Avere ben chiaro in cosa consiste un investimento non equivale necessariamente a saper investire. Così come conoscere l’importanza del risparmio non significa saper pianificare al meglio il proprio futuro. È nella distanza tra conoscenza e capacità di decidere che si gioca oggi una delle principali scommesse dell’educazione finanziaria: trasformare le informazioni in strumenti concreti per compiere scelte consapevoli, tutelare la propria sicurezza economica e realizzare progetti personali e familiari. La nona edizione del Mese dell’Educazione Finanziaria, promossa dal Comitato Edufin dal 1° al 30 novembre, ha scelto per quest’anno il claim “Educazione finanziaria: oggi per il tuo domani”, che invita ad andare oltre le pure nozioni: dalla paghetta mensile e dalle prime esperienze con piccole somme di denaro alla gestione di un vero e proprio patrimonio, le decisioni di oggi determinano conseguenze nel tempo.
Il gap tra sapere e decidere
Secondo l’Indagine sul Risparmio 2026, realizzata dal Centro Einaudi con Intesa Sanpaolo, in Italia, su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, il 56% degli intervistati dichiara di riuscire a risparmiare. Tuttavia non mancano incoerenze: quasi il 72% degli investitori, infatti, ha portafogli molto poco o per nulla diversificati, e soltanto il 36% del campione sa che un fondo azionario è generalmente meno rischioso di una singola azione. La stessa analisi rivela poi un’avversione al rischio particolarmente elevata tra i 18-24enni, che i curatori collegano agli shock vissuti negli anni della formazione (in primis la pandemia). Non basta, dunque, avere l’opportunità di accedere a informazioni e strumenti, ma è importante imparare a interpretare i rischi senza lasciarsi guidare dall’ansia o dall’impulso del momento, a causa per esempio di una fase di tensioni sui mercati finanziari.
Le prime scelte finanziarie a casa e a scuola
L’educazione finanziaria comincia molto tempo prima del primo investimento. A scuola e in famiglia, quando si impara a comprendere la distinzione tra un desiderio e una necessità, a rimandare un acquisto per raggiungere un risultato o ancora a gestire una piccola somma di denaro. Il Primo Rapporto del Comitato Edufin, presentato nel 2025, rilevava che il 71,3% degli istituti secondari di secondo grado coinvolti aveva avviato attività di educazione finanziaria nei tre anni precedenti. Il Secondo Rapporto del 2026, basato su quattro focus group di docenti, mette a fuoco una sfida ulteriore: gli studenti si interessano soprattutto a pagamenti digitali, criptoattività e truffe online, mentre previdenza e assicurazioni sembrano più lontane dai loro interessi. In un quadro in cui social e influencer possono alimentare aspettative di guadagni facili, gli insegnanti indicano nelle simulazioni e nelle attività interattive una strada per sviluppare spirito critico e rendere concreti concetti altrimenti astratti. Vanno in questa direzione numerose iniziative rivolte ai più giovani, fra le tante promosse a livello nazionale, dai percorsi del Museo del Risparmio di Torino e di FEduF ai progetti “Conto su di me” di BPER, dedicato alle scuole secondarie di primo grado, e “Conta per me” di UniCredit, rivolto alle ultime classi della primaria. Esperienze diverse, che condividono il proposito di avvicinare le scelte economiche alla vita quotidiana. Ma nessuna lezione può sostituire del tutto il parlarne in famiglia: confrontarsi su spese e obiettivi aiuta a capire meglio le diverse possibilità e implicazioni.
Sulla previdenza complementare la consapevolezza vacilla
Quando l’orizzonte temporale si allunga, il divario tra informazione e decisione diventa ancora più evidente. Nell’aggiornamento del VII Rapporto Assogestioni-Censis, diffuso a ottobre e dedicato alle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 sulle modalità di erogazione delle prestazioni pensionistiche, emerge una disparità significativa: l’86,8% dei lavoratori tra i 18 e i 50 anni apprezza la possibilità di scegliere come ricevere la pensione complementare, ma soltanto il 9,1% degli intervistati dichiara di conoscere bene i cambiamenti normativi. Inoltre, il 76,2% considera importante il supporto di un consulente esperto per scegliere la modalità di erogazione più adatta alle proprie esigenze. Tra chi ha cercato informazioni previdenziali negli ultimi quattro mesi, il 18,4% si è servito anche dell’intelligenza artificiale, mentre il 22,3% ha consultato fonti istituzionali. Pianificare richiede di comparare opzioni, vincoli e bisogni che evolvono nel corso della vita.
Quando il patrimonio passa di testimone
La stessa questione è cruciale nel passaggio generazionale. Trasferire beni e strumenti finanziari non significa automaticamente trasmettere le competenze necessarie per saperli amministrare. Il Global Family Office Report 2026 di UBS segnala che soltanto il 27% dei family office intervistati dispone di un processo strutturato per preparare gli eredi ai ruoli futuri; il 29% indica una formazione finanziaria o di governance insufficiente tra gli ostacoli al coinvolgimento delle nuove generazioni. Può succedere di ereditare un patrimonio senza aver contribuito a costruirlo e svilupparlo. Preparare gli eredi significa allora coinvolgerli per tempo in una riflessione condivisa su valori familiari, obiettivi di lungo periodo e responsabilità, lasciando spazio anche a visioni e punti di vista differenti.
Il ruolo di guida del wealth management
In questo contesto, private banker, consulenti e family office possono svolgere un ruolo di guida, favorendo il dialogo e la costruzione di un linguaggio comune tra vecchie e future generazioni. Ma a condizione che l’educazione finanziaria non diventi una forma indiretta di promozione commerciale: il richiamo del Comitato Edufin al rischio di “Edufin washing” riporta al centro la distinzione tra formare e vendere. Favorire una maggiore cultura finanziaria non significa spingere verso prodotti più complessi, ma aiutare i risparmiatori a comprendere le alternative di investimento, mantenendo autonomia di giudizio, in base a profilo di rischio e orizzonte temporale. È una responsabilità che non comincia alla vigilia di una successione. Perché un patrimonio può essere trasferito attraverso strumenti giuridici e finanziari, ma la capacità di governarlo e attribuirgli un significato richiede un percorso che comincia molti anni prima.


