La strada per un'equa tassazione dei giganti del web è tutta in salita

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Nicola Dimitri
25.10.2021
Tempo di lettura: 3'
Le 25 maggiori società operanti nel digitale producono un fatturato aggregato superiore a 9 miliardi di dollari. Di queste 11 sono americane, 8 cinesi

Il fatturato aggregato delle maggiori multinazionali digitali che operano in Italia è pari al 70% del Pil

Le più importanti websoft hanno sede legale nei paradisi fiscali. Le società cinesi prevalentemente nelle Isole Cayman mentre quelle statunitensi nel Delaware

Tracciare la geografia economica delle società digitali non è attività semplice, stante il fatto che l'economia digitale si riferisce prevalentemente a beni e servizi immateriali e queste società operano con un modello di business che permette loro di prescindere da una effettiva collocazione territoriale.
Risalire al modo in cui i profitti e gli utili di queste società si muovono da una giurisdizione ad un'altra è attività ancora più complessa. La maggior parte delle websoft, infatti, al fine di ottenere importanti risparmi fiscali, trasferisce gli esorbitanti guadagni presso giurisdizioni a fiscalità agevolata, che si contraddistinguono per politiche opache in materia di scambio di informazioni.
E invero, il report Software & Web companies 2018-2021, recentemente pubblicato dall'Area Studi Mediobanca permette di fare chiarezza su questi aspetti, mettendo in evidenza, da una parte, il ruolo centrale ricoperto da queste imprese nella comunità, dall'altra, il modo tutto particolare con cui questi colossi del digitale si pongono nei confronti del fisco.

Con riferimento al primo aspetto, basti considerare due dati: quello del fatturato e quello occupazionale.

I dati riportati nel documento in commento danno palmare dimostrazione di quanto i big del digitale siano divenuti irrinunciabili per la tenuta del mercato del lavoro e dei tassi occupazionali: le webSoft occupano più di 3 milioni di persone e solo Amazon è il terzo datore di lavoro nel mondo, subito dopo la statunitense WalMart, che occupa 2,3 milioni di dipendenti, e la petrolifera cinese Cnpc.

La redditività di queste multinazionali, inoltre, è superiore a qualunque altro settore industriale; ben al di sopra, ad esempio, del farmaceutico e fashion: aziende come Facebook, Google, Microsoft generano, infatti, oltre 27 milioni di euro di utili al giorno.

E invero, nonostante ciò, queste stesse aziende solo quelle meno colpite dalla tassazione. Non solo hanno tutte sede legale nei paradisi fiscali (le cinesi hanno la sede legale nelle Isole Cayman e le statunitensi - ad eccezione di Microsoft - hanno la sede legale nello stato del Delaware) ma, generalmente, beneficiano di un'aliquota, pari al 12,8%, ben inferiore a quella media del 22,4%.
Questa differenza, come riportato nel focus della Camera dei deputati, denominato Web Tax ed economia digitale, discende principalmente dalle caratteristiche dei modelli d'impresa digitali, che dipendono in larga misura dai beni immateriali e beneficiano di sgravi fiscali.

Le imprese digitali non solo in molte giurisdizioni possono godere di oneri fiscali ridotti, ma fanno ampio ricorso a strategie di pianificazione fiscale aggressiva, che permette loro di arrivare ad azzerare l'onere fiscale.

Il fatto che circa il 40% dell'utile ante imposte delle multinazionali websoft sia tassato in Paesi a fiscalità agevolata, ha permesso a queste imprese di raggiungere un risparmio fiscale di oltre 10 miliardi di euro, solo nel 2020: in questi termini, non può stupire se, nonostante la pandemia, i ricavi dei 25 giganti del web hanno raggiunto i 1.153 miliardi, pari al 70% del Pil italiano.

Ebbene, in un simile contesto è evidente che la sfida tra fisco e imprese del digitale è ancora aperta, e questa stessa partita vede in netto vantaggio i big del web.

Pertanto, come rimarcato da numerosi studiosi e analisti, nonché dall'Osservatorio Cpi (Osservatorio conti pubblici italiani) occorre che tutte le giurisdizioni Ocse collaborino per trovare un accordo comune sui regimi di tassazione di queste società, al fine di ripartire tra gli Stati i profitti generati e impedire a queste imprese, anche mediante scambi infragruppo, di trasferire i guadagni verso paesi a fiscalità privilegiata.

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