Europa, 2.400 miliardi di aiuti nel 2020: occhio a ritirarli

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Secondo l’ultimo rapporto del Comitato europeo per il rischio sistemico, nel 2020 i governi del continente hanno dispiegato oltre 2.400 miliardi di stimoli fiscali. Un pacchetto senza precedenti, ma che li pone oggi di fronte a un bivio: ritirarli o non ritirarli? Questo è il dilemma

Indice

Al mese di settembre 2020 i governi europei hanno dispiegato oltre 2.400 miliardi di euro di stimoli fiscali, pari al 14% del pil complessivo. Di questi, oltre 700 miliardi sono stati effettivamente utilizzati (pari al 4% del pil)

I paesi più duramente colpiti dalla pandemia tendono a riportare programmi più ampi, mentre i paesi con una quota maggiore di occupazione nei settori vulnerabili dipendono maggiormente dalle sovvenzioni dirette

Ritirare “troppo presto” gli stimoli potrebbe esacerbare gli effetti della crisi economica e mettere a rischio la stabilità finanziaria. Ma sostegni mantenuti “troppo a lungo” nel tempo peserebbero ancora di più sui conti pubblici

Sebbene le misure di sostegno dispiegate dai governi europei nell’ultimo anno abbiano consentito di arginare la crisi di liquidità, mantenendo a galla famiglie e imprese e consentendo al sistema finanziario nel suo complesso di resistere all’urto dello shock pandemico, i rischi e l’incertezza restano elevati. Secondo gli esperti del Comitato europeo per il rischio sistemico (Esrb), più si protrae l’emergenza e più è debole la ripresa economica, maggiore è il rischio che le perdite registrate nel settore non finanziario fino ad oggi possano estendersi al settore finanziario. Un contesto in cui le autorità dovranno gestire con attenzione il ritiro degli stimoli fiscali. Ma andiamo per gradi.
Stando a un’analisi che ha coinvolto i 31 paesi membri dell’Esrb, al mese di settembre 2020 sono stati dispiegati oltre 2.400 miliardi di euro di aiuti anti-covid, pari al 14% del prodotto interno lordo complessivo, tra prestiti, garanzie pubbliche, sussidi, tassazione agevolata o differita. Di questi, oltre 700 miliardi sono stati effettivamente utilizzati (pari al 4% del pil), di cui 400 miliardi in garanzie pubbliche, e il 5% del totale dei prestiti bancari è stato soggetto a moratorie.

Un pacchetto senza precedenti e che, secondo gli esperti, rifletterebbe in ogni paese le diverse esposizioni alla crisi. “I paesi più duramente colpiti dalla pandemia tendono a riportare programmi più ampi e un maggior grado di accettazione, mentre i paesi con una quota maggiore di occupazione nei settori vulnerabili dipendono maggiormente dalle sovvenzioni dirette”, spiegano, sottolineando come l’adozione delle moratorie sia invece positivamente correlata ai livelli di debito pre-crisi delle società non finanziarie e delle famiglie.

“Durante la prima fase della pandemia è stata scongiurata la crisi di liquidità e il sistema finanziario ha continuato a funzionare”, aggiungono. Fino a un terzo dei nuovi prestiti bancari, infatti, è stato soggetto alle misure fiscali legate alla crisi e all’azione tempestiva intrapresa dai governi, e ad oggi l’impennata di sofferenze e di crediti “forborne” (in bonis o deteriorati, ndr) risulta essere inferiore rispetto alle attese, vista l’entità dello shock. Ma se fino ad ora le ricadute dall’economia reale al sistema finanziario sono state contenute, per gli esperti “più a lungo dura la crisi e più debole è la ripresa economica, maggiore è il rischio che le perdite si estendano anche al sistema finanziario”.

Su cosa dovranno concentrarsi le autorità?

Di conseguenza, secondo l’Esrb, le autorità dovranno oggi concentrarsi su cinque obiettivi chiave:

  • indirizzare gli stimoli fiscali ai settori più colpiti;
  • monitorare la sostenibilità del debito privato;
  • prepararsi a uno scenario di maggiori difficoltà nel settore delle imprese, affrontando i potenziali vincoli amministrativi sulla gestione dei prestiti in sofferenza e delle insolvenze;
  • rafforzare la trasparenza dei bilanci delle istituzioni finanziare;
  • coordinare le politiche in tutti i paesi e i sistemi politici.

Questo perché, spiegano gli esperti, “l’entità dei problemi futuri” dipende non solo dall’evoluzione della pandemia e dai suoi riflessi sui diversi settori, ma anche dall’adeguatezza delle risposte politiche. Ritirare “troppo presto” gli stimoli, infatti, potrebbe esacerbare gli effetti della crisi economica e mettere a rischio la stabilità finanziaria. Ma sostegni mantenuti “troppo a lungo” nel tempo peserebbero ancora di più sui conti pubblici e ritarderebbero “i cambiamenti strutturali”. Di conseguenza, concludono, “la gestione efficace di questo compromesso richiede l’accesso a informazioni tempestive e affidabili sullo stato dell’economia e sugli effetti delle misure governative”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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