Dollaro debole, emergenti resilienti: cosa fare in vista della Fed

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Una banconota da un dollaro statunitense con linee a zigzag sovrapposte; una linea rossa che tende al ribasso e una linea verde che tende al rialzo, a simboleggiare le fluttuazioni dei mercati finanziari come l'S&P 500.

lI dollaro continua a indebolirsi mentre i mercati emergenti confermano una sorprendente resilienza, sostenuti da crescita stabile, disinflazione e flussi in ripresa. Con un nuovo taglio dei tassi Fed ormai atteso, per i wealth manager è il momento di riconsiderare esposizione valutaria, ruolo degli emergenti e asset allocation globale

Indice

Nelle ultime settimane il dollaro ha ripreso a scendere con decisione, complice un quadro macroeconomico statunitense che mostra segnali di raffreddamento più evidenti del previsto. Le distorsioni statistiche legate allo shutdown federale e al rinvio delle rilevazioni stanno comprimendo sia la crescita dell’occupazione sia l’inflazione di novembre: effetti che potrebbero sottrarre tra i 25 e i 50 mila posti ai payrolls e generare un calo artificiale del core CPI fino a 10–15 punti base nel mese.

“La prima metà del 2025 è stata la peggiore per il dollaro dal 1973, da quando Nixon sospese la convertibilità in oro”, osserva Michał Jóźwiak, market analyst di Ebury. “Il miglioramento del sentiment globale, insieme a un allentamento della postura protezionistica degli Stati Uniti, ha riattivato i flussi verso gli asset più rischiosi. Non sorprende quindi che le valute emergenti – in particolare quelle dell’Europa centrale e orientale – stiano beneficiando sia del clima ‘risk-on’ sia di un più marcato interesse internazionale verso l’Europa”

Jóźwiak precisa inoltre: “Un eventuale atteggiamento più dovish della Fed potrebbe sostenere ulteriormente gli emergenti, anche se gran parte del taglio di dicembre è già prezzato. L’attenzione del mercato si sposterà quindi sulla forward guidance, che sarà determinante per orientare i flussi dei prossimi mesi”.

Su questo fronte si inserisce anche la lettura di Giuliana Taccogna, analyst di Gamma Capital Markets, che vede nel combinato di dollaro debole e Fed più accomodante un potenziale catalizzatore strutturale per l’asset class emergente: «Un dollaro più debole riduce il costo del debito denominato in dollari, mentre un cambio di orientamento della Federal Reserve verso una politica meno restrittiva tende a rafforzare l’interesse per le obbligazioni in valuta locale, che oggi offrono rendimenti reali ancora competitivi».

Un contesto di dati più morbidi rafforza ulteriormente le attese per un nuovo taglio dei tassi nel meeting del 10 dicembre, che i mercati prezzano ormai come altamente probabile. La convergenza tra forward guidance, ciclo reale e dinamica inflattiva ha accentuato la debolezza del dollaro, mentre il persistente doppio deficit statunitense continua a pesare sulle prospettive di medio termine.

Per un wealth manager il punto è chiaro: con i rendimenti reali Usa in calo e il dollaro appesantito da fondamentali meno solidi, la fase attuale impone una riflessione sulle esposizioni valutarie e sul riequilibrio dei portafogli in ottica globale.

La resilienza degli emergenti: numeri e forze in campo

Nonostante tariffe commerciali più elevate e un contesto geopolitico teso, la crescita dell’area viaggia attorno al 4,1%, perfettamente in linea con il potenziale stimato e superiore a molte economie sviluppate.

La crescita è robusta non solo in Asia ma anche in America Latina e in alcune regioni Emea. Tre elementi continuano a giocare un ruolo centrale. La disinflazione è ampia: l’inflazione mediana EM ex-Cina è scesa a circa il 6,1% dal picco dell’8,2% dello scorso anno, con ulteriori cali previsti nel 2026 grazie alla stabilità delle commodity e agli output gap ancora leggermente negativi.

Le politiche monetarie restano ortodosse, con molti Paesi che hanno mantenuto tassi reali elevati. Infine, cresce l’indipendenza macro e commerciale: l’Asia è diventata un motore autonomo della domanda globale, con scambi “South-to-South” ormai in grado di compensare in parte i dazi Usa.

Il risultato è evidente sui mercati: nel 2025 l’azionario EM ha registrato performance total return superiori al 22%, superiori all’S&P500, mentre il debito in valuta locale ha beneficiato della forza delle divise e del carry elevato.


Il grafico evidenzia con immediatezza la sovraperformance degli emergenti da inizio anno: la linea dell’indice S&P Emerging Bmi si mantiene stabilmente sopra S&P 500 e S&P World, anche durante le fasi di volatilità primaverile. Interessante notare come il rimbalzo successivo allo shock di aprile sia stato più rapido negli emergenti rispetto ai mercati sviluppati: una dinamica che conferma l’effetto combinato di fondamentali macro più solidi, disinflazione ampia e politiche monetarie restrittive. Il vantaggio di performance di fine novembre consolida un trend strutturale, non episodico.

Flussi in ingresso: il ritorno strutturale dei capitali verso gli emergenti

Il ritorno degli afflussi verso gli asset EM è più consistente di quanto suggeriscano i flussi EPFR. Nel 2025 si sono registrati un ritorno in positivo dei flussi obbligazionari settimanali già dal secondo trimestre, livelli record nelle emissioni in valuta locale e una forte correlazione tra indebolimento del dollaro e flussi verso debito locale e azionario.

A questa traiettoria si è affiancata, nel corso dell’ultimo mese, una fase di rallentamento degli emergenti rispetto ai listini sviluppati, fisiologica dopo un lungo periodo di sovraperformance.

Il grafico mostra come, nel mese di novembre, l’indice S&P Emerging Bmi abbia temporaneamente sottoperformato S&P 500 e S&P World, con un arretramento più marcato nella prima metà del mese. Si tratta però di un consolidamento fisiologico: la risalita delle ultime sedute riflette la resilienza dei flussi in entrata e un sentiment ancora costruttivo. Una volatilità fisiologica, che può offrire opportunità d’ingresso piuttosto che segnali di deterioramento.

In questo quadro, Taccogna sottolinea come le valutazioni rappresentino un ulteriore driver per i flussi: «Secondo le nostre analisi, i mercati emergenti scambiano ancora con uno sconto rilevante rispetto alle controparti statunitensi. Alcune case di investimento stimano un differenziale intorno al 40% in termini di multipli prezzo/utili, vicino ai minimi dell’ultimo decennio. A questo si aggiunge un quadro degli utili in miglioramento, con previsioni di crescita a una cifra medio-alta per il 2025 e intorno alla doppia cifra per il 2026: elementi che rafforzano il potenziale di rivalutazione dell’asset class».

Questi movimenti, uniti alla progressiva riduzione della dipendenza dal dollaro nel finanziamento dei Paesi emergenti – con emissioni in Usd in calo del 19% e un volume in valuta locale crescente – rafforzano il quadro strutturale dell’asset class.

Dispersione, valutazioni e nuove geografie della crescita

“La relazione tra dollaro e mercati emergenti resta un asse portante dei cicli globali. Un dollaro più debole apre spazio a un ritorno dei flussi e migliora le condizioni finanziarie locali”, sottolinea Gabriel Debach, market analyst di eToro. “La sovraperformance degli emergenti nel 2025 non è solo Cina: anche escludendola, l’asset class mantiene una forza relativa notevole grazie a India, Corea, Asean e America Latina”.

Debach invita però alla prudenza: “Negli ultimi anni la relazione dollaro–EM non è stata lineare. Le valutazioni oggi non sono più da sconto profondo: gli emergenti trattano intorno a 13 volte gli utili futuri. La dispersione geografica è tornata ampia e la costruzione del portafoglio diventa decisiva: Corea del Sud, Brasile, Indonesia e Arabia Saudita sono tra i mercati più interessanti”.

Su questo tema, Taccogna propone una lettura complementare, focalizzata soprattutto sul rapporto relativo con gli Stati Uniti: «Pur riconoscendo che parte dello sconto si è ridotto rispetto ai minimi storici, rispetto all’azionario Usa le valutazioni rimangono tuttora interessanti. Se alla differenza di multipli si somma una traiettoria degli utili più dinamica, il profilo rischio/rendimento di un’esposizione selettiva ai mercati emergenti appare ancora favorevole per un investitore di medio-lungo periodo». 

Asia al centro: tecnologia, supply chain e il nuovo ciclo dell’Ai

La parte del mondo che oggi sta trainando la trasformazione degli emergenti è chiaramente l’Asia. L’esplosione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale negli Stati Uniti – oltre 360 miliardi di dollari spesi dagli hyperscaler negli ultimi dodici mesi – ha alimentato una domanda eccezionale per semiconduttori, memorie e componenti termici prodotti in Corea del Sud, Taiwan e Malesia.

Taiwan ha registrato un rialzo del 39% da inizio anno, mentre la Corea del Sud beneficia di una domanda di chip di memoria ad alta banda ormai “sold out” fino al 2026. Parallelamente, l’Asean si consolida come hub manifatturiero e digitale, con Malesia e Vietnam in forte espansione industriale.

Anche la Cina rimane un attore centrale: pur tra sfide strutturali, conserva un vantaggio competitivo nel settore manifatturiero e beneficia della tregua commerciale temporanea con gli Stati Uniti, che riapre l’accesso alle terre rare e riduce parte dell’incertezza regolamentare.

Proprio su Cina e India Taccogna mantiene una preferenza selettiva. «La Cina resta sostenuta da interventi mirati sul real estate, da un aumento della liquidità e da una strategia industriale orientata all’innovazione», con posizionamento rilevante in EV, batterie e data center. L’India, aggiunge, «continua a crescere oltre il 7% e, secondo le principali istituzioni multilaterali, è sulla traiettoria per diventare un’economia da 5.000 miliardi di dollari entro il 2029», offrendo maggiore visibilità di medio periodo.

Per gli investitori, il cuore dell’opportunità asiatica risiede nella combinazione di crescita tecnologica, valutazioni più attraenti rispetto agli Stati Uniti e un ciclo industriale fortemente legato alla nuova domanda globale di infrastrutture AI e data center.

In vista della Fed: quali implicazioni per i portafogli?

Con un taglio dei tassi atteso a dicembre e ulteriori riduzioni possibili nel corso del 2026 – che prevede una politica monetaria Usa più accomodante il prossimo anno  – il quadro per gli asset globali resterà favorevole al rischio finché l’economia statunitense manterrà un ritmo di crescita non recessivo.

Le azioni dei mercati emergenti, il debito locale e le infrastrutture restano tra le strategie più interessanti nel 2026, mentre la view sul dollaro è tornata neutrale, anche a causa di un posizionamento short diventato eccessivo.

Inoltre, la disinflazione in atto negli emergenti offre spazio a nuovi tagli dei tassi, rafforzando il carry reale e favorendo ulteriori afflussi verso Brasile, Messico, Sud Africa e Indonesia.

Taccogna invita però a non sottovalutare i rischi: «Restano elementi di incertezza, in particolare sul fronte geopolitico e sul possibile irrigidimento delle politiche commerciali statunitensi. Per questo riteniamo fondamentale un approccio prudente e diversificato, che bilanci le esposizioni tra aree geografiche e settori e gestisca attivamente il rischio valutario». 

Cosa fare ora: tre direttrici per il wealth management

Per primo, diventa essenziale riconsiderare l’esposizione valutaria: la fase di debolezza del dollaro è compatibile con un rafforzamento selettivo delle valute emergenti, soprattutto asiatiche e latinoamericane. Un approccio neutrale – o parzialmente coperto – può ridurre la volatilità dei portafogli.

Seconda direttrice, cresce l’opportunità di aumentare con criterio la componente emergente. Il debito in valuta locale beneficia di carry reale elevato, inflazione in calo e fondamentali più robusti. Sul fronte azionario, l’Asia nord-orientale – Taiwan, Corea, India – resta il fulcro della crescita.

Terza considerazione, diventa necessario prepararsi alla normalizzazione della politica monetaria statunitense. Ogni conferma di un ciclo di tagli regolare tenderà a indebolire ulteriormente il dollaro, sostenere gli asset rischiosi e comprimere il premio di rischio sugli emergenti.

Un 2026 che si apre all’insegna della diversificazione globale

La combinazione di dollaro debole, resilienza emergente e una Federal Reserve più vicina all’allentamento crea uno scenario che merita particolare attenzione per chi gestisce portafogli globali. Gli emergenti stanno mostrando miglioramenti strutturali profondi – dal funding domestico alla disciplina monetaria, fino alla loro integrazione nelle nuove catene del valore globali – che ne rafforzano la qualità come asset class.

Per un wealth manager, il momento attuale non richiede scommesse aggressive, ma un riposizionamento strategico: più attenzione ad Asia, debito locale EM, rotazione valutaria e ai fondamentali di lungo periodo.

Foto di Elisabetta Fabris, autrice We Wealth esperta di wealth managemen

di Elisabetta Fabris

Scrive di Wealth Management per We Wealth. Con esperienze nei mercati finanziari e un background in Finance presso Bocconi, si occupa di finanza raccontando mercati e private capital con uno sguardo ai trend che stanno ridisegnando la gestione patrimoniale.

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