Gestione attiva contro indici: in Italia sottoperforma di meno

Alberto Battaglia
12.10.2021
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Rispetto agli indici di riferimento i fondi attivi faticano a produrre ritorni migliori, ma in Italia il confronto è meno inclemente

Nei primi sei mesi del 2021, il 70% dei fondi azionari europei a gestione attiva ha registrato ritorni inferiori rispetto all'indice di riferimento, contro il 20% dei fondi azionari italiani

Anche nei confronti su periodi più lunghi la gestione attiva dei fondi azionari italiani "sfigura di meno" nei confronti del benchmark, secondo i dati dell'ultimo S&P Indices Versus Active Funds

Nemmeno nell'ultimo anno segnato dalla pandemia, la gestione dei fondi attiva è riuscita, nel complesso, a “battere” i relativi indici di riferimento. L'esito del confronto non è di per sé sorprendente, dal momento che i dati hanno mostrato da tempo quanto sia difficile, anche per i migliori manager, mantenere performance superiori agli indici di riferimento al netto dei costi. Curiosamente, però, è proprio in Italia che i fondi azionari attivi riescono a sfigurare di meno. E' quanto emerge dai dati dell'ultimo rapporto biennale S&P Indices Versus Active Funds, che mette a confronto le performance dei fondi a gestione attiva (che prevedono un lavoro di selezione guidato da un team di professionisti) con gli indici che si prefiggono di “battere”.

Nei 12 mesi al 30 giugno 2021 il 65% dei fondi azionari globali a gestione attiva ha sottoperformato l'indice S&P/IFCI, percentuale che scende al 51% per i fondi azionari Usa ed Europei (paragonati agli indici S&P 500 e S&P Europe 350). Molto meglio è andata ai fondi azionari italiani a gestione attiva: a fare peggio dell'indice di riferimento per il mercato tricolore, l'S&P Italy BMI, è stato “solo” il 40%.

Anche allargando lo sguardo al triennio e al decennio la gestione attiva italiana, pur soccombendo agli indici con una percentuale di fondi in ritardo rispetto al benchmark del 72 e 75%, se l'è cavata meglio dei fondi appartenenti a tutte le altre categorie analizzate da S&P nell'orizzonte decennale. Per fare un confronto, il 95% dei fondi attivi Usa e l'85% dei fondi europei ha sottoperformato il benchmark negli ultimi dieci anni.
Il risultato del confronto non cambia anche se si considerano i ritorni corretti per il rischio: in 10 anni ha sottoperformato circa il 68,8% fondi attivi italiani, contro il 97,7% di quelli americani e il 90,5% di quelli europei. Il divario favorevole alla gestione attiva Made in Italy rimane anche negli orizzonti triennali e quinquennali.

I dati relativi ai primi sei mesi del 2021


Mentre le perturbazioni della Covid-19 si sono ridotte, la prima metà del 2021 è stata caratterizzata da un mercato azionario rialzista e poco volatile. In questo periodo, i fondi attivi hanno generalmente faticato tenere il passo con i loro benchmark, ha affermato S&P.
L'S&P Europe 350 ha fatto meglio del 70,7% dei fondi azionari europei attivi denominati in euro nel primo semestre del 2021, in aumento rispetto al 41,7% ottenuto nella prima metà del 2020, quando la pandemia aveva fatto precipitare i mercati. “Queste cifre potrebbero supportare l'idea che i gestori attivi possano avere performance relativamente migliori in tempi incerti”, ha commentato S&P.

Anche nel confronto sui primi sei mesi dell'anno i fondi italiani hanno fatto eccezione: solo il 20% ha sottoperformato rispetto all'indice di riferimento: è l'unica categoria analizzata ad aver una quota di fondi attivi in ritardo sul benchmark al di sotto del 50%.

“La performance relativamente migliore dei fondi attivi durante il 2020 non è stata sufficiente a compensare la tendenza a lungo periodo”, ha concluso S&P, “in ogni categoria di fondi il benchmark ha ottenuto migliori performance rispetto almeno al 50% dei fondi nel periodo di 10 anni, con medie superiori all'80%”. Le probabilità di selezionare il fondo attivo che, nell'arco di un decennio, farà meglio del suo indice di riferimento non sono favorevoli al risparmiatore. Anche perché, come recita l'adagio, le performance passate non sono indicative di quelle future.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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