Fondo di garanzia: ecco le regioni che ne hanno beneficiato

Rita Annunziata
16.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Durante l'ultimo anno il fondo di garanzia, secondo gli esperti, ha consentito di mantenere a galla una parte del tessuto delle piccole e medie imprese tricolori. Ma non tutte le regioni ne hanno beneficiato in egual misura. L'appello delle associazioni del settore: estendere le garanzie pubbliche ad almeno 15 anni

Secondo l'ufficio studi di Nsa, l'importo finanziato dal fondo di garanzia a favore delle pmi italiane tra il 17 marzo 2020 e il 1° marzo 2021 supera i 142 miliardi di euro

Di questi, solo 808 milioni si riferiscono alla previgente normativa. La restante parte deriva dal decreto “cura Italia” e dal decreto “liquidità”

Occorre creare i presupposti sulla base dei quali le imprese abbiano le capacità, anche finanziarie, per riattivare rapidamente la produzione

Nell'ultimo anno le richieste di finanziamento pervenute al Fondo di garanzia hanno superato i 142 miliardi di euro di valore. Un'attività, secondo gli esperti, che corrisponde a più dell'80% di quella svolta nel ventennio appena trascorso. Di questi, solo 808 milioni sono inerenti alla previgente normativa. E non tutte le regioni sembrerebbero averne beneficiato in egual misura.

Il numero di operazioni


Stando a un'analisi condotta dall'Ufficio studi della società di mediazione creditizia Nsa, che ha elaborato i dati relativi al periodo compreso tra il 17 marzo 2020 e il 1° marzo 2021, si parla complessivamente di 1.765.555 operazioni (1.785.632 al 9 marzo secondo le ultime rilevazioni del Mise e di Mediocredito Centrale, ndr). Nel dettaglio, 1.096.974 riguardano i finanziamenti fino a 30mila euro con copertura al 100%, mentre ammonta a 48 miliardi l'importo dei prestiti con copertura al 90% in garanzia diretta per operazioni a 72 mesi. Le rinegoziazioni e il consolidamento del debito con credito aggiuntivo del 10% (e, soprattutto, del 25%) e copertura all'80 e al 90% sfiorano i 27 miliardi e 600 milioni, circa il 20% del totale. I finanziamenti alle small mid cap con copertura all'80 e al 90% ammontano a 22 miliardi (il 15% del totale), ma chiude il cerchio la percentuale di copertura in garanzia diretta con 11 miliardi e 800 milioni (pari all'8,30%).

La distribuzione delle risorse


Numeri che sembrerebbero non rispecchiarsi nella fotografia relativa ai primi 60 giorni del 2021. Le operazioni con copertura al 100% per prestiti fino a 30mila euro, infatti, sono crollate del 40%, passando dal 65,93% al 26,90% rispetto al 2020, con una contrazione di due terzi del peso sul totale degli importi finanziati. Al contrario, il numero di operazioni relative ai finanziamenti ex. Art. 56 del decreto “cura Italia” sono impennate del 22%, con il 6% del peso sul totale dell'importo finanziato.
Una valutazione empirica dell'equità dei criteri di allocazione dei finanziamenti, che mette a confronto il rapporto tra la distribuzione percentuale per regione dei prestiti e il pil corrispondente delle stesse regioni e macroregioni italiane, mostra poi uno scenario disomogeneo. Si va dal -40% della percentuale dei finanziamenti rispetto alla percentuale di pil per la Valle d'Aosta, al -30% e al -26% per Liguria e Trentino-Alto Adige. In positivo, invece, il dato relativo alle Marche (+38%), seguito da Umbria (+30%) e Toscana (+27%). Quanto alle macro regioni, invece, guida il nord est con il +9,60%, accompagnato col segno meno da Sud e Isole (-7,50%).

L'appello di imprese e banche


Intanto, imprese e banche mettono nero su bianco “forti richieste” per garantire liquidità alle imprese e ottimizzare la disciplina del temporary framework sugli aiuti di Stato sulla base dell'attuale evoluzione della crisi sanitaria. Abi, Alleanza delle cooperative italiane, Casartigiani, Cia agricoltori italiani, Claai, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confartigianato, Confcommercio, Confedilizia, Confesercenti, Confetra, Confimi industria e Confindustria, hanno inviato due lettere distinte alle istituzioni europee e a quelle italiane sottolineando come il prolungarsi dell'emergenza continui “a incidere negativamente sulle attività d'impresa” e allontani “per molte di esse la ripresa”.
Tale “grave situazione”, scrivono, ha “evidenti e rilevanti impatti economici e sociali”. Di conseguenza, spiegano, occorre creare i presupposti sulla base dei quali le imprese “abbiano le capacità, anche finanziarie, per riattivare rapidamente la produzione e contribuire alla crescita economica del Paese”. Il tutto, consentendo alle banche di accordare a imprese e famiglie nuove moratorie di pagamento dei finanziamenti e di prorogare quelle in essere, escludendo l'obbligo di classificazione del debitore in forborne o in default secondo la regolamentazione europea in materia e “riattivando la flessibilità che l'Eba aveva concesso alle banche all'inizio della crisi economica”.

Estendere la garanzia pubblica o no?


Sul fronte del temporary framework, invece, il limite di sei anni per gli aiuti viene considerato “estremamente stringente”. Motivo per cui, le sigle firmatarie richiedono l'estensione della garanzia pubblica a non meno di quindici anni, in modo tale da consentire alle imprese di “diluire il proprio impegno finanziario su un arco di tempo più lungo, avendo a disposizione maggiori risorse per affrontare la fase della ripresa con successo”, sottolineando come vadano “favorite le operazioni di ridefinizione della durata dei finanziamenti in essere con le garanzie offerte dal Fondo di garanzia per le pmi, l'Ismea, la Sace o altri soggetti autorizzati e con copertura degli eventuali maggiori oneri per le imprese mediante adeguati contributi in conto capitale ammissibili secondo la disciplina del temporary framework”.

Ma il rischio dell'avvento di un esercito di imprese “zombie”, pronto ad abbattersi sul potenziale di crescita delle attività più dinamiche e redditizie, continua ad aleggiare tra gli esperti del settore. Secondo una recente analisi de lavoce.info, se le politiche emergenziali adottate fino a ora hanno consentito di scongiurare fallimenti di massa, l'eccesso di liquidità iniettato nel sistema potrebbe lasciare sul mercato una quota di imprese poco produttive e in grado di bloccare la riallocazione delle risorse verso attività più dinamiche e redditizie. Resta il punto di domanda su quali tenere a galla e quali lasciare andare.

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