Fondi passivi, il vade retro dei gestori europei: troppe azioni Usa

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Da Davide Serra a Enrico Letta, si pensa a come trattenere i risparmi europei nell’Ue, in più o meno aperta critica agli Etf. Eventuali soluzioni di tipo protezionistico sono destinate a fallire, dice Mario Seminerio a We Wealth

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Le azioni americane corrono più veloce, mentre gli Etf costano meno: investire sull’indice S&P 500 attraverso un Etf è un’operazione sempre più comune anche in Europa. E non si può dire che sia stata una cattiva idea per chi l’abbia messa in pratica: negli ultimi cinque anni, ha calcolato il Callan Institute, l’S&P 500 è stato per tre volte il miglior performer fra le varie aree del mercato (nel 2019, 2021, 2023), cui si aggiunge un onorevole secondo posto (nel 2020).
Eppure, una parte crescente dell’industria del risparmio europea percepisce la crescente diffusione degli Etf come una potenziale minaccia e, da qualche tempo, si sono levati appelli più o meno velati alla politica, affinché si protegga l’Europa dalla migrazione del suo risparmio privato fuori dai confini europei.

Serra, Letta, Tofanelli: le critiche per il risparmio “esportato” negli Usa

La più autorevole presa di posizione è arrivata dall’ex premier Enrico Letta che, lo scorso aprile, in un rapporto realizzato per il Consiglio europeo sul Mercato unico del futuro, aveva sottolineato come circa 300 miliardi di euro di risparmi europei fuoriuscissero ogni anno dal Vecchio Continente per dirigersi in America. A questo trasferimento, contribuiscono i grandi fondi americani come BlackRock e Vanguard, leader nell’offerta di Etf a basso costo.

Il tema era già stato toccato dal fondatore e ceo di Algebris, Davide Serra, durante l’ultimo Salone del Risparmio. “Con questa tecnologia Etf, [i fondi americani] succhiano i risparmi in Europa e li portano negli Stati Uniti”, ha dichiarato Serra in un intervento del 10 aprile, così “le aziende americane valgono il doppio, ci comprano, ci tagliano i costi. Loro fanno più soldi e noi chiudiamo. La cosa più bella – ha chiosato Serra – è che tutta questa cosa è permessa dalla Comunità europea”.

Un riferimento più soffuso è arrivato anche dal segretario generale di Assoreti, Marco Tofanelli, sottolineando come il mondo delle reti di consulenza “è fondamentale per il Paese” perché si parla di realtà “collocate in Italia, che producono in Italia e pagano le tasse in Italia”, ha dichiarato Tofanelli al Salone del risparmio, lo scorso 11 aprile, “questo è un aspetto che è bene non dimenticare perché, invece, laddove noi iniziamo a guardare chi esporta al domicilio di altri Paesi sedi, tasse, prodotti, risparmio, dobbiamo avere più attenzione per chi fa della territorialità un valore positivo nei confronti del sistema”.

La risposta di Vanguard

La società di investimenti americana Vanguard, secondo colosso globale nell’offerta di Etf, ha risposto alle critiche delle ultime settimane dichiarando al Financial Times che l’uso di questi strumenti da parte degli investitori ha più “sfumature” e che si sta utilizzando sempre di più l’Etf “per costruire portagli strategici globalmente diversificati”. Gli ultimi dati forniti dalla stessa Vanguard hanno confermato, tuttavia, che gli Etf azionari venduti in Europa investono il 35% delle proprie masse in Nord America e il 29% in azioni globali, che sono molto orientate sugli Usa. Solo 22% “resta” in azioni europee.

Seminerio: sarebbe autolesionismo limitare gli investimenti extraeuropei

E’ davvero un problema? “L’ecosistema di prodotti di risparmio è talmente ricco e fantasioso, che esistono innumerevoli prodotti che hanno come benchmark indici azionari europei come lo Stoxx600 e l’Eurostox 50, quindi non mi pare che ai risparmiatori sia precluso di investire in strumenti focalizzati sull’Europa”, ha dichiarato a We Wealth il portfolio manager Mario Seminerio, noto come blogger sotto il nome di Phastidio. “Ma torniamo al punto di partenza: se il mercato statunitense sovraperforma quelli del resto del mondo, è inutile invocare un ossimorico patriottismo europeo”, ha aggiunto, “a meno di imporre autolesionistici limiti agli investimenti extraeuropei, che produrrebbero reazioni da cui l’Europa potrebbe solamente uscirne con le ossa rotte”.

Secondo Davide Serra, anche a livello europeo si dovrebbe prendere ispirazione dai Pir italiani. “I Pir sono un’idea eccezionale” per portare il risparmio degli italiani su “quelle aziende su cui nessuno investe”, aveva detto il ceo di Algebris nel corso del SdR, “perché se l’azienda non è quotata l’Etf non ci investe. E se non è quotata arriva il private equity che ci mette debito e taglia i costi. Ma se [in Italia] abbiamo i risparmi, perché dobbiamo finanziare aziende americane che segano i tuoi dipendenti? Lo riesce a capire anche un parlamentare medio”. Serra aveva aggiunto che, grazie ai Pir, al netto della tassazione favorevole, aveva guadagnato più che dall’S&P 500.

“I Pir italiani non mi sembrano essere stati finora un modello di successo” , ha detto Seminerio, “alla scadenza del quinquennio, i risparmiatori stanno procedendo a riscattare e incassare le plusvalenze esentasse. Almeno, quelli che hanno avuto la fortuna di avere plusvalenze e non invece di vedersi taglieggiato il risultato da commissioni di gestione molto esose, che spesso hanno catturato il beneficio fiscale per il sottoscrittore. Spostare il concetto a livello europeo – ha aggiunto Seminerio – implica una copertura finanziaria delle agevolazioni fiscali che ovviamente resterebbe a livello nazionale”.

Si potrebbe dire che, non potendo criticare l’uso efficiente degli Etf in termini di performance, l’industria del risparmio sta cercando di farne un tema di strategia politica invocando il suo ruolo in favore delle aziende europee? “Ho questo sospetto eufemisticamente parlando”, ha dichiarato Seminerio, “l’industria del risparmio gestito sta subendo pesanti rovesci dalla affermazione dei prodotti passivi a basso costo, pertanto una reazione difensiva basata su questo tipo di retorica si può tranquillamente mettere in conto”.

La via d’uscita auspicabile, per Seminerio, sarebbe nettamente diversa: “L’Europa farebbe meglio a dotarsi di mercati azionari attrattivi e creare le condizioni per sviluppare iniziative imprenditoriali di successo, anziché invocare soluzioni che hanno un forte sapore protezionistico e che sono destinate a fallire”.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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