Google e Amazon saranno le banche del futuro?

Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri
22.6.2021
Tempo di lettura: 7'
Per Marco Giorgino, responsabile scientifico dell'Osservatorio fintech & insurtech del Politecnico di Milano, le Big tech non scenderanno mai in campo per presidiare questo mercato, a causa dei pesanti adempimenti di compliance e regolamentari. Più probabile “una logica di collaborazione con alcuni pochi, grandi, efficienti, digitali, player tradizionali"

Negli ultimi anni, l’industria dei servizi finanziari si è interrogata sui rischi del possibile ingresso nel mercato dei grandi operatori tecnologici globali

Secondo una ricerca condotta da Scratch sui millennial americani, Il 73% degli intervistati ha dichiarato che sarebbe più attratto da una nuova offerta di servizi finanziari da parte di player come Google, Amazon e Apple piuttosto che da parte di una delle principali banche tradizionali

La rivalità tra i due mondi sembra lasciare spazio a opportunità di partnership stategica. Solo gli operatori bancari più innovativi, però, potranno giocare questa partita

Amazon, Google, Facebook &co: le big tech possono prendere il posto delle banche sistemiche? La domanda si fa sempre più insistente, ma la risposta non è così univoca. Un fatto è certo: negli ultimi anni i colossi tecnologici sono entrati a gamba tesa in un mercato che sembrava inespugnabile, scardinando l'equazione finanza uguale banca. Amazon ha aperto le danze con il lancio nel 2007 di Amazon Pay. Ma il gigante dell'e-commerce non si è fermato ai pagamenti digitali. Nel 2011 è entrato nel segmento dei prestiti con Amazon Lending, offrendo un canale di finanziamento alle pmi che vendono i loro prodotti sulla piattaforma. Le altre big hanno seguito a ruota, mettendo a punto le loro rispettive soluzioni di pagamento: Google Pay, Facebook Pay e Apple Pay. Nel 2019 il colosso di Cupertino ha anche introdotto la propria carta di credito, Apple Card. E poi c'è Ant Group, il colosso dei pagamenti di Alibaba, che su ordine delle autorità di Pechino dovrà ristrutturarsi diventando una holding finanziaria soggetta alla regolamentazione della banca centrale cinese. L'appeal di questi player nei confronti dei consumatori è forte, soprattutto per le generazioni native digitali. Stando a una ricerca condotta dalla società di consulenza Scratch sui millennial americani, Il 73% degli intervistati ha dichiarato che sarebbe più attratto da una nuova offerta di servizi finanziari da parte di player come Google, Amazon e Apple piuttosto che da parte di una delle principali banche del proprio paese e il 33% crede che non avrà mai bisogno di un istituto bancario.
È lecito innanzitutto domandarsi cosa abbia spinto questi colossi a mettere piede nel mondo della finanza. “C'è da premettere che l'ingresso delle big tech nei servizi finanziari è un fenomeno non omogeneo a livello globale, è molto presente soprattutto in alcune aree come gli Stati Uniti e l'Asia, un po' meno, ma in crescita, in Europa” spiega a We Wealth, Marco Giorgino, responsabile scientifico dell'Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano. A detta di Giorgino, sono due le principali motivazioni che rendono il settore particolarmente attrattivo per le big tech. La prima è di natura economica. “Il fatto di proporsi come provider di servizi finanziari risponde a una logica di risultato, ovvero quella di poter intercettare margini importanti e che rappresentano una fetta di una torta molto grande. Penso alle commissioni per i servizi di pagamento, la gestione del risparmio o la vendita di soluzioni assicurative”. La seconda, ancora più importante, riguarda la profilazione dei clienti e più precisamente la possibilità per le big tech di entrare in possesso di un grande patrimonio di dati e informazioni finanziarie, finora appannaggio dei player bancari tradizionali. “Prendiamo per esempio Amazon. Conosce molte delle nostre abitudini, dei nostri desideri, dei prodotti che ci possono servire. Entrare nei servizi finanziari vuol dire andare ad acquisire non solo dati comportamentali ma anche dati che riguardano cosa siamo da un punto di vista finanziario: quanto guadagniamo, quanto spendiamo e su cosa spendiamo...”.

Rispetto alle banche, i colossi tecnologici presentano importanti vantaggi competitivi. In primis, spiega Giorgino, la “fruibilità dei servizi”, intesa come facilità, velocità e user experience dei processi e dei servizi offerti, caratteristiche ricercate soprattutto da una clientela millennial. A questo si aggiunge “una capacità finanziaria e organizzativa che hanno poche banche a livello mondiale. Basti pensare che gli utili netti di un anno di Apple sono superiori alla capitalizzazione della quasi totalità delle banche italiane”. Infine, la capacità di estrarre valore dai dati. “Non è solo un tema di disponibilità dei dati, ma di monetizzazione di queste informazioni. Le big tech hanno una cultura del dato nativa e sicuramente più sviluppata delle banche, con tecnologie, capacità di calcolo e storage di dati estremamente evolute”. Nonostante questi aspetti siano evidentemente importanti, la partita non è da considerarsi chiusa. Gli istituti di credito hanno infatti dalla loro parte una serie di asset. “Quando penso ai punti di forza delle banche penso alle competenze specialistiche presenti all'interno di questi business, necessarie per operare in un settore così regolamentato” spiega Giorgino, citando come ulteriori leve competitive l'ampia base clienti di cui godono alcuni grandi player bancari e il trust nel brand. Su questo ultimo punto, a detta di Giorgino, le banche possono per il momento essere considerate in vantaggio rispetto ai giganti della tecnologia. “Quando parliamo di gestione del risparmio o di mutui, la fiducia dei clienti verso il sistema bancario è ancora forte”. Tuttavia, avverte il direttore dell'Osservatorio, “non basterà il brand a tutelare il posizionamento competitivo dei player tradizionali, che dovranno necessariamente evolversi digitalmente per restare sul mercato”.

Alla luce dello scenario delineato, gli incumbent devono realmente guardare alle big tech come rivali o, al contrario, è logico considerarle come potenziali partner? Per Giorgino il tema è ancora irrisolto. Se inizialmente, come nel caso di banche e fintech, si è pensato che ci fosse una grande rivalità tra questi mondi, oggi vediamo sempre più spesso queste due realtà interagire e collaborare tra di loro. “Diverse grandi banche hanno capito che, anziché aspettare la concorrenza di questi operatori, si possono proporre per poter fare del business insieme” afferma il direttore dell'Osservatorio, facendo riferimento tra i tanti esempi alle soluzioni di finanziamento messe a disposizione di chi vuole comprare un computer sull'Apple Store, che in Italia sono fornite da Banca Ifis. Anche oltreoceano gli esempi non mancano di certo, come la già citata Apple Card, lanciata dal colosso di Cupertino in partnership con Goldman Sachs.

Di fronte a queste considerazioni, resta quindi da chiedersi se Google e Amazon possano davvero diventare banca del futuro. “Non credo” dichiara Giorgino. “Per essere una banca ci sono una serie di adempimenti di compliance e regolamentari, che non penso che i grandi operatori tecnologici vorranno mai presidiare. Hanno tante di quelle risorse che se avessero voluto diventare una banca lo avrebbero già fatto. Credo molto di più in una logica di collaborazione con alcuni pochi, grandi, efficienti, digitali, operatori tradizionali che potranno fare business insieme ai grandi operatori tecnologici. Sarà vedere quale modello emergerà ma ritengo che sia difficile immaginare che un giorno Google sarà anche la nostra banca, ma mai dire mai”.

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