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Risparmiatore fai da te, mito o realtà?

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Francesca Conti
Francesca Conti

04 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Gli ‘ex fai da te’, coloro che alla fine di un’esperienza autonoma hanno deciso di affidarsi alla consulenza professionalizzata sono circa 1.910.000 e rappresentano il 6% del totale italiano

  • I Millennials (18-34 anni) sono risparmiatori nativi digitali, hanno un approccio di sfida agli investimenti e raccolgono le informazioni sul web

  • Il 55% degli investitori ex fai da te si è reso conto di non essere abbastanza competente per poter continuare da solo

Il panorama italiano degli investitori fai da te (o quasi) riguarda oltre un milione di soggetti, circa il 16,3% del totale nazionale. Al Salone del Risparmio 2019 i protagonisti del mondo delle reti hanno fatto il punto su questo fenomeno

“Non ho niente contro il fai da te, è un lavoro che richiede passione e attitudine. I consulenti fanno il fai da te di professione. Se hai tempo, passione e metodo, perché no. Però a quel punto, perché non fare direttamente il consulente?”. Il punto di vista dell’amministratore delegato di Banca Generali, Gian Maria Mossa, è condivisibile: un computer e qualche conoscenza finanziaria non bastano per fare un consulente. E neanche per essere vincenti in uno scenario, quello dei mercati, sempre più complesso. Eppure i risparmiatori ‘fai da te’ non sono pochi.

Secondo lo studio presentato da Diego Martone di Demia Studio Associato in occasione della decima edizione del Salone del Risparmio 2019, I risparmiatori ‘fai da te’ in Italia sono 1.620.000, pari al 5,1% del totale nazionale. Ad incrementare il numero di coloro che non si affidano totalmente ai consulenti ci sono poi i risparmiatori parzialmente fai da te, o di prodotto, circa 3.600.000, ovvero l’11,2%. Il valore più significativo è però quello degli ‘ex fai da te’, coloro che alla fine di un’esperienza più o meno lunga in autonomia hanno deciso di affidarsi alla consulenza professionalizzata: sono circa 1.910.000 e rappresentano il 6% del totale italiano. Infine una modesta percentuale, il 12,3% (pari a 3.940.000 persone) è costituita da chi si è sempre affidato ad un professionista.

A seconda delle diverse età dei risparmiatori, si distinguono i Millennials (18-34), nativi digitali che raccolgono le informazioni sul web e hanno un approccio di sfida agli investimenti; la Generazione X (35-54) per cui l’investimento è un impegno portato avanti in modo diligente per raggiungere gli obiettivi della famiglia; i Baby boomers (55-74) per i quali il fai da te è gratificazione, un modo per mettere a frutto la lunga esperienza sul campo e infine la Silent generation (dai 75 in su) per cui l’investimento è finalizzato alla conservazione del patrimonio e al suo utilizzo in caso di emergenze.

Cosa spinge un investitore a scegliere la strada del fai da te? Secondo i dati di Demia, prima di tutto (40%) la capacità di tenere sotto controllo i propri risparmi in modo più efficace. In secondo luogo (31%), perché si ha del tempo da dedicare a un’attività che piace, per risparmiare poi sui costi della consulenza (27%) e infine perché si è rimasti insoddisfatti di come si veniva seguiti dal consