“Abbiamo sovraperformato i target e scelto di alzare l’asticella». Nelle parole di Lucio Izzi, amministratore delegato di Gruppo Banca Finint, c’è il senso di un passaggio che va oltre l’aggiornamento formale del Piano strategico.
Il gruppo ha chiuso il 2025 con il miglior risultato della propria storia e ha deciso di estendere l’orizzonte industriale al 2027, fissando obiettivi più ambiziosi su ricavi, masse, redditività e solidità patrimoniale.
Il comunicato approvato il 24 marzo 2026 restituisce la fotografia di una banca che cresce con intensità e, soprattutto, con equilibrio: margine di intermediazione a 161,7 milioni di euro in aumento del 13%, commissioni nette a 115,5 milioni pari al 71% del margine, utile netto a 31 milioni in crescita dell’89%, Aum in gestione e consulenza a 13,7 miliardi, Rote al 22% e Cet1 al 16,8%. In parallelo, il gruppo ha completato in soli quattro mesi la fusione di Finint Private Bank nella capogruppo e ha avviato un piano pluriennale di investimenti in tecnologia da oltre 30 milioni di euro.
È su questa dinamica che We Wealth ha intervistato Izzi, poiché la traiettoria di Banca Finint solleva una questione che riguarda da vicino il mercato del wealth management. In una stagione di consolidamento bancario, la vera differenza la farà la scala oppure la capacità di restare specialisti senza restare piccoli?”
Perché aggiornare il Piano al 2027?
«L’estensione del Piano strategico al 2027 nasce da un dato semplice: nel 2025 abbiamo superato gli obiettivi fissati sul precedente orizzonte e questo ci consente di alzare l’ambizione su basi molto concrete. Non è una revisione formale, ma la conseguenza di risultati che hanno confermato la solidità del modello in un contesto macroeconomico complesso.
I nuovi target riflettono questa impostazione: ricavi pari o superiori a 185 milioni di euro, Cagr del 10%, Aum in gestione e consulenza a 15 miliardi, Rote intorno al 20%, Cost income ratio sotto il 76% e Cet1 sopra il 16%. Le direttrici di crescita sono chiare: rafforzamento delle attività core, sviluppo dei business specialistici, crescita dell’asset management, ulteriore spinta sul wealth management, apertura internazionale e accelerazione della trasformazione tecnologica. Il punto, per noi, non è crescere di più. È crescere in modo sostenibile nel lungo termine».
Che cosa cambia nel nuovo consolidamento bancario?
«La nuova stagione di consolidamento nel sistema bancario italiano ed europeo rende il mercato più competitivo, ma non riduce il valore della specializzazione. Semmai lo accentua. I grandi gruppi cercheranno massa critica, sinergie e capacità distributiva. Noi vediamo però uno spazio molto rilevante per operatori come il nostro, capaci di presidiare attività ad alta complessità e alto contenuto consulenziale. È qui che si colloca Gruppo Banca Finint. Il nostro posizionamento si fonda su competenze distintive nel corporate & investment banking, nel wealth management, nell’asset management e nella finanza strutturata.
Questo si riflette nella qualità dei ricavi: a fine 2025 le commissioni nette sono salite a 115,5 milioni di euro e rappresentano il 71% del margine di intermediazione. È un dato centrale, perché descrive un modello fondato sui servizi e ben diversificato. Oltre l’80% delle commissioni proviene da attività ricorrenti come cartolarizzazioni, asset management, private banking e Npe. In questo scenario il nostro ruolo può essere quello di una banca specializzata, con velocità di execution, competenze verticali e capacità di offrire soluzioni sofisticate senza perdere disciplina industriale.»
Perché partire dal Lussemburgo?
«Il Lussemburgo è il primo passo del nostro percorso di internazionalizzazione e ha per noi un valore molto preciso. Non è un presidio simbolico, ma una piattaforma abilitante per portare su scala europea competenze che abbiamo già consolidato in Italia. La recente autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in Lussemburgo segna un primo milestone del processo di apertura ai mercati esteri e ci consente di proiettare ufficialmente la nostra vocazione specialistica su un perimetro paneuropeo.
Il progetto è stato concepito in modo graduale e strutturato, integrato con processi, competenze e infrastrutture operative del gruppo, in un’ottica di efficienza, controllo e scalabilità. Il punto è questo: competere all’estero non cercando di imitare i grandi player generalisti, ma valorizzando un modello specialistico che ha già dimostrato di funzionare.»
Quanto pesa la leadership nelle cartolarizzazioni?
«Pesa molto, perché rende credibile l’espansione internazionale. La nostra forza non nasce da una promessa, ma da una leadership costruita nel tempo in uno dei business più specialistici del mercato. È su questo tipo di competenze che vogliamo costruire la dimensione internazionale del gruppo. Il Lussemburgo, in questa prospettiva, non è una deviazione strategica ma l’estensione naturale di un know how che ha già consistenza industriale, standard operativi elevati e una riconoscibilità chiara. La nostra ambizione è portare all’estero ciò che sappiamo fare meglio, non disperdere il focus.»
