Il capitalismo di territorio di Intesa Sanpaolo

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Dall'integrazione di Intesa Sanpaolo con Ubi Banca nasce la nuova banca dei territori del gruppo per affiancare lo sviluppo di pmi e famiglie e favorire la crescita dell'economia reale

La nuova struttura della banca dei territori è formata da 12 direzioni regionali, più una nuova direzione dedicata all’agribusiness accanto alla direzione impact e a quelle dedicate ai clienti retail e alle pmi

Il gruppo Intesa Sanpaolo conta oggi – post integrazione con Ubi - 3.700 filiali sparse su tutto il territorio italiano, 13,5 milioni di clienti, una raccolta complessiva di oltre 550 miliardi e impieghi per circa 250 miliardi

Al via la nuova struttura della banca dei territori di Intesa Sanpaolo, nata dall'integrazione di Intesa Sanpaolo con Ubi Banca, per affiancare lo sviluppo di pmi e famiglie e favorire la crescita dell'economia reale. A presentarla è stato Stefano Barrese, responsabile della divisione banca dei territori del gruppo bancario, che ha parlato di una nuova realtà formata da 12 direzioni regionali, più una nuova direzione dedicata all'agribusiness accanto alla direzione impact e a quelle dedicate ai clienti retail e alle pmi.
“Questa nuova banca dei territori rende ancora più evidente la finalità che ci siamo dati, cioè di riuscire a dare 14 banche al territorio nazionale, di cui 12 estremamente vicine alle comunità radicate con 12 sedi che diventino un riferimento compiuto per famiglie imprese, e due banche vicine a comunità di clienti con particolarità estremamente diverse, che meritano di fatto una banca di riferimento”, ha spiegato Barrese, aggiungendo che “questa banca dei territori è capillare, si colloca vicino alle comunità e ha alle spalle la capacità di un grande gruppo di esprimere soluzioni che guardano al futuro”.

I numeri della nuova banca dei territori


L'integrazione con Ubi ha apportato al gruppo 2,4 milioni di clienti aggiuntivi, circa mille filiali e circa 220 miliardi di volumi. Una dimensione significativa che si aggiunge a quanto già in precedenza presente, portando la banca dei territori a una dimensione che conta oggi 3.700 filiali sparse su tutto il territorio italiano, 13,5 milioni di clienti, una raccolta complessiva di oltre 550 miliardi di euro di risparmi degli italiani e impieghi per circa 250 miliardi. In pratica, circa 800 miliardi di volumi che la banca gestisce complessivamente fra impieghi e raccolta, pari a circa il 50% del pil nazionale.

 

Intesa, il capitalismo di territorio e le prospettive dell'Italia


“Il nostro paese ha un'economia di filiere produttive, di distretti, un capitalismo di territorio. La nostra forza è nei territori”, ha precisato Gregorio De Felice, capo economista e responsabile della direzione studi e ricerche del gruppo, che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del pil italiano al 4,6% nel 2021. “Siamo in un momento di svolta, in un momento importante per l'economia italiana, si è avviata la ripresa e stiamo uscendo dalla recessione. Inoltre, abbiamo un'occasione davvero storica per modernizzare il paese e riuscire ad arrivare a un sistema economico molto più efficiente che in passato”, ha aggiunto.

L'economia italiana potrà contare infatti su una ritrovata competitività, con un diffuso guadagno di quote di mercato dei settori manifatturieri, e nel balzo della propensione all'export. Un grande traino alla crescita verrà, infatti, in Italia (come sempre) dal mondo del manifatturiero.
La grande scommessa del nostro paese è riuscire a mettere oggi le basi per una crescita più forte e sostenibile nel lungo periodo, quindi dal 2025 in poi. E questo sarà possibile non soltanto facendo   investimenti e riforme abilitanti, ma andando a semplificare enormemente i temi della pubblica amministrazione, della giustizia, accelerando i tempi e aumentando la concorrenza in alcuni settori dove questa è ancora un po' bassa”, ha proseguito De Felice.

In ogni caso, gli spazi di miglioramento ci sono e sono importanti. In particolare, il grande tema di quest'anno e dei prossimi sarà quello degli investimenti: abbiamo infatti un gap importante da recuperare. “Negli ultimi 10 anni in Germania gli investimenti sono saliti del 20%, mentre in Italia sono diminuiti del 16%. Questo a livello complessivo, poi ci sono differenze per macro-settori, con differenze più ampie per le costruzioni e meno forti per Ict e ricerca. “Questo +20% e -16% fa somma 36%, che vuol dire che se fossimo riusciti a fare tanti investimenti quanti la Germania oggi avremmo un flusso annuo di 128 miliardi di investimenti in più, pari a circa l'8% del pil”, ha spiegato il capo economista e responsabile della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, che poi ha concluso dicendo che sulla base di un'indagine fatta dal gruppo bancario su 3mila gestori è emerso che gli investimenti degli imprenditori andranno soprattutto su digitale, green e infine nella ricerca & sviluppo.
Direttore di We-Wealth.com e caporedattore del magazine. Giornalista professionista, è laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Torino. Ha lavorato a MF, Bloomberg Investimenti, Finanza&Mercati. Ha collaborato con Affari&Finanza (Repubblica) e Advisor
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