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Blind trust, un miraggio per l’Italia

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

21 Settembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il blind trust permette al disponente di spossessarsi dei propri bene e della gestione ad essa collegata

  • Il blind trust è molto sviluppato negli Usa e quasi tutti i politici americani lo usano. In Italia non è ancora entrato nell’uso comune

In Italia esiste un solo caso di blind trust. Il sindaco di Venezia è stato infatti il primo a voler usare questo strumento fiscale. Eppure, il blind trust offre notevoli vantaggi per chi è esposto politicamente

Il blind trust in Italia è ancora un miraggio. Ad oggi esiste infatti un solo caso di blind trust, fatto dal sindaco di Venezia. A dirlo e Giulia Cipollini, partner dello studio Withers. Eppure, lo strumento fiscale ha notevoli vantaggi per chi è esposto politicamente. Il blind trust permette infatti al disponente di spossessarsi del suo patrimonio ed essere “blinded”, all’oscuro, della gestione dei beni messi all’interno del trust. In questo modo il disponente, non solo si spossessa dei suoi beni, ma anche della gestione a loro collegata. Il periodo di tempo può variare. Si può infatti dare vita ad un blind trust per tutta la durata dell’incarico politico, per un periodo più lungo o anche inferiore. Inoltre, a differenza del trust tradizione, nel blind si possono nominare dei beneficiari finali o decidere che il patrimonio, una volta terminata la vita del trust, tornerà nelle mani del disponente.

Negli Usa la pratica del blind trust viene usata da quasi i tutti i politici o comunque personaggi esposti ad un possibile conflitto di interesse. A New York, per esempio, tutti i sindaci hanno dato vita ad un blind trust. Ci sono poi politici come Donald Trump, che oltre a non aver voluto presentare la dichiarazione dei redditi non hanno nemmeno risposto positivamente alla richiesta di aprire un blind trust. Negli Usa c’è però questa “corsa” al blind trust, una volta che si ricopre un incarico politico, tendenzialmente perché la legge contro i conflitti di interesse è particolarmente severa. Aprire un blind significa dunque semplificarsi la vita e non rischiare futuri problemi giudiziari.

Foto di Giulia Cipollini in bianco e nero
Giulia Cipollini - responsabile team private client and tax Withers

In Italia il blind trust, ma più in generale il trust, non è uno strumento particolarmente sfruttato e apprezzato. Il problema – sostiene Cipollini – è nella mentalità. È sempre difficile accettare il completo spossessamento dei propri beni e il fatto che questi vengano gestiti da un altro soggetto. Inoltre, in Italia tutti gli strumenti che ruotano attorno al blind trust non si sono sviluppati proprio a causa della mancanza di soggetti aderenti. Negli Usa esiste, per esempio, un registro dei blind trust e una vigilanza esterna (Consob americana) che li monitora. In Italia il soggetto terzo che monitora l’operato del blind trust non esiste, ancora.

Il sindaco di Venezia, ha infatti dato vita al primo blind trust italiano seguendole regole redatte a New York. Si sono scelte proprio quelle linea guida, perché a differenza di altri stati americani, sono “molto ben delineate e rigorose” dichiara Cipollini. Il blind trust made in New York richiede infatti che iltrustee debba essere americano e residente a New York. In molti altri stati non c’è questa restrizione. Si possono dunque aprire diversi possibili scenari fiscali, molto meno leciti.

Un altro risvolto, non voluto, del blind trust è stato il passaggio generazionale non all’italiana. Di fatto dunque si è riusciti a realizzare un passaggio generazione, in Italia, senza far subentrare i figli all’interno dell’azienda di famiglia. Caso estremamente raro. Secondo Claudio DeVecchi, docente di strategia e politica aziendale dell’Università Cattolica di Milano, nel Bel paese infatti la figura del manager non è ben accetta dalle piccole e medie imprese. La maggior parte degli imprenditori preferisce che la figura del manager sia ricoperta da una persona di famiglia, piuttosto che da un esterno. Questo perché la piccola e media imprese italiana ha difficoltà a delegare i compiti.

Giorgia Pacione Di Bello
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