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Incertezza da covid? Gli addetti ai lavori sono più resilienti

Incertezza da covid? Gli addetti ai lavori sono più resilienti

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Livia Caivano
Livia Caivano

20 Novembre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Rispetto alla media dei settori, le persone che lavorano in istituti finanziari, banche e assicurazioni hanno espresso i più bassi livelli di paura (-62%) e alti livelli di serenità (+46%)

  • E’ possibile tratteggiare un profilo di settore piuttosto definito anche nell’approccio al cambiamento, che nella industry è nettamente a favore della razionalità

Emozioni e comportamenti della industry di fronte all’incertezza. Come stiamo vivendo l’incertezza? Come affrontiamo il cambiamento che ci impone la crisi sanitaria e cosa stiamo imparando? Lo abbiamo chiesto a Chiara Bacilieri, head of Data Analytics di Lifeed

Una ricerca che si basa sulle narrazioni dei partecipanti ai percorsi formativi e utilizza una metodologia quali-quantitativa che parte da dati destrutturati, densi di significato e ricchi di sfumature, per arrivare a scoprire emozioni, comportamenti, bisogni e talenti nascosti. E’ il lavoro che ha fatto Lifeed, ed tech company innovativache ha ideato il Life Based Learning, un metodo che permette alle persone di trasformare gli eventi di vita e le fasi di transizione in occasioni di crescita e rafforzamento delle competenze soft. Abbiamo chiesto a Chiara Bacilieri, head of data analytics di Lifeed di spiegarci cosa dicono i loro dai sulla reazione dei professionisti del wealth management alla pandemia.

 Come stanno reagendo alla pandemia i professionisti del mondo della finanza? Sono più razionali dei professionisti di altri settori?

Rispetto alla media dei settori, le persone che lavorano in istituti finanziari, banche e assicurazioni hanno espresso i più bassi livelli di paura(-62%) e alti livelli di serenità (+46%). Se interpretiamo questi dati anche alla luce dei comportamenti espressi nelle narrazioni, è possibile tratteggiare un profilo di settore piuttosto definito anche nell’approccio al cambiamento, che nella industry è nettamente a favore della razionalità.

Dall’analisi delle espressioni dei partecipanti in questo settore, rispetto alla media degli altri settori si osserva una forte tendenza ad analizzare il cambiamento e il contesto in maniera razionale (+58%)e allo stesso tempo una minore propensione a farsi guidare dalle emozioni (-33%).

Forse, l’esposizione alla volatilità dei mercati, la capacità di trovare strategie anche in condizioni avverse di mercato, l’abitudine professionale all’analisi da anteporre alle reazioni di impulso ha giocato a favore di comportamenti proattivi e di adattamento.

La presa di coscienza di trovarsi di fronte a un cambiamento inatteso porta ciascuno di noi, in modo diverso e in misura diversa, a mettere in atto diverse strategie per cercare di comprendere il fenomeno, come la ricerca di informazioni e l’auto-riflessione. Dall’analisi dei dati emerge che nell’industria finanziaria prevalgono, rispetto alla media degli altri settori, espressioni connesse alla tendenza a documentarsi e ricercare informazioni per farsi strada nell’incertezza (+31%).

Quali sono i punti di forza e quali invece le debolezze? Quale valore aggiunto possono offrire ai loro clienti?

Questi risultati delineano un profilo di settore caratterizzato da un approccio marcatamente razionale e da una maggiore propensione alla ricerca di informazioni, uniti ad alti livelli di serenità e bassi livelli di paura.

Le caratteristiche emerse sono giuste o sbagliate? L’obiettivo dell’analisi non è dare giudizi, ma permettere alle organizzazioni di individuare le modalità più efficaci per favorire il benessere e il change management a partire da ciò che le persone esprimono sul ‘loro’ modo di vivere il cambiamento.

Quali evoluzioni possiamo prevedere?

Stiamo assistendo al passaggio da modelli organizzativi concentrati sulla gestione del bilanciamento vita-lavoro a modelli che vedono in queste dimensioni una sempre maggiore integrazione; dall’opposizione binaria e competitiva tra vita privata e lavorativa alla loro sinergia; dalla distinzione dei ruoli all’integrazione di dimensioni identitarie e competenze soft che si manifestano nella vita privata nel lavoro. In questo contesto, il ruolo di “caregiver” delle organizzazioni diventerà ancora più rilevante: un ruolo che implica aiutare le persone a vivere il cambiamento e a trovare nell’incertezza un’opportunità per migliorarsi; che sottende una crescente attenzione al singolo e alla dimensione soggettiva; che richiede la capacità di ascoltare ancor prima di farsi ascoltare.

Livia Caivano
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