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Passaggio generazionale in esenzione di partecipazioni

Passaggio generazionale in esenzione di partecipazioni

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Andrea Vasapolli
Andrea Vasapolli

13 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Al fine di favorire il passaggio generazionale delle aziende di famiglia e delle partecipazioni sociali il nostro ordinamento prevede un importante regime agevolativo. Ecco di cosa si tratta

Nel nostro ordinamento esiste una disposizione di particolare interesse (l’art. 3, comma 4-ter, del D.Lgs  n. 346 del 1990) che dispone l’esclusione dalla base imponibile rilevante ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni dei trasferimenti di aziende o di partecipazioni sociali (nei limiti di cui infra) a favore dei discendenti e del coniuge; il trasferimento può avvenire anche tramite un patto di famiglia.

Tale disposizione nasce dall’esigenza di favorire il passaggio generazionale delle aziende di famiglia e delle partecipazioni sociali.

Sia nel caso di trasferimento di aziende che di partecipazioni, l’agevolazione spetta a condizione che gli aventi causa (quindi gli eredi o donatari) esercitino l’azienda, ovvero mantengano la titolarità delle partecipazioni loro trasferite (il controllo della società, nel caso di partecipazioni in società di capitali) per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento.

Nel caso in cui la partecipazione sia in una società di capitali, la norma agevolativa prevede inoltre che il beneficio spetti “limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, numero 1), del codice civile”, ovvero il “controllo di diritto” che si realizza quando un soggetto dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria di una società.
Quest’ultima disposizione rappresenta un problema nel caso in cui gli eredi o beneficiari della partecipazione in una società di capitali siano più di uno, perché un’assegnazione separata in piena proprietà a ciascuno di essi comporta che al più solo uno, qualora assegnatario di una partecipazione che gli consenta di acquisire o integrare il controllo, possa beneficiare dell’agevolazione, dalla quale saranno esclusi tutti gli altri.
Per ovviare a tale problema la prassi professionale ha individuato la soluzione del trasferimento in comproprietà, ai sensi dell’articolo 2347 c.c., della partecipazione di controllo in una società di capitali agli eredi/beneficiari, con nomina di un rappresentante comune per l’esercizio dei diritti di voto e dichiarazione congiunta di assunzione dell’impegno a mantenere il controllo per un periodo di almeno cinque anni dalla data del suddetto trasferimento. L’agenzia delle Entrate ha ritenuto che tale soluzione soddisfi il vincolo posto dalla norma (circolare del 16 febbraio 2007, n. 11/E, circolare del 22 gennaio 2008, n. 3/E e risoluzione del 26 luglio 2010, n. 75/E).
La preoccupazione che in futuro possa intervenire un inasprimento dell’imposta sulle successioni o donazioni porta spesso a prendere in considerazione l’anticipazione del trasferimento ai discendenti delle partecipazioni detenute mediante atti di donazione o patti di famiglia. Tale soluzione, tuttavia, comporta una completa spoliazione in vita da parte dell’attuale titolare, che non solo perde il controllo di tali beni ma anche il flusso reddituale che dagli stessi deriva.
Sono quindi di particolare interesse due recenti risposte a interpello formulate dall’agenzia delle Entrate (n. 37 e 38 del 2020) con le quali, partendo dalla duplice considerazione che,
 in caso di usufrutto su azioni o quote è possibile convenire pattiziamente che, in deroga al disposto dell’art. 2351 c.c., il diritto di voto spetti non all’usufruttuario bensì al nudo proprietario,
 il controllo ex art. 2359, primo comma, numero 1), c.c., discende dalla titolarità del diritto di voto,
è stato affermato che, se ai beneficiari (coniuge e discendenti, anche in comproprietà tra loro) viene trasferita la sola nuda proprietà delle azioni o quote di controllo di una società di capitali con contestuale attribuzione del diritto di voto, sia soddisfatta la condizione posta dalla norma per poter fruire dell’esclusione dall’imposta sulle successioni e donazioni.
In tal modo il diritto agli utili può continuare a spettare all’attuale titolare, quale usufruttuario, mitigando così l’effetto di spoliazione che consegue alla donazione.
È tuttavia necessario osservare che una simile soluzione, seppur consentendo di beneficiare dell’attuale favorevole regime fiscale prima di un suo eventuale futuro inasprimento, presenta un risvolto negativo. In caso di donazione, infatti, ai sensi dell’art. 68, comma 6, del Dpr n. 917/1986, al donatario è riconosciuto come costo fiscale della partecipazione quello che era il costo fiscalmente riconosciuto in capo al donante. Orbene, poiché oggetto di donazione è la sola nuda proprietà delle azioni o quote, solo il costo fiscale riferibile a tale diritto parziario viene trasferito al donatario, con ciò immediatamente venendosi a creare una plusvalenza latente che sconterà, in caso di futura cessione, la ben più gravosa imposizione sul capital gain.
Altre più articolate soluzioni possono consentire di meglio soddisfare le esigenze sopra descritte per le quali si fa usualmente ricorso alla semplice donazione di partecipazioni.

Andrea Vasapolli
Andrea Vasapolli
Managing partner di Vasapolli & Associati, è specializzato in tutte le aree del diritto tributario e in particolare in tema di trust, pianificazioni patrimoniali e passaggio generazionale. È componente di diverse commissioni di studio in materia tributaria, autore di numerosi libri e di oltre 400 articoli pubblicati sulle principali riviste di diritto tributario, professionista accreditato dell’Associazione “Il trust in Italia” e full member della Step (Society of trust and estate practitioner).
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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