Global tax e carbon tax. Prospettive a margine del G20 di Venezia

We Wealth
Nicola Dimitri
13.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Come emerge a seguito del G20 tenuto a Venezia sotto presidenza italiana, tassare a livello globale le imprese introducendo la carbon tax e la global minimum corporate tax sembra essere diventata esigenza condivisa dalla maggior parte degli Stati. Stante gli interessi in gioco, però, oltre ai potenziali vantaggi, occorre soffermarsi sulle criticità e sui profili di rischio, anche geopolitico, che vengono in rilievo

Concluso il G20 tenutosi a Venezia, We Wealth ha intervistato il Professor Carlo Pelanda per fare il punto su alcune delle principali questioni oggetto del forum, tra cui carbon tax e global minimum corporate tax

Carlo Pelanda è Professore di Economia e Geopolitica economica presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma

L'inedita proposta avanzata dal Ministro del Tesoro americano di istituire una tassazione minima a livello globale per le imprese sembra prendere corpo.

Gli incontri del G20 di Venezia, infatti, non hanno fatto altro che consolidare, ancora di più, l'intesa già raggiunta da 130 Paesi in sede Ocse, all'inizio di luglio.

Ebbene, anche in ragione dell'ampio consenso raggiunto, si può affermare che il progetto tratteggiato dall'Amministrazione Biden, benché ancora in stato embrionale, appare destinato a segnare un passaggio epocale nell'ambito della fiscalità internazionale.
“È innegabile che ci sia ancora ancora molto da fare, e che sono molteplici le incognite e i nodi da sciogliere”, avverte il Prof. Pelanda, “ma la direzione ormai è chiara, e sarà difficile che questo progetto possa trovare ostacoli lungo il suo cammino". La prospettiva di introdurre una tassa minima globale del 15% sui redditi delle multinazionali, infatti, "non conosce geografie e piace alla maggior parte degli Stati”.
Tutti i governi, del resto, Cina compresa, appaiono intenzionati a porre rimedio al fenomeno del trasferimento dei profitti all'estero e, parimenti, “risultano seriamente desiderosi di bonificare il problema dell'elusione fiscale; tassando tutti quei redditi prodotti dalle imprese che, fino ad ora, hanno trovato dimora in giurisdizioni off-shore".

L'iniziativa Usa, continua Pelanda, ha un doppio obiettivo: da un lato, “mira a fare cassa per il fisco, tassando le aziende che hanno dirottato all'estero capitali” e, dall'altro, “ambisce ad alleggerire la pressione fiscale sui grandi gruppi Usa (soprattutto tecnologici) che, dopo anni all'estero, saranno incentivati a localizzarsi in territorio statunitense”.

In questi termini “non deve certo stupire che anche la Cina abbia deciso di sposare il progetto americano della minimum corporate global tax”, sottolinea Carlo Pelanda. Anche la Repubblica popolare cinese, infatti, beneficerebbe di questo “ombrello legale, efficace a livello mondiale”. Del resto, la Cina al pari – se non in misura maggiore – di altre amministrazioni, “ha assistito negli ultimi anni ad una sempre più intensa migrazione dei grandi gruppi fuori dai confini”.

È del tutto normale che alcuni Paesi - specie quelli che hanno fatto della loro capacità di attrarre capitali esteri la principale strategia di sopravvivenza economica - osteggiano l'introduzione di un'aliquota fiscale minima a livello internazionale. Ma, la circostanza che le più grandi potenze mondiali, quali Cina e Usa, sono allineate nel voler ridurre le aree di elusione fiscale, rende politicamente irrilevanti le rimostranze sino ad ora manifestate; ad esempio, dall'Irlanda.

È bene però non cedere all'illusione di credere che l'introduzione di un'aliquota minima sia sufficiente per risolvere il problema del profit shifting da parte delle imprese o, al contrario, per arginare il fenomeno della race to the bottom degli Stati che ambiscono ad attrarre gruppi esteri.

“Ci saranno sempre, infatti, i modi per dirottare verso giurisdizioni a fiscalità ridotta i capitali e, di conseguenza, ci sarà sempre qualche sistema fiscale più competitivo ove localizzare la propria impresa”. Allo stesso tempo, grazie a questa manovra, c'è da credere, osserva Pelanda, che saranno maggiori i controlli e, con ogni probabilità, le operazioni elusive o borderline “potranno farsi solo nelle piazze finanziarie autorizzate; vale a dire, quelle piazze che godono o godranno di permessi speciali da parte della Cina, degli Usa e dell'Ue”.
Un altro ambito che probabilmente risentirà dell'introduzione della tassa minima globale è quello delle criptovalute. Si può scommettere, infatti, che cambieranno le cose anche sul fronte bitcoin. "Questa misura fiscale preconizza una disciplina più stringente su scala mondiale: ad esempio, si può ritenere che non sarà più possibile detenere criptovalute con possesso anonimo".

In stretta connessione con la menzionata minimum corporate tax, che stando alle stime Ocse potrebbe generare 150 miliardi di gettito annuo, si pone la questione che concerne l'opportunità di disciplinare le grandi trasformazioni: prima tra tutte la transizione ambientale.

Non per caso, il forum dei principali leader del mondo, appena concluso, si è tenuto a Venezia e, non per caso, il comunicato finale del G20 riconosce il carbon pricing come lo strumento necessario nella lotta al cambiamento climatico.

E invero, se sull'aliquota fiscale minima a livello internazionale non sembrano esserci particolari criticità, discorso diverso deve essere fatto per la carbon tax.

In questo caso, infatti, "solo l'Unione sembra particolarmente interessata ad introdurre una soglia minima globale per il prezzo delle emissioni di anidride carbonica. Cina e Usa, al contrario, non sembrano conservare un vero interesse verso la proposta europea". Del resto, le due potenze mondiali (in particolare la Cina che è dipendente dal carbone) inquinano molto più dell'Europa e, conseguentemente, hanno meno interesse a procedere, a passo svelto, verso la decarbonizzazione.

In questo scenario, molti attori politici e analisti sono concordi nel ritenere che non sarà possibile raggiungere la neutralità carbonica nei tempi sperati.

Può però dirsi che la carbon tax, assumendo a tutti gli effetti il valore di “dazio ambientale”, serve all'Ue per aumentare il suo potere in sede di negoziati con America e Cina. Come osserva il Professor Pelanda, "ventilare la possibilità di applicare una tassa sulle imprese extra-Ue che non rispettano determinati standard ambientali, significa – potenzialmente – escludere detti gruppi, rispettivamente cinesi o americani, da un mercato di 450 milioni di persone".

La carbon tax, sempre in ottica strategica, "consente all'Ue anche di fare pressione sull'auto elettrica. Interesse nazionale della Germania". Nazione questa che ricopre – e probabilmente ricoprirà - il ruolo di guida geopolitica dell'Unione.

Allo stesso tempo, occorre prestare attenzione ad alcuni profili di rischio. L'Ue, infatti, è il continente che più di tutti è dipendente dall'export. Inoltre, numerosi Stati membri, Germania in testa, hanno rapporti consolidati con la Cina.

In questi termini, se è utile "usare la carbon tax come arma morale", dunque come raffinato strumento politico finalizzato a ottenere, a livello Ue, maggiore potere di scambio nei negoziati con le più importanti potenze del mondo, è necessario non inimicarsi partner commerciali essenziali.

Cosa vorresti fare?

X
I Cookies aiutano a migliorare l'esperienza sul sito.
Utilizzando il nostro sito, accetti le condizioni.
Consenti