Con oltre 3,3 miliardi di euro in gestione e un tasso di adesione vicino all’85% degli attivi del settore elettrico, FOPEN – fondo pensione negoziale di categoria – rappresenta un osservatorio privilegiato sulla previdenza complementare. Nell’intervista a Umberto Pisanti, presidente del fondo, emergono numeri solidi ma anche sfide aperte: dalla frammentazione produttiva ai nodi di portabilità e silenzio assenso, il futuro della previdenza negoziale chiama scelte strutturali e una visione di sistema.
Negli ultimi anni i mercati hanno attraversato fasi molto diverse, tra forti rialzi e momenti di forte incertezza. Quando si investe per la previdenza, quanto conta la capacità di attraversare scenari complessi rispetto alla ricerca di rendimento nel breve periodo?
È un problema relativo per un Fondo Pensione: l’orizzonte temporale è sempre ampio, aver trovato la giusta dimensione nel disegnare il fabbisogno previdenziale consente di orientare le decisioni senza le ansie del rendimento dietro l’angolo. Però è vero che i cicli economici sono diventati sincopatici incidendo sulla volatilità, quindi nel settore della previdenza l’occhio rimane attento sui fondamentali.
La previdenza complementare sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel sistema Paese. Dal suo punto di vista, come si bilanciano la tutela degli iscritti e il contributo che un fondo pensione può dare all’economia reale?
La scommessa dei nostri tempi è di fare intendere che la previdenza complementare è parte del Sistema, solo con tale consapevolezza possiamo tenere insieme il fine degli iscritti con il più generale interesse del Paese, al quale è oramai chiaro che gli Investitori Istituzionali vogliono partecipare.
Negli ultimi anni l’asset allocation dei grandi investitori istituzionali si è fatta più articolata. Come sta evolvendo l’approccio di FOPEN tra strumenti tradizionali e asset class alternative?
Fopen ormai dal 2018 ingloba stabilmente alternativi di ogni tipologia e partecipando a iniziative di sistema. Teniamo insieme asset tradizionali in percentuali maggioritarie con i rischi di illiquidità tipici degli alternativi, diversificando ampiamente categoria merceologica e aree geografiche, con soddisfazione. Guardiamo con interesse ai nuovi prodotti semiliquidi, che peraltro vengono proposti con caratteristiche sempre più flessibili e stanno prendendo spazi nelle strategie dei Fondi. Se devo dire, penso che i patrimoni dei Fondi che crescono continuamente, necessitano di qualche slancio, per esempio mancano le commodities con tutto il loro portato di ciclicità e di articolazione gestionale, però è un asset di cui sarà inevitabile non interessarsi, ma anche solo per dire che abbiamo decorrelato fino ai minimi termini, per cui lo valuteremo.
FOPEN nasce nel settore elettrico, oggi al centro di transizione energetica e grandi investimenti infrastrutturali. Quanto conta, nelle vostre scelte di investimento, la coerenza tra il mondo di riferimento degli iscritti e i progetti finanziati dal capitale previdenziale?
I temi della sostenibilità e della transizione sono definitivamente introiettati nei sentimenti della popolazione attiva, tra i giovani soprattutto ed è un dato incontrovertibile; una comunicazione efficace e una condivisione di massima sugli obbiettivi che ci si prefigge consente all’aderente di Fopen di comprendere come tenere insieme investimenti, sostenibilità e percezione di sé e della propria attività nel contesto, direi europeo.
Uno dei grandi nodi della previdenza complementare resta il passaggio dalla fase di accumulo a quella di erogazione. Quali sono, secondo lei, le condizioni perché la rendita previdenziale diventi davvero una risposta credibile alle esigenze degli iscritti nei prossimi decenni?
Finalmente gli ultimi provvedimenti in finanziaria segnano un’attenzione finora ricercata dai Fondi pensione: la vera chiave di volta è la flessibilità di scelta tra capitale, rendita canonica e a durata definita. Se la previdenza complementare è volontaria, lasciare libertà di scelta è un fattore realmente incentivante alle nuove iscrizioni, a volte frenate anche da questa domanda irrisolta.
Le recenti novità normative in materia di previdenza complementare dal rafforzamento del silenzio-assenso, alla maggiore flessibilità nelle modalità di uscita, fino alla portabilità del contributo datoriale, puntano a favorire l’adesione e a rendere il secondo pilastro più attrattivo. Dal punto di vista di un fondo pensione negoziale, si tratta di interventi sufficienti per colmare il gap previdenziale o restano ancora nodi strutturali da affrontare?
Dico con amarezza che la politica rinuncia colpevolmente di comprendere la vera essenza della pensione di scorta: il silenzio assenso va esteso a tutti, a qualunque costo, perché le aziende hanno definitivamente frastagliato i processi produttivi e le piccole imprese resistono all’adesione ai Fondi; la portabilità della posizione al mondo della “previdenza aperta” snatura profondamente la previdenza negoziale, che non è ricchezza né risparmio, è remunerazione del lavoro che diventa pilastro sociale del “sistema”. Aggiungo che l’adozione della tassazione in stile europeo che prevede l’imposizione fiscale finale dei rendimenti per lasciare montanti più elevati (anche più tasse quindi) sarebbe il vero impegno istituzionale verso una previdenza del terzo millennio. Mi piace perciò rilanciare ogni tanto l’idea degli Stati Generali della previdenza complementare, in cui fondere gli interessi di tutti per una reale prospettiva di Paese.
