Qual è il rischio che conta davvero quando si investe? Nel mondo reale, la risposta a questa domanda cambia radicalmente a seconda dell’orizzonte temporale e dell’obiettivo. Nel mondo delle regole, invece, spesso non cambia affatto. Così può accadere che un investitore profilato come “prudente” non possa accedere a un fondo pensione azionario — neanche se ha 25 anni e davanti a sé altri 40 o 45 anni di vita lavorativa. Eppure, qualcosa si sta muovendo.
L’introduzione dell’iscrizione automatica alla previdenza complementare, prevista dalla Legge di Bilancio 2026, manda segnali chiari: la previdenza privata non è più opzionale, ma sempre più necessaria per garantire stabilità futura. E soprattutto introduce un principio chiave: l’approccio life cycle, con una maggiore esposizione all’azionario nelle fasi iniziali e una progressiva riduzione del rischio in prossimità della pensione.
La pianificazione finanziaria per obiettivi è da tempo al centro del dibattito nella consulenza evoluta. Tradurla in pratica, però, richiede un cambio di paradigma. “Non bisogna più concentrarsi esclusivamente su rendimento e profilo di rischio, come avviene nel questionario Mifid, ma allargare lo sguardo”, spiega a We Wealth Filippo Battistini, Head of Third Party Business Development Italy di Allianz Global Investors.
“Si parte dall’identificazione di un obiettivo e del relativo orizzonte temporale. Questo cambia completamente la prospettiva: significa inserire in portafoglio una quota maggiore di asset rischiosi — in primis l’azionario — che nel medio-lungo periodo ha storicamente offerto i migliori risultati. Se a questo si aggiunge l’effetto dell’interesse composto, si ottiene un potente motore di performance”.
La previdenza è il caso emblematico di questo approccio: costruire una rendita futura implica accettare più rischio nelle fasi iniziali, per poi ridurlo progressivamente nel tempo. Esattamente la logica adottata dal legislatore. Il problema è che la Mifid resta ancorata a una definizione statica di rischio. “Non è affatto allineata al goal-based investing, anzi: l’impostazione del questionario può risultare penalizzante, soprattutto per un investitore giovane con bassa propensione al rischio. In questi casi si rischia di compromettere l’accumulo nel lungo periodo”, osserva Battistini.
Un paradosso evidente: evitare volatilità oggi può tradursi in un rischio molto più concreto domani — quello di una pensione insufficiente.
Su questo punto converge anche Paolo Fumo, direttore commerciale di Cnp Vita Assicura: “Nel lungo periodo, il tempo riduce il rischio: su un piano di 30-35 anni, non assumere rischio significa perdere opportunità. Nelle fasi iniziali il rischio dovrebbe essere anche molto elevato, ad esempio con una componente azionaria dell’80%. Poi, avvicinandosi alla pensione, si riduce. La previdenza non è un investimento a breve termine: è qualcosa che devi quasi dimenticare per 30 anni”.
Il vero problema, però, è culturale. “La longevità è un ‘rinoceronte bianco’: un evento certo, negativo, che sai che arriverà anche se per ora è lontano”, spiega Fumo. “Le sfide del welfare legate all’invecchiamento non sono un rischio, ma una certezza. Eppure l’italiano tende a non reagire, anche quando vede il problema arrivare”.
A lungo, va detto, anche l’industria ha contribuito a questo ritardo. “La previdenza complementare è stata spesso trascurata, anche perché meno remunerativa rispetto ad altri prodotti”, ammette Battistini. “C’è anche un problema di percezione: molti non realizzano che la pensione pubblica coprirà probabilmente solo il 50-60% dell’ultimo reddito”. Questo ha limitato la diffusione degli strumenti previdenziali, nonostante il bisogno crescente.
Eppure, per raggiungere davvero il pubblico, il ruolo della rete distributiva resta centrale: senza consulenza, anche i migliori strumenti faticano a emergere. Il tema non è solo culturale, ma anche di offerta. “Oggi abbiamo una forte polarizzazione”, osserva Battistini. “Da un lato prodotti con costi molto bassi ma margini limitati per l’industria, dall’altro fondi pensione aperti e PIP distribuiti da banche e assicurazioni con costi elevati, che possono risultare inefficienti nel lungo periodo”.
Serve quindi una via di mezzo: un equilibrio tra qualità delle strategie e sostenibilità dei costi.
Non a caso, anche il dibattito europeo sul Pepp si è riaperto: la prima versione dello strumento non ha sviluppato un’offerta proprio a causa di vincoli troppo stringenti, incluso un severo tetto ai costi, e la Commissione è intervenuta per rivederne l’impostazione.
C’è poi un altro fattore strutturale: il cambiamento sociale. “Non saremo più una società familiare, ma sempre più individualistica”, sottolinea Fumo. “Entro il 2040 il 40% della popolazione sarà single. Il vero problema non sarà tanto il welfare pubblico, quanto quello familiare”. In questo contesto, cresce il ruolo delle coperture per la non autosufficienza. Ma anche qui emergono limiti. “Serve un salto di qualità: consulenti e clienti iniziano a essere più consapevoli, ma spesso si bloccano perché alcuni prodotti non sono stati progettati davvero per rispondere ai bisogni reali. Non puoi permetterti di essere scoperto proprio quando serve”.
Soluzioni che integrano previdenza e protezione — come le coperture per la non autosufficienza (long-term care) nei fondi pensione o nei PIP — esistono già. Il problema è un altro: la consapevolezza. “In passato molte esigenze erano coperte dalla famiglia, ma questo modello sta venendo meno”, conclude Battistini. “Quando emergerà chiaramente che queste coperture sono necessarie, verranno sempre più integrate nei prodotti previdenziali. Inserirle non è complesso: il vero limite è culturale”.

