Caso Credit Suisse: le regole possono fare da scudo?

Rita Annunziata
23.2.2022
Tempo di lettura: 5'
L'indagine sui conti segreti di Credit Suisse punta il faro sulla legge federale sul riciclaggio di denaro. Col Partito popolare europeo che invoca una revisione delle pratiche bancarie svizzere. Ecco come la compliance può aiutare gli istituti finanziari a evitare scivoloni

L’inchiesta riguarda più di 18mila conti correnti riconducibili a oltre 30mila persone e società, per un totale che supera i 100 miliardi di euro

David Jandrasits: “Le banche sono obbligate ad attualizzare il profilo del cliente regolarmente. Verificando chi è il beneficiario effettivo”

Credit Suisse torna nell'occhio del ciclone. Un gruppo di giornali internazionali ha recentemente pubblicato una maxi inchiesta che riguarderebbe migliaia di conti correnti aperti negli scorsi decenni (in alcuni casi risalenti anche agli anni '40) da soggetti accusati di attività illecite, uomini d'affari colpiti da sanzioni internazionali ma anche ex dittatori o faccendieri. Accuse respinte dall'istituto elvetico, che le ha definite questioni “prevalentemente storiche” e basate su “informazioni parziali, imprecise o fuori contesto”. Ma che hanno spinto il Partito popolare europeo a invocare una revisione delle pratiche bancarie in Svizzera oltre che a considerare il Paese come “ad alto rischio di riciclaggio”. Al netto del fatto che, stando a quanto dichiarato da Credit Suisse, gran parte dei conti bancari contestati siano stati chiusi da anni, qual è la responsabilità degli enti finanziari in casi simili? Le maglie della regolamentazione sono ancora troppo ampie? E in che modo la compliance può aiutare gli istituti a evitare scivoloni?
“Come previsto dalla legge federale sul riciclaggio di denaro, le banche sono obbligate ad attualizzare il profilo del cliente regolarmente. Verificando chi è il beneficiario effettivo, da dove arrivano i soldi e a chi spettano”, spiega a We Wealth David Jandrasits, avvocato dello studio legale Schwärzler specializzato in diritto societario e tributario, diritto commerciale e contenzioso civile. “In caso di sospetto fondato, anche se alla base ci fosse un reato che potrebbe essersi prescritto nel frattempo, interviene l'obbligo di comunicazione alla Finma (l'autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari, ndr) ai sensi dell'art. 9 della suddetta legge”. Chiaramente, osserva Jandrasits, controllare ogni relazione bancaria annualmente per milioni di clienti sarebbe “una pratica impossibile” ma l'attenzione dovrebbe essere posta soprattutto su “relazioni bancarie molto vecchie” o “conti correnti intestati a società offshore o in una blacklist dell'Unione europea”.
Certo, avverte Jandrasits, in confronto alle regole europee la legge svizzera “è un pochino meno trasparente”. Il che renderebbe più facile per una banca o un intermediario finanziario accettare un cliente che in un altro paese (come l'Italia, l'Austria o il Liechtenstein, per esempio) non sarebbe accettato. “Quando un cliente vuole aprire un conto corrente in Svizzera deve compilare una serie di moduli e assolvere una serie di formalità. Ma se in molti paesi viene già richiesta da anni la condivisione di una documentazione che provi quanto dichiarato dal cliente nel formulario, in altri paesi come la Svizzera questo non è ancora diventato una realtà”. Se per esempio un potenziale cliente dichiara di essere l'unico azionista di una società panamense che punta sull'import-export, spiega Jandrasits, al massimo la banca svizzera chiederà un estratto dal registro delle imprese. In paesi come l'Austria o il Liechtenstein, invece, gli istituti “pongono molte più domande, vogliono vedere i contratti con altre società per import-export o capire di che merce si tratta”.

Per evitare scivoloni, secondo Jandrasits, gli istituti possono comunque correre ai ripari indipendentemente da quanto previsto dalla legge. Innanzitutto identificando adeguatamente la controparte e accertando gli aventi diritto. Poi, se la relazione bancaria (anche allacciata da tempo) appare inconsueta o emergono chiari indizi che facciano “presumere che i soldi siano connessi a un reato” le banche dovrebbero “chiarire il retroscena economico” vale a dire lo scopo della transazione. Oltre che adottare i necessari provvedimenti organizzativi per prevenire il riciclaggio. “Non dovrebbero avere soltanto un dipartimento compliance, ma anche istruire i propri dipendenti su a cosa prestare attenzione”, osserva Jandrasits. Il problema, aggiunge, è che la compliance molto volte viene considerata una formalità. E che spesso una banca non intende proteggersi. Anzi. Lo calcola come rischio.

Quello che è certo, conclude l'esperto, è che Credit Suisse non rappresenta un caso isolato. Ma si tratta di “un problema sistemico”. Stando a una recente analisi del Financial Times, tra l'altro, anche altri istituti finanziari stanno facendo i conti oggi con illeciti passati. Ubs, per esempio, sta contestando la sentenza della Corte d'appello di Parigi che lo scorso dicembre l'ha condannata a pagare una multa di 1,8 miliardi di euro per aver aiutato facoltosi clienti francesi a evadere il fisco. Julius Baer è stata invece coinvolta in un caso relativo alla Fifa e in un altro caso di corruzione relativo a Petróleos de Venezuela (la compagnia petrolifera statale venezuelana), che due anni fa hanno spinto la Finma a vietarle di effettuare grandi transazioni. Tra l'altro, le ricadute del caso Credit Suisse rischiano di travolgere l'intero settore finanziario svizzero, con le azioni delle banche del Paese in calo più della maggior parte degli istituti di credito europei nella seduta di lunedì (giorno in cui i mercati azionari sono stati colpiti tra l'altro dall'escalation delle tensioni al confine tra Russia e Ucraina).

Ad ogni modo, secondo altri operatori del mercato, il tema dei conti correnti resta un ago in un pagliaio. C'è chi ritiene che tracciare questa tipologia di clienti risulta impossibile. E che manchi di fatto una normativa specifica che obblighi i clienti a dimostrare di essere “legalmente puliti” al momento dell'apertura di un conto corrente. Quello su cui bisognerebbe prestare piuttosto attenzione quando si parla di grandi conglomerati finanziari, spiega a We Wealth uno di loro, sono i prestiti concessi (a società più o meno sostenibili) e i prodotti green offerti. “Lì ci sono i soldi veri, non sui conti correnti”.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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