La consulenza finanziaria retribuita a commissione torna al centro dell’analisi europea con un nuovo studio dell’Autorità dei mercati finanziari (Esma), che per la prima volta quantifica il peso dei costi distributivi sul totale che il risparmiatore paga per detenere un fondo in portafoglio.
“In media, secondo i dati dei distributori, i costi di distribuzione (per i fondi UCITS) sono pari allo 0,5% dell’importo investito, ovvero al 48% dei costi totali”, scrive Esma. “Le banche commerciali e le reti di consulenza (investment firm) risultano i canali più costosi”, con un’incidenza della componente distributiva di circa il 45%, contro il 25% dei “neo-broker” digitali.
Questi ultimi, focalizzati su modelli prevalentemente di execution only, limitano i costi legati alla consulenza tipicamente offerta da banche e reti.
Finora non era mai stato misurato in modo approfondito quanto, sul costo complessivo dei fondi d’investimento, incidesse la rete di distribuzione. Lo studio si basa sui dati di 734 gestori per l’anno 2023, con un controvalore complessivo di 7.200 miliardi di euro, pari al 66% del mercato UCITS europeo.
Anche la filiera dell’investimento ha i suoi costi
Nel modello prevalente, il cliente paga commissioni periodiche sull’ammontare investito, e una parte di questo flusso remunera la banca o la rete che ha collocato il prodotto.
La dimensione di questa fetta, pur variabile tra Paesi, è consistente e spiega in buona parte perché i risparmiatori retail paghino circa il doppio rispetto agli investitori istituzionali – come fondi pensione o assicurazioni – per investire nello stesso prodotto finanziario.

Il fenomeno è particolarmente rilevante in Italia, dove – si legge nel report – le banche di nessun altro Paese analizzato raggiungono una quota così alta di masse investite sotto consulenza “non indipendente”.
Tradotto in numeri semplici, “un investitore che investe 10.000 euro per un anno in un fondo UCITS paga, in media tra i diversi distributori, costi correnti pari a 127 euro. Di tale importo, 62 euro vanno al distributore e 65 euro restano al gestore del fondo”.
All’interno di questo dato medio, le variazioni possono essere significative. In proporzione, la distribuzione sui fondi obbligazionari risulta più costosa, poiché il costo del fondo in sé è inferiore rispetto ai prodotti più rischiosi come azionari e alternativi.
L’Esma osserva anche che maggiore è il patrimonio investito, più basse tendono a essere le commissioni di distribuzione: di conseguenza, i portafogli più piccoli risultano fisiologicamente più gravati da costi e meno performanti di quelli più ricchi.
Inoltre, “i costi correnti aumentano con l’età del fondo: quelli più vecchi tendono a mantenere le tariffe storiche, mentre i nuovi riducono i costi per attrarre clienti”.
Mantenere un vecchio fondo in portafoglio, quindi, può rivelarsi un caso di fedeltà punita.
Consulenza pagata a commissione: i numeri
Tra tutte le tipologie di intermediazione offerte da banche e reti, la consulenza a commissione si conferma la più costosa – nettamente più della consulenza a parcella, anche quando offerta dagli stessi intermediari (nel grafico CIs sta per istituti di credito; IFs per società d’investimento).
Per le investment firm osservate a livello europeo, il costo totale della consulenza indipendente è di circa mezzo punto percentuale più basso rispetto a quella retribuita tramite retrocessione, con un risparmio medio di circa un terzo.

Il meccanismo di pagamento integrato, basato su retrocessioni dal gestore alla rete che colloca il prodotto, è da tempo oggetto di analisi critica da parte della Commissione europea.
Nella precedente legislatura, Bruxelles aveva persino proposto di abolirlo – come già avvenuto in Olanda e nel Regno Unito.
Le ragioni di questo scetticismo sono state ribadite anche da Esma: “i pagamenti legati alle retrocessioni restano spesso opachi, a causa della parziale sovrapposizione dei requisiti di trasparenza sui costi previsti da diverse normative e direttive. Gli investitori finali possono quindi non essere consapevoli degli incentivi finanziari che influenzano la distribuzione dei prodotti d’investimento”.
Inoltre, “i distributori possono essere incentivati a raccomandare i prodotti che offrono le retrocessioni più elevate, piuttosto che quelli più adatti all’interesse del cliente”.
Per questo motivo, la direttiva MiFID II include disposizioni specifiche sulle retrocessioni, concepite per limitare il rischio che pagamenti di terze parti creino conflitti d’interesse potenzialmente dannosi per i clienti.
Un modello ancora divisivo
L’industria finanziaria, che aveva già osteggiato con successo l’ipotesi di un divieto delle retrocessioni, continua a difendere il modello a commissione come più accessibile per ogni livello patrimoniale – a differenza di una parcella esplicita, che secondo gli operatori eserciterebbe una “selezione naturale”, escludendo dalla consulenza gran parte dei piccoli risparmiatori.
Oggi, l’86% dei fondi UCITS viene collocato in Europa tramite canali indiretti: il cliente non acquista dal gestore, ma attraverso un intermediario – tipicamente banche (37% delle masse investite) o reti di consulenza (25%).
A livello europeo, circa il 30% delle masse è sotto consulenza, ma solo il 7% è sotto advice indipendente, sottolinea Esma.
Questo dato varia notevolmente tra i canali distributivi: per i neo-broker la consulenza è praticamente assente, mentre per le banche commerciali la quota di masse sotto consulenza a commissione arriva al 29%, con una parte a parcella del tutto marginale.
In Italia, le differenze sono ancora più accentuate: circa il 60% delle masse bancarie è gestito con accordi di retrocessione, il doppio rispetto alla media europea, mentre le masse gestite a parcella o fuori consulenza restano irrilevanti.

Le informazioni numeriche contenute nel rapporto Esma potranno costituire una nuova base di discussione solida da cui partire in vista di una revisione regolatoria ancora in corso a livello europeo. Il fatto che l’Autorità di vigilanza si sia mossa sul terreno dei costi distributivi sembra indicare che, dalle parti di Bruxelles, non tutti potrebbero aver rinunciato a portare avanti una revisione del modello di vendita prevalente in Europa e, ancor di più, in Italia.

