Crisi Ucraina: quali alternative in caso di stop al gas russo?

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La guerra in Ucraina dimostra l’urgenza di accelerare la transizione verso l’energia pulita. Allo stesso tempo, sembra rendere più lontani gli obbiettivi di neutralità climatica

L’invasione russa dell’Ucraina ha inciso sulla capacità dell’Ue di garantire l’approvvigionamento energetico agli Stati e ha alzato i prezzi dell’energia a livelli che non hanno precedenti

La nuova realtà geopolitica e del mercato energetico impone di accelerare drasticamente la transizione verso l’energia pulita e raggiungere l’indipendenza energetica dell’Europa

RePower Eu: è questo il nome del programma proposto dalla Commissione europea ad inizio marzo per rendere, entro il 2030, l’Unione indipendente dai combustibili fossili russi, alla luce del conflitto in Ucraina, e per provare a calmierare i prezzi dell’energia. I quali, in conseguenza del conflitto, hanno subito fortissimi rincari.
E invero, affrontare la questione energetica in un momento di crisi climatica e politico-economica non è certo affare semplice. Da un lato, il riscaldamento globale obbliga gli Stati a cercare in tempi brevi soluzioni idonee a raggiungere la tanto agognata neutralità climatica; dall’altro, il conflitto in corso spinge la maggior parte dei Paesi a trovare nuovi partner commerciali, che possano soddisfare il fabbisogno energetico e garantire prezzi competitivi.
È lecito chiedersi se trovare nuove fonti rinnovabili e nuovi partner commerciali in grado di offrire prezzi calmierati, in un momento storico come quello attuale, caratterizzato perlopiù da tensioni (anche sanitarie), sia una sfida sostenibile o, piuttosto, un’utopia.

L’esecutivo europeo, almeno in apparenza, sembra convinto che sia fattibile interrompere la dipendenza dal gas russo entro il 2030 e rendere l’Unione indipendente dal petrolio, dal carbone e dal gas, puntando sulle rinnovabili. A patto però di avviare un piano di accumulo e stoccaggio di energia per il prossimo inverno, di implementare un framework normativo idoneo a regolamentare i prezzi nonché diversificare le risorse energetiche.

Ma è davvero possibile riuscire entro il 2030 a rispettare questo compromesso, vale a dire, trovare nuovi partner commerciali, investire sulla transizione ecologica (secondo il programma europeo “Fit for 55” entro il 2030 si dovrebbero ridurre le emissioni di gas serra del 55%) e controllare i prezzi?

L’Unione europea già entro la fine del 2022 vorrebbe ridurre le importazioni di gas russo di due terzi, dunque da 155 a 50 miliardi di metri cubi.

Per fare ciò, però, come mette in evidenza l’Osservatorio Conti Pubblici (Ocpi) dell’Università Cattolica, l’Unione dovrebbe: in primis ridurre la domanda di gas almeno di 38 miliardi di metri cubi entro quest’anno; in secondo luogo, risparmiare attraverso il ricorso a energia pulita (eolica e solare) e mediante la sostituzione di caldaie a gas a livello domestico; in terzo luogo, dovrebbe importare gas da altri partner. Dunque, dal Qatar, Stati Uniti, Egitto e Africa occidentale e, ancora, diversificando le forniture con gas allo stato gassoso, da paesi come Azerbaigian, Algeria, Libia e Norvegia.

È evidente che si tratta di obiettivi particolarmente ambiziosi e che come tali hanno destato la perplessità dell’International Energy Agency e dell’Oxford Institute for Energy Studies.

In particolare, questi ultimi, non concordano – come ha messo in evidenza Ocpi – con le aspettative dell’Ue contenute nel programma RePower Eu.

L’Iea (International Energy Agency) prevede infatti la possibilità di tagliare entro quest’anno poco più di un terzo delle forniture di gas russo, riducendo la domanda di 33 mld di m3, rispetto ai 38 del RePowerEU. L’Oxford Institute for Energy Studies ritiene che per soddisfare gli obiettivi della Commissione europea per il 2022 (quindi stoccare il 90 per cento dell’energia entro il 1° ottobre e interrompere l’import di gas russo), non basterà sostituire 101,5 mld di m3 di gas bensì 120,5-126,5.

Inoltre, come avverte Ocpi, l’accelerazione di progetti per ricavare gas dall’energia eolica e solare su scala industriale potrebbe incontrare ritardi legati al processo autorizzativo tra i vari organismi degli Stati membri.

L’Ue nel predisporre questi obiettivi sembra non aver tenuto conto di fattori esterni, ma cruciali, come il fatto che le diverse condizioni climatiche a seconda dell’area geografica di riferimento potrebbero richiedere volumi minori o maggiori di gas e che incoraggiare i consumatori ad adottare comportamenti più sostenibili potrebbe essere uno sforzo non sufficiente a influenzare, in riduzione, le esigenze di approvvigionamento.

In buona sostanza, le alternative al gas russo ci sono. Ci sono però anche una serie di fattori che, sommandosi a fenomeni precedenti e ancora in corso (come il cambiamento climatico) rendono molto ambizioso l’obiettivo di raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia. Almeno, entro i termini previsti dall’Unione europea.

di Nicola Dimitri

Collaboratore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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