Gli investitori italiani hanno due grandi passioni: il capitale protetto e… le cedole. E anche quando investono in azioni la ricerca di pagamenti periodici sotto forma di dividendi è una delle più diffuse.
Chi sceglie le azioni ad alta remunerazione rinuncia al capitale protetto, parcheggia il denaro a lungo termine e fa il cassettista nella speranza che, alla lunga, possa anche beneficiare di un guadagno in conto capitale – ossia vendere le azioni a un prezzo superiore a quello d’acquisto.
Né il valore del capitale né la quantità futura di dividendi che saranno pagati è stabilita per contratto: il che implica maggior rischio per chi opta per le dividend stocks. Nonostante questo, è facile cadere in tentazione.
Prendiamo ad esempio il titolo Enel, che oggi offre un rendimento da dividendo attorno al 6% lordo annuo. Per fare un confronto, un Btp a 30 anni – un orizzonte lunghissimo che implica grandi rischi in termini di volatilità – oggi offre il 4,5% lordo. A questo punto, chi cerca una remunerazione periodica corre più rischi con un’azione o con un titolo a lunghissima scadenza?
Azioni ad alto dividendo: il parere degli esperti
Andare a caccia di azioni solide ad alto dividendo è una strategia finanziaria che ha la virtù della semplicità. Ma funziona davvero e, soprattutto, per quale tipologia di investitore è davvero consigliabile?
“Ci sono condizioni in cui le azioni cedolose possono avere senso”, racconta a We Wealth Roberta Rossi, responsabile consulenza di SoldiExpert SCF. Innanzitutto, “quando l’investitore sente il bisogno, anche psicologico, di ricevere un flusso cedolare, consapevole di rinunciare a parte della crescita del capitale”. Sì, perché il rovescio della medaglia delle azioni che offrono dividendi relativamente superiori è che, come tendenza generale, crescono meno in Borsa. Una regola che può avere eccezioni, ma che si dimostra solida se si confrontano indici azionari generali e indici focalizzati su titoli ad alto dividendo.
Dal 2008 all’agosto 2025, l’ETF iShares Euro Stoxx, che replica un ampio paniere di 600 titoli, ha reso (inclusi i dividendi) il 5,8% annuo composto. L’iShares Stoxx Europe Select Dividend 30 UCITS, che seleziona solo le 30 società con i dividendi più alti, si è fermato invece al 4,2% medio annuo, ha ricordato Rossi. Insomma, sulla lunga distanza la selezione di azioni a cedola ricca si rivela penalizzante. Tuttavia, chi gestisce attivamente il portafoglio può scegliere consapevolmente di puntare su titoli ad alto dividendo, aggiunge Rossi, perché ci sono fasi di mercato in cui il confronto si ribalta in favore delle aziende più consolidate e meno orientate alla crescita.
La conclusione breve è che l’investitore di lungo periodo, che punta a massimizzare il risultato finale, dovrebbe optare per strumenti finanziari che non distribuiscono dividendi e, nel caso di azioni singole da detenere a lungo, evitare di farsi ingolosire dal dividendo: nel complesso, le dividend stocks tendono ad avere un minore ritorno a lungo termine.
Costruire una rendita con i dividendi?
Per chi sceglie il dividendo, però, l’aspetto più spinoso potrebbe essere un altro: usare i titoli a dividendo come alternativa all’obbligazione per integrare il reddito. Il nodo è il controllo del rischio: anche se la remunerazione arriva puntuale, il valore del capitale è completamente esposto all’andamento delle azioni. “Rispetto ai bond, le azioni ad alto dividendo hanno un rischio maggiore: non le consiglierei a chi cerca un’integrazione stabile del reddito o della pensione, meglio in quel caso un giardinetto di obbligazioni”, afferma Rossi. “Rispetto all’azionario puro, invece, l’azione ad alto dividendo offre la possibilità di monetizzare parte del ritorno attraverso i flussi cedolari, ma spesso a discapito della performance complessiva”.
È un aspetto sottolineato anche dal fondatore di Plannix SCF, Luca Lixi. A meno che non sia necessaria a sostenere il tenore di vita tramite un’integrazione di reddito, “sconsigliamo un portafoglio o degli strumenti finanziari a rendita, siano essi ETF a distribuzione, azioni singole ad alto dividendo o obbligazioni singole”.
Anche qui, come accennato in precedenza, emergono problemi. Mentre un portafoglio di obbligazioni ad alto rating offre ragionevoli rassicurazioni sulla restituzione del capitale e delle cedole pattuite, con le azioni le previsioni sono sempre ipotetiche.
“La volatilità di un investimento azionario non va dimenticata, a maggior ragione se poco diversificato come un portafoglio da 10-12 azioni ad alto dividendo: è decisamente superiore rispetto a un portafoglio obbligazionario”, afferma Lixi. “Quando i capitali in gioco sono importanti, e quando la rendita da capitale dev’essere abbinata a un determinato livello di protezione del capitale, il rischio di un portafoglio a dividendo azionario potrebbe essere insostenibile”.
In più, se l’obiettivo è evitare la doppia imposizione fiscale sui dividendi, l’investitore sarà portato a preferire le azioni italiane, esponendosi però a un rischio concentrato sull’economia nazionale e rinunciando alla corretta diversificazione geografica.
Insomma, il “fascino della cedola” è innegabile, ma per l’investitore di lungo periodo può trasformarsi in una trappola. Le azioni a dividendo hanno senso solo quando servono davvero a integrare il reddito, purché inserite in un portafoglio diversificato – ben lontano dalla classica manciata di blue chip di Piazza Affari.

