Kairos: è tempo di scommettere sull'Italia

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
14.9.2021
Tempo di lettura: 3'
“Il piano Next Generation Eu e la guida di Mario Draghi esprimono un mix di condizioni eccezionali, che possono riportare fiducia e capitali”, dice Alberto Castelli, da inizio anno alla guida del Gruppo Kairos, 5 miliardi di euro in gestione. Ma avverte: “Ora il Paese deve onorare il contratto con l'Europa”

Il 44% delle masse investite tramite i prodotti del Gruppo Kairos è su asset dell’Italia

"Siamo decisi ad entrare nei private market in modo sistematico", dice Castelli, "attraverso una serie di prodotti che ci consentano di presidiare questo mercato e valorizzare le nostre competenze sull’Italia"

A breve sarà lanciato un nuovo fondo di venture capital

I primi 25 miliardi sono arrivati il 13 agosto. È l'anticipo che la Commissione europea ha accordato all'Italia dopo il via libera ottenuto un mese prima al suo Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrebbe portare nelle tasche del Tesoro 191,5 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, tra finanziamenti (122,6 miliardi) e fondo perduto (68,9 miliardi).

Dovrebbe. Perché il flusso di capitale promesso dall'Europa è condizionato al rispetto di una serie di precisi impegni assunti dall'esecutivo in termini di destinazione degli investimenti e riforme. Ogni sei mesi la Commissione verificherà lo stato di avanzamento lavori. E se dovesse riscontrare ritardi o lacune, potrebbe ridurre l'ammontare delle risorse messe a disposizione e sospendere i pagamenti.

“Quello che abbiamo sottoscritto con l'Europa è un contratto. L'Italia deve onorarlo, perché solo se rispetta gli impegni presi e dimostra di saper utilizzare in modo produttivo e onesto le risorse messe a disposizione dall'Europa, sarà in grado di innescare un circolo virtuoso, fatto di fiducia e nuovi capitali”.

Alberto Castelli, una lunga esperienza nell'industria dei servizi finanziari, da inizio anno alla guida del Gruppo Kairos come amministratore delegato, invita a guardare al Piano Next Generation Eu e alla sua “costola” italiana, il Pnrr, per quello che sono: non un traguardo, ma una straordinaria opportunità. Una sfida che il Paese può vincere. E che non può permettersi di perdere.
L'Italia proviene da un ventennio di declino economico che ruota attorno a tre nodi: produttività, crescita, debito. Quali sono le condizioni affinché il Piano abbia successo nel tracciare una traiettoria di rinascita per il Paese? Dobbiamo fare un uso oculato delle risorse, perché in buona parte dovranno essere restituite. È essenziale soprattutto per ripristinare la fiducia degli investitori esteri, dopo un lungo periodo di disaffezione che ha gravato pesantemente sugli asset del nostro Paese, principalmente a causa del debito. Le condizioni di partenza sono eccezionali, per vari motivi.

Quali?
Da una parte la lotta comune contro gli effetti della pandemia ha rigenerato il principio di solidarietà europea, sdoganando il tabù del debito. Lo stesso Mario Draghi ha sottolineato più volte la distinzione tra debito buono e debito cattivo. Ciò che rende il debito buono o cattivo è l'uso che si fa delle risorse. L'Europa sembra aver accolto questo orientamento e noi dobbiamo fare la nostra parte. Draghi è l'uomo giusto al momento giusto. È decisionista. Ha dimostrato di saper costruire il consenso. Conosce il sistema Italia. E oggi può contare su una dote straordinaria, che arriva proprio dall'Europa. La missione del Paese è onorare il contratto sottostante questa apertura di credito a favore dell'Italia

Dietro questa grande occasione per l'Italia c'è anche un'opportunità d'investimento?
Noi ne siamo convinti. Se guardiamo alle valutazioni, gli asset italiani sono interessanti in termini relativi. Se i rendimenti dei nostri titoli di stato scontano un premio di rischio rispetto al debito pubblico di Spagna, Portogallo e persino della Grecia significa che c'è spazio per cogliere delle opportunità. Lo stesso vale per il capitale di rischio: la Borsa italiana è stata sotto-investita o disinvestita da pressoché tutti gli investitori internazionali negli ultimi 20 anni, a causa di una sistematica sottoperformance rispetto agli altri listini. Oggi possiamo attirare di nuovo l'attenzione dei capitali esteri, grazie anche alle riforme – pensiamo alla giustizia necessarie per rendere il sistema Paese più efficiente e più competitivo. Nei portafogli degli investitori internazionali, l'Italia può tornare ad avere una rappresentazione che sia in linea con il peso economico del Paese e con l'eccellenza che molte delle nostre aziende sono in grado di esprimere a livello globale.

Quali sono le aree di maggiore interesse?
Ce ne sono davvero tantissime: dal packaging alla componentistica, ai servizi alle multinazionali... l'Italia è piena di eccellenze che tipicamente si collocano nel tessuto delle piccole e medie imprese. Hanno bisogno di capitale per crescere e spesso non riescono a trovare nel sistema bancario il supporto che cercano. E poi c'è tutto il mondo legato alla rivoluzione ambientale, alla sostenibilità, alle tecnologie per l'efficientamento energetico. Ricordo che il 37% delle risorse finanziate dall'Europa nell'ambito del piano Next Generation Eu dovrà avere una chiara impronta green, contribuire concretamente alla lotta al cambiamento climatico.

