La versione politicamente corretta quando si deve pianificare la pensione è sempre la stessa: serve inserire il giusto profilo di rischio per ottenere risultati soddisfacenti. Il che, nella gran parte dei casi, significa avere in portafoglio una quota sufficiente di azioni. La parte meno raccontata, però, è un’altra: anche il prodotto conta. Non è solo una questione di comparto.
Infatti, se si mettono a confronto i migliori fondi pensione per rendimento consolidato negli anni con i peggiori sul mercato, la disparità è molto più ampia di quanto suggeriscano le percentuali. Ma solo una simulazione numerica permette di coglierne le conseguenze reali. Per farlo abbiamo proiettato su trent’anni i rendimenti registrati dalla Covip nel decennio compreso fra il 2015 e il 2024, immaginando di aver investito 5.000 euro all’anno. Una forzatura che non serve a prevedere il futuro quanto a mostrare gli effetti concreti di un divario tra prodotti – un aspetto che la stessa Commissione europea ha iniziato a ritenere problematico.
In questa simulazione le differenze emergono con una chiarezza brutale: il divario nel capitale finale tra il miglior prodotto previdenziale nel comparto azionario e il peggiore, considerando solo fondi aperti e Pip (non i fondi negoziali), supera i 490mila euro. Per la precisione, 210.734 contro 701.284 euro, a fronte di 150mila euro versati nel corso degli anni. Tradotto in rendita, ipotizzando un’erogazione su 15 anni di pensione, significa passare da circa 14mila euro annui a oltre 46.700 euro: una distanza abissale, non solo sulla carta ma nello stile di vita.
Se si sposta l’analisi sui fondi pensione e Pip bilanciati, i risultati diventano meno estremi ma restano indicativi: il miglior prodotto in questo comparto, mediamente più prudente, porta il capitale finale da 150.000 a 286.402 euro, mentre il peggiore lo fa diminuire a 134.450 euro (una perdita nominale). E’ giusto sottolinearlo: nell’ultimo decennio rilevato dalla Covip, i fondi bilanciati peggiori hanno generato ritorni negativi, erodendo di fatto il capitale, senza neppure considerare l’effetto dell’inflazione. E’ l’effetto collaterale dei portafogli prevalentemente obbligazionari il cui valore è stato sbriciolato dal rialzo dei tassi seguito alla crisi energetica post-Ucraina. Anche in termini di rendita su 15 anni il divario resta evidente: circa 19.093 contro 8.963 euro annui.
Una parte di queste differenze nel capitale finale può essere ricondotta a caratteristiche specifiche dei prodotti. Ad esempio, il Pip che risulta tra i peggiori nel comparto azionario indica nel nome un focus sulle azioni europee, scelta che ha escluso i rendimenti particolarmente elevati messi a segno dall’azionario americano nel periodo 2014-2024. Il miglior Pip azionario, al contrario, presenta una forte esposizione agli Stati Uniti. Anche adottando un approccio più convenzionale, ad esempio confrontando il primo quintile con l’ultimo, i risultati sarebbero meno estremi ma confermerebbero comunque la stessa conclusione: alla luce di performance (e costi) molto diversi all’interno dell’offerta disponibile il risparmiatore farebbe bene a guardare con attenzione la storia dei prodotti che sceglie per la propria pensione. L’idea che possa essere il proprio consulente a fare questa ricognizione autonoma rischia di essere utopica.
Difficilmente ci si può aspettare questa comparazione e selezione, se il professionista percepisce retrocessioni, e quindi aumenta i propri ricavi, solo se riesce a raccomandare determinati prodotti. È l’elefante nella stanza e rappresenta, probabilmente, uno dei motivi per cui strumenti poco performanti riescono a restare sul mercato della previdenza integrativa nonostante i problemi: la raccomandazione incentivata genera domanda per prodotti che, in assenza di asimmetrie informative, avrebbero difficoltà a sopravvivere.
A suggerire implicitamente questo tema è stato, nel corso di ConsulenTia 2026, anche Mario Nava, direttore generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione della Commissione europea: “In alcuni casi i prodotti di terzo pilastro offerti ai clienti non sono semplicemente adeguati”, ha osservato, citando fondi pensione aperti “che applicano commissioni dell’ordine di 150 punti base l’anno per investire in ETF. Com’è possibile?”.
Lo scorso novembre la Commissione europea ha presentato la proposta di riforma del Pan-European Personal Pension Product, che per la prima volta consentirebbe ai risparmiatori di trasferire i capitali investiti in altri prodotti di previdenza complementare verso un nuovo Pepp, senza perdere le agevolazioni fiscali nazionali attualmente riservate ai fondi pensione nazionali. Con il nuovi Pepp gli Stati membri sarebbero chiamati a riconoscere i benefici anche ai fondi domiciliati altrove, con un chiaro incremento di concorrenza. Non solo: verrebbe introdotto anche un Pepp “basic”, la cui distribuzione non prevedrebbe più la mediazione di un consulente, con l’obbligo di investire il 95% dei capitali in strumenti semplici come azioni e obbligazioni quotate, strumenti monetari e fondi aperti non complessi.
È presto per dire se un prodotto previdenziale paneuropeo rappresenterà la risposta giusta, dal momento che l’acquisto di soluzioni di previdenza complementare continua a essere guidata dall’offerta. Ma la domanda che resta sul tavolo è già chiara, e ancora troppo poco discussa: per costruire una sicurezza finanziaria non conta solo se aprire un fondo pensione, ma quale.
Articolo tratto dal numero di We Wealth, Maggio 2026