Da dove arriva la raccolta netta a 619 milioni?
«La crescita della raccolta netta della divisione Wealth management & Private banking, salita a 619 milioni di euro dai 481 milioni del 2024 con un incremento del 29%, nasce dalla combinazione di due fattori che si rafforzano a vicenda: qualità della rete ed effetto industriale dell’integrazione nella capogruppo. Sarebbe sbagliato attribuire tutto a una sola leva. La rete resta decisiva, perché lavora con un livello elevato di qualità consulenziale e indipendenza nel modello di distribuzione. Ma la fusione di Finint Private Bank nella capogruppo ha aumentato la nostra capacità di offrire soluzioni più integrate, più distintive e con una execution più rapida.
Questo si vede anche nella qualità della raccolta. Il modello di consulenza evoluta è arrivato a incidere per il 45% sugli asset in gestione, mentre a fine 2025 la rete contava oltre 180 financial advisor presenti sul territorio. Per noi il dato dei 619 milioni non è solo una performance commerciale. È la dimostrazione che quando qualità della consulenza e integrazione delle competenze procedono insieme, il wealth management diventa più forte.»
Che cosa vedranno banker e clienti nei prossimi mesi? Che impatto avranno gli investimenti in tecnologia che avete varato?
«Gli investimenti tecnologici non sono pensati per produrre effetti lontani. Il primo cambiamento concreto riguarderà infrastruttura, sicurezza ed esperienza. Abbiamo deciso di investire molto partendo dalla base, aumentando i livelli di protezione in risposta ai rischi crescenti legati alla cyber security e allineando i nostri data center agli standard più elevati oggi disponibili in Italia, nell’interesse dei clienti e della tutela dei dati che custodiamo. È quindi un investimento sull’infrastruttura e sulle reti di comunicazione.
In parallelo stiamo ripensando integralmente il modello di interazione e l’esperienza dei clienti su base digitale. Nei prossimi mesi banker e clienti inizieranno a vedere processi più fluidi, interazioni più semplici e una relazione più lineare. La tecnologia, per noi, deve liberare tempo di qualità per i consulenti, così da concentrare ancora di più il loro lavoro sulla comprensione dei bisogni e sulla costruzione di soluzioni di valore nel lungo termine. Il cliente si accorgerà che Finint è cambiata perché vivrà un servizio più semplice, più sicuro e più coerente con un posizionamento di fascia alta.»
Quanto conta l’esecuzione nella trasformazione?
«Conta quanto il capitale investito, forse di più. La trasformazione non è solo un tema di budget o di piattaforme. È un tema di execution e di cultura organizzativa. Abbiamo rafforzato questo percorso elevando la componente IT a pilastro strategico della trasformazione digitale, anche grazie all’acquisizione di Finint Technology, oggi competence center del gruppo per garantire una governance coerente dell’innovazione.
In parallelo, abbiamo promosso una cultura dei dati e una logica di sperimentazione applicata ai processi di business. Per una banca come la nostra, che vuole crescere senza perdere qualità del servizio, questo è un passaggio decisivo. La tecnologia da sola non basta. Deve tradursi in efficienza, velocità, qualità della consulenza e maggiore capacità di relazione.»
Che cosa dice questa strategia ai wealth manager?
«Dice che nel wealth management non basterà più scegliere tra scala e specializzazione. Bisognerà tenere insieme entrambe, dentro una piattaforma coerente. I numeri del 2025 lo mostrano con chiarezza: utile netto a 31 milioni, Aum a 13,7 miliardi, raccolta netta wealth e private a 619 milioni, commissioni nette a 115,5 milioni, Rote al 22% e Cet1 al 16,8%. Per i wealth manager questo significa una cosa molto precisa: il vantaggio competitivo non dipenderà soltanto dall’ampiezza dell’offerta o dalla forza commerciale, ma dalla capacità di integrare consulenza, fabbrica prodotto, tecnologia ed execution in un’unica architettura di valore. È lì che si misurerà la differenza tra crescita tattica e crescita strutturale. Noi crediamo che il mercato premierà sempre di più chi saprà restare specialistico senza restare marginale, e chi saprà crescere senza disperdere identità e qualità.»
Nel complesso, dunque, Gruppo Banca Finint aggiorna il piano perché ha già superato i target precedenti, ma il punto più interessante non è soltanto la crescita. È la qualità della crescita. Commissioni al 71% del margine di intermediazione, Aum a 13,7 miliardi, utile netto a 31 milioni, raccolta netta wealth e private a 619 milioni, Rote al 22%, Cet1 al 16,8%. In una fase in cui il settore bancario tende a misurare la forza soprattutto in termini di scala, Banca Finint prova a impostare una traiettoria diversa: usare la scala per rafforzare la specializzazione, non per diluirla.
È una distinzione sottile, ma decisiva. Ed è qui che l’intervista a Izzi diventa rilevante anche oltre il caso specifico: perché suggerisce che, nel nuovo ciclo del wealth, la vera sfida non sarà crescere soltanto di più, ma crescere meglio.