I Piani individuali di risparmio e gli Eltif, i fondi europei a lungo termine, sono gli strumenti giusti per dirottare gli investimenti privati verso le imprese italiane di successo?
I Pir hanno già dimostrato di poter raccogliere grandi capitali, grazie anche ai robusti benefici fiscali. Gli Eltif sono un mercato giovane, in evoluzione, che offre grandi opportunità, perché consentono di stabilizzare l'orizzonte di riferimento: trattandosi di strumenti illiquidi, con una prospettiva di medio e medio-lungo termine, sono più funzionali allo sviluppo dell'azienda, che sa di poter contare su un periodo di tempo più ampio per mettere a frutto gli investimenti. Un nuovo stabilimento produttivo non si costruisce in poche settimane. Sono convinto che Pir ed Eltif contribuiranno ad avvicinare le imprese al mercato dei capitali. Ne hanno davvero bisogno.

Che ruolo pensa di giocare Kairos in questo mercato?
Noi abbiamo lanciato il nostro Pir nel 2017 e il primo Eltif a settembre del 2020 Nella parte finale di quest'anno lanceremo un fondo di venture capital, focalizzato su startup e pmi innovative italiane, con un obiettivo di raccolta fissato a 150 milioni di euro. Non si tratta di una scelta tattica o di breve respiro: siamo decisi ad entrare nei private market in modo sistematico, attraverso una serie di prodotti che ci consentano di presidiare questo mercato e valorizzare le nostre competenze sull'Italia. Il recente ingresso di Roberto Zanco, a fine luglio, a capo del team di Alternative illiquid investments e la collaborazione siglata lo scorso novembre con Electa Italia, società specializzata in attività di advisory per operazioni di investimento, M&A ed ingegneria finanziaria nell'ambito del settore del private market, supporteranno lo sviluppo di questa area di business. Siamo italiani, conosciamo molto bene il mercato. Vogliamo consolidare il nostro posizionamento, come punto di riferimento per chi vuole investire sugli asset italiani, che si tratti di bond, capitale di rischio, mercati privati.

Oltre all'Italia, quali sono i vostri asset portanti?
L'Europa, i tematici, gli investimenti socialmente responsabili; a tale proposito il nostro obiettivo a tre anni è di poter etichettare Esg il 90% delle nostre masse in gestione. Ciò che accomuna tutti questi asset è fondamentalmente il nostro Dna gestionale alternativo, con cui manteniamo un forte posizionamento nel mercato della gestione attiva, a livello europeo. A conferma di ciò abbiamo recentemente siglato un accordo di collaborazione con Engadine Partners Llp, società di gestione indipendente specializzata in investimenti alternativi con sede a Londra, per rafforzare l'offerta di strategie longshort europee della nostra società inglese Kairos Investment Management Ltd. Marcello Sallusti fondatore di Engadine Partners ed ex deputy cio di Egerton, uno dei grandi hedge fund della piazza londinese è il nuovo cio di Kairos Investment Management Ltd.

Qual è la sua priorità alla guida del gruppo?
Valorizzare la vicinanza e l'integrazione tra asset management e wealth management, che è al cuore del nostro modello di business. Consolidare il posizionamento di Kairos come operatore leader nell'innovazione di prodotto. La performance non è una commodity, come sostiene qualcuno...è l'elemento che fa la differenza nel consegnare valore per i clienti. Il servizio è essenziale, ma senza performance non si va da nessuna parte. Continuare a focalizzarci su ciò che sappiamo fare bene.

Come si può fare la differenza?
Investendo sui talenti. Valorizzando quelli che hai già in squadra e selezionandone altri che siano complementari. Puntando sulla tecnologia, per liberare il capitale umano da attività a basso valore aggiunto. Questo vale sia per i gestori, per i banker e anche per le funzioni di staff.

Qual è il vostro piano di crescita nel wealth management?
Oggi gestiamo circa 5 miliardi di euro, equamente ripartiti tra le due divisioni di asset management e wealth management. Abbiamo una squadra di 20 wealth manager. Puntiamo a reclutarne altri 15 entro fine 2023.

Quasi un anno fa, Kairos è stata protagonista di un nuovo riassetto azionario: Guido Brera, Cio e co-fondatore, Rocco Bove e Massimo Trabattoni, gestori storici di Kairos, sono tornati azionisti. Più di recente anche lei e Caterina Giuggioli, sales director, siete entrati nel capitale. Che significato ha questa operazione?
Da una parte l'azionista di maggioranza, Julius Baer, che è la terza banca svizzera, garantisce stabilità e “spalle larghe”. Dall'altra, l'ingresso nel capitale di alcune figure chiave alimenta lo spirito imprenditoriale che da sempre anima il gruppo e valorizza un pieno allineamento di interessi e ambizioni tra il management, l'azienda e i clienti.

Un'idea su cui investire per il lungo termine?
L'Italia: abbiamo circa il 44% delle masse attualmente investite per il tramite dei nostri prodotti d'investimento. Il Paese ce la può fare. Ce la deve fare. Ora, però, pensiamo al “contratto” con l'Europa.

Articolo tratto da We Wealth N°38 – settembre 2021
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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