Un credito d’imposta per le startup innovative italiane?

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Fra le startup innovative italiane esistono le spinoff accademiche, meritevoli senza dubbio di misure agevolative come un credito d’imposta specifico e totale. Ora, l’occasione potrebbe arrivare dalle risorse del recovery fund. La proposta di due economisti dell’Università di Messina, Piero David e Valeria Schifilliti

Il meccanismo di supporto alle startup innovative potrebbe essere quello del credito d’imposta, «magari del 100%»

Il decreto Rilancio ha potenziato il Fondo nazionale innovazione. Le persone fisiche possono detrarre dall’Irpef il 50% dell’investimento in una startup innovativa

Le risorse del recovery fund (quasi 209 miliardi fra prestiti e sovvenzioni) potrebbero essere strutturalmente utili alle startup innovative nate dalle costole della ricerca universitaria, le cosiddette spinoff accademiche. Il meccanismo di supporto potrebbe essere quello del credito d’imposta, «magari del 100%, con un tetto massimo di 100.000 euro in tre anni». La proposta arriva dal professor Piero David e dalla dr.ssa Valeria Schifilliti (Università di Messina), dal momento che è la stessa Commissione europea a promuovere una collaborazione strutturale tra università e industria. Si tratta della cosiddetta «terza missione» del mondo universitario, ossia il trasferimento della ricerca accademica all’industria.
In Europa e in Italia in particolare, le spinoff accademiche si concentrano nei settori medico, ingegneristico, biotecnologico, della nutraceutica. L’articolo 38 del decreto Rilancio ha potenziato il Fondo nazionale innovazione. Grazie alle nuove misure, le persone fisiche possono detrarre dall’Irpef il 50 per cento dell’investimento nel capitale sociale di una startup innovativa. Il momento sembra propizio a un nuovo salto di qualità. Un credito d’imposta come quello che prospettano i due studiosi finanzierebbe investimenti a elevato valore aggiunto. Ma farebbe anche da moltiplicatore nel medio e nel lungo periodo, «migliorando la produttività del sistema economico nel suo complesso. E’ ora di sostenere le spinoff accademiche italiane anche con innovazioni normative».

La proposta del professor David e della dr.ssa Schifilliti non si ferma qui. In questa sede si potrebbero formare figure come quelle dei broker dell’innovazione, previsti dalla Commissione fin dal 2010 con i Pei (partenariati europei per l’innovazione). «Pensati per la promozione del settore agricolo, potrebbero estendersi anche a tutti gli altri ambiti. Ciò permetterebbe di agire sull’incontro tra domanda e offerta di tecnologia e processi innovativi». Un broker dell’innovazione è capace di identificare efficientemente le tecnologie emergenti, incentivando collaborazioni fra imprese e ricerca.

Il rafforzamento strutturale del trasferimento tecnologico dal mondo accademico a quello produttivo è essenziale in questa fase per dar vita a un sistema di ricerca applicata efficiente, concludono i due studiosi. Solo così il sistema-Paese potrà «attrarre investimenti e competere nei mercati internazionali».

Una delle modalità di trasferimento tech potrebbe essere quella dei parchi scientifici e tecnologici. «Il modello è il friulano Area Science Park, una struttura che si occupa di trasferimento tecnologico e valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica. Una realtà che ha interessato circa 2.500 imprese e più di 3.100 operazioni di innovazione», conclude il professor David.

La dr.ssa Valeria Schifilliti

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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