Cosa c’entra Credit Suisse con le sanzioni agli oligarchi russi

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Prima le dimissioni di António Horta-Osório dopo la violazione delle regole sulla quarantena obbligatoria. Poi la maxi inchiesta sui conti segreti. Ora una nuova indagine del Financial Times. Ecco la risposta di Credit Suisse

L’istituto elvetico avrebbe inviato una lettera a hedge fund e investitori chiedendo loro di distruggere i documenti relativi alla cartolarizzazione di prestiti garantiti da jet privati, yacht, immobili e altre attività finanziarie riconducibili a oligarchi russi clienti della banca

“Il diritto di Credit Suisse di chiedere agli investitori non partecipanti di distruggere i documenti relativi a questa transazione era, come è prassi di mercato, stipulato nell’ambito del Non-disclosure agreement”

Credit Suisse finisce ancora sotto i riflettori. Secondo una recente indagine del Financial Times, l’istituto elvetico avrebbe inviato una lettera a hedge fund e investitori chiedendo loro di distruggere i documenti relativi a una cartolarizzazione di prestiti garantiti da jet privati, yacht, immobili e altre attività finanziarie riconducibili a oligarchi russi clienti della banca. Un’accusa cui il gruppo, in una nota ufficiale, ha risposto escludendo ogni connessione alle tensioni in Ucraina.
Stando a quanto risulta al quotidiano economico-finanziario britannico, gli investitori avrebbero ricevuto delle lettere dall’istituto che dichiaravano di “distruggere e cancellare definitivamente” qualsiasi informazione riservata precedentemente fornita da Credit Suisse in relazione all’operazione di cartolarizzazione citando una “recente fuga di dati ai media” verificata dai propri investigatori. Lo scorso mese il Financial Times aveva diffuso un rapporto che descriveva nel dettaglio come l’istituto svizzero avesse trasferito i rischi relativi a 2 miliardi di dollari di prestiti a un gruppo di hedge fund, rivelando come un terzo dei default sui prestiti inerenti a yacht e aerei nel 2017 e nel 2018 fossero legati alle sanzioni statunitensi contro oligarchi russi.
In una nota ufficiale, l’istituto elvetico ha precisato che le lettere in questione si riferissero a una transazione di trasferimento di rischio sintetico risalente allo scorso novembre in relazione alla quale le parti hanno firmato un accordo di non divulgazione. “Il diritto di Credit Suisse di chiedere agli investitori non partecipanti (coloro che non hanno contribuito al closing dell’operazione, ndr) di distruggere i documenti relativi alla transazione era, come è prassi di mercato, stipulato nell’ambito del Non-disclosure agreement”, scrive infatti la banca.

I documenti condivisi con gli investitori, precisa, non contenevano nomi di clienti o riferimenti agli asset ma “statistiche di portafoglio e modellazioni di performance, modellizzazione relativa alle posizioni di bilancio sottostanti”. Tra l’altro, aggiunge l’istituto, quanto accaduto “non è in alcun modo legato alla recente implementazione di ulteriori sanzioni” alle quali Credit Suisse si dichiara “pienamente” conforme. “Ricordare alle parti di distruggere le informazioni riservate è una buona gestione e una buona igiene dei dati”, conclude la nota. “La transazione e la richiesta agli investitori non partecipanti di distruggere i dati riservati non hanno alcuna relazione con il conflitto in corso nell’Europa dell’Est”

Ricordiamo che un gruppo di giornali internazionali ha recentemente pubblicato una maxi inchiesta su Credit Suisse che riguarderebbe migliaia di conti correnti aperti negli scorsi decenni (in alcuni casi risalenti anche agli anni ’40) da soggetti accusati di attività illecite, uomini d’affari colpiti da sanzioni internazionali ma anche ex dittatori o faccendieri. Denunce respinte dall’istituto elvetico, che le ha definite questioni “prevalentemente storiche” e basate su “informazioni parziali, imprecise o fuori contesto”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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