Delegare o non delegare? Questo è il dilemma (in rosa)

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In famiglia sono protagoniste nella gestione delle spese. Eppure sono piuttosto passive quando si tratta di compiere scelte finanziarie. Ecco perché le donne dovrebbero imparare a pianificare meglio. Affidandosi a un consulente

Longevità vuol dire eredità. Eppure, le donne spesso assumono le redini di grandi patrimoni senza le giuste consapevolezze

Tendono a gestire in prima persona le spese familiari nell’86% dei casi, ma quando si parla di pianificazione finanziaria questa percentuale sfiora appena il 20%

Dovrebbero acquisire gli strumenti necessari a destreggiarsi nel mondo dei servizi bancari e finanziari. Ma la formazione dovrebbe partire da scuole e università

Le donne si occupano quasi per intero della gestione dell’economia familiare e molto poco di pianificazione finanziaria. Un grave errore secondo Monica Gardella, consulente finanziario di Widiba. Godendo di un’aspettativa di vita più lunga rispetto agli uomini, spiega, “spesso si trovano a ereditare patrimoni, anche aziendali, in maniera inconsapevole e ad assumere decisioni e responsabilità alle quali non sono avvezze”.
“In questo contesto le donne non rappresentano un mercato, ma il mercato, perché vivono più a lungo, hanno più problemi a ottenere una pensione appropriata perché accedono con maggiori difficoltà al mondo del lavoro, e hanno tutto il welfare familiare sulle spalle”, aggiunge Gardella. Inoltre, come rileva una recente ricerca di Agos, tendono a non delegare alcun tipo di mansione quando si parla di gestione familiare, tirando le fila delle spese domestiche in prima persona nell’86% dei casi. “Bisogna aiutarle a trovare nuovi equilibri e ad acquisire un ruolo più attivo comprendendo che il loro punto di vista è rilevante non solo quando si tratta di piccole spese ma per tutte le scelte finanziarie”.

Longevità, argomenta, vuol dire anche eredità. E la mancanza di consapevolezze le espone al rischio di “diventare preda del primo consulente finanziario che si presenta loro”. “È importante – continua Gardella – che le donne acquisiscano gli strumenti necessari a leggere il mondo dei servizi bancari e finanziari in cui devono destreggiarsi, una formazione che dovrebbe essere offerta da un’istituzione che non sia in conflitto di interessi, a partire dalle scuole e dalle università”.

In Italia, spiega infatti Piera Di Pietro, wealth manager e director di Azimut wealth management, la cultura finanziaria è ancora poco diffusa e la sua rilevanza “troppo poco evidenziata”. Un deficit che, spesso, indurrebbe gli uomini ad allontanarsi dal risparmio gestito, perché tenderebbero a non fidarsi, a guardare ai costi e a pensare di essere in grado di “scegliere quando entrare e uscire dai mercati”. Le donne, al contrario, secondo Di Pietro, avrebbero una visione più di lungo termine, molte cose di cui occuparsi e, contrariamente alle stime, tenderebbero a “delegare di più”. “Secondo la mia esperienza, sanno gestire molto bene il patrimonio familiare, sanno essere previdenti, sanno programmare, sono lungimiranti e anche molto innovative. Sono aperte e disposte a farsi consigliare per perseguire i loro obiettivi”, spiega. “Spesso si ritrovano a gestire patrimoni importanti e, pur non essendosene magari mai occupate prima, lo fanno con grande senso di responsabilità e ottengono risultati migliori rispetto agli uomini”.

Con questa tipologia di clienti, aggiunge, il rapporto di fiducia è alla base di tutto, va costruito nel tempo con dedizione e una presenza costante che, come insegnano gli ultimi mesi, non si realizza solo tramite incontri fisici ma anche attraverso attenzioni e momenti virtuali. Considerando che le loro esigenze principali sono quelle di proteggere il patrimonio e di rivalutarlo nel tempo “senza azzardi o pretese”, secondo Di Pietro i consulenti finanziari dovrebbero innanzitutto instaurare con loro un rapporto empatico, alla base di qualsiasi legame durevole nel tempo. “Un bravo wealth manager, a mio giudizio, deve saper essere problem solving, disponibile e concreto, affiancando il cliente anche nelle scelte e nelle necessità non strettamente legate alla sola protezione del patrimonio finanziario”, spiega.

“La professionalità non è ovviamente un fattore di genere e la principale differenza tra uomini e donne nel nostro lavoro risiede, secondo il mio punto di vista, nella capacità delle donne di aggiungere alle competenze tecniche anche il cuore, l’entusiasmo e l’istinto, elementi questi che emergono meno negli uomini – conclude Di Pietro – In generale oggi, rispetto al passato, è più complicato praticare la nostra professione e proprio nell’ultimo decennio di importanti trasformazioni si sono fatte strada più donne, pronte e forti nell’essere al fianco della clientela anche nei momenti più volatili, misurate nel prendere rischi ma anche capaci di gestire le paure dei clienti, contrastando, con il dialogo e la conoscenza, le trappole comportamentali tipiche degli investitori”.

 

Articolo tratto dal magazine We Wealth di gennaio 2021

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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