasto con la strategia ucraina ed europea”.
Diesel russo negli Usa: perché l’accordo potrebbe non bastare
Vari esperti del mercato energetico dubitano che l’accordo per la fornitura immediata di 300mila tonnellate di diesel russo, cui seguirebbero ulteriori tranche per complessivi 4,5 milioni di tonnellate, possa fare una differenza significativa sui prezzi internazionali del gasolio.
“È un po’ come spostare le sedie a sdraio sul Titanic”, ha dichiarato all’Associated Press Michael Lynch, distinguished fellow dell’Energy Policy Research Foundation, centro di ricerca indipendente specializzato in energia ed economia. “Se acquistiamo diesel dalla Russia, significa sostanzialmente che i suoi clienti attuali non lo riceveranno e dovranno procurarselo altrove. Di conseguenza, i prezzi rimarranno più o meno dove sono adesso”.
Il problema, insomma, è che le forniture dirette agli Stati Uniti non rappresentano necessariamente un aumento dell’offerta globale, ma potrebbero tradursi in una redistribuzione dei flussi commerciali già esistenti.
“Dalle sanzioni che limitavano il commercio dei prodotti russi si passa all’impegno di Mosca a immettere sul mercato mondiale quantità progressivamente crescenti della propria produzione di diesel”, ha commentato Vailati. “L’annuncio ha ricevuto grande enfasi, coerentemente con l’obiettivo politico perseguito, ma nella sostanza non rappresenta un vero ‘game changer’, pur contribuendo a migliorare il quadro. L’intesa, infatti, non elimina le oggettive limitazioni tecniche e il suo impatto concreto appare contenuto. I volumi sono stati comunicati in tonnellate mensili, ma la loro conversione in barili al giorno ne rende più evidenti i limiti”.
“Prima della guerra la Russia produceva circa 1,8 milioni di barili al giorno, metà dei quali destinati all’esportazione, a fronte di un consumo mondiale di circa 30 milioni di barili al giorno”, ha ricordato Vailati. “Ne consegue che l’impatto quantitativo dell’accordo sarà minimo nel breve periodo e resta incerto nel lungo termine”.
Anche secondo Debach, “l’accordo tra Trump e Putin ha, almeno per il momento, un peso politico superiore a quello energetico. Le oltre 300.000 tonnellate di diesel annunciate nell’immediato equivalgono a circa 2,25 milioni di barili, meno di una giornata di consumo americano. Numeri ‘modesti’, ma che possono, almeno nel breve, allentare le pressioni sui prezzi”.
Nel frattempo, ha osservato l’analista, anche l’Agenzia internazionale dell’energia sta sollecitando un’accelerazione del rilascio delle riserve strategiche, privilegiando proprio il diesel. Un segnale di quanto sia diventata critica la disponibilità di prodotti raffinati, anche a causa delle interruzioni dei traffici energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.
La prima reazione dei mercati è stata favorevole, ma di breve durata. Lunedì mattina le quotazioni europee del diesel sono diminuite del 5%, prima di recuperare parte delle perdite. Il Brent, dopo un iniziale ribasso, ha invece invertito la rotta, tornando intorno ai 107 dollari al barile.
La vera partita energetica si gioca sulle raffinerie russe
L’elemento potenzialmente più rilevante della svolta americana, tuttavia, potrebbe non essere l’accordo commerciale con Mosca, bensì la pressione esercitata sull’Ucraina affinché interrompa gli attacchi contro le raffinerie russe.
Le conseguenze sul mercato energetico potrebbero essere “importanti”, ha spiegato Debach, “soprattutto se le pressioni su Zelensky dovessero tradursi in una riduzione degli attacchi alle raffinerie russe. Gli attacchi ucraini stanno compromettendo la capacità produttiva di Mosca e, in un mercato già sotto pressione per la crisi iraniana, anche una ripresa parziale della raffinazione russa potrebbe contribuire ad allentare le tensioni sui prezzi”.
Dietro la svolta di Trump sull’Ucraina
La decisione di Trump di riaprire alle importazioni di diesel russo ha già suscitato forti reazioni negli Stati Uniti. Un gruppo bipartisan di senatori ne ha contestato la legalità sulla base di una legge del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici dalla Russia. Secondo i parlamentari, l’amministrazione non avrebbe consultato il Congresso né presentato le giustificazioni richieste dalla normativa per autorizzare una deroga.
Ma le implicazioni politiche della svolta americana vanno oltre il commercio energetico e investono i rapporti tra Washington, Kiev e gli alleati europei. Gli Stati Uniti stanno pagando sul fronte energetico le conseguenze di un conflitto mediorientale nel quale l’Europa ha scelto di non affiancare militarmente Washington, pur continuando a chiedere sostegno americano all’Ucraina, ha dichiarato l’analista di eToro. Una mancanza di reciprocità che avrebbe contribuito al cambio di strategia di Trump nei confronti di Mosca e Kiev.
Mentre Washington intensifica le pressioni su Zelensky, “l’Europa continua a fare quadrato attorno a Kiev, ma per i mercati conta soprattutto ciò che accadrà sul terreno. La tregua energetica annunciata da Trump non ha ancora prodotto un accordo verificabile e gli attacchi russi alle infrastrutture ucraine sono proseguiti. Senza reciprocità, difficilmente Kiev rinuncerà stabilmente a colpire le raffinerie russe”, ha concluso Debach.
Il rischio, dunque, è che il prezzo politico delle concessioni a Mosca si riveli superiore ai benefici energetici effettivamente ottenuti. Come ha osservato l’analista, “il rischio è che Washington finisca per allentare la pressione economica su Mosca senza ottenere un recupero duraturo dell’offerta”. Proprio il fattore che potrebbe contribuire a riportare stabilmente sotto controllo i prezzi dei carburanti.

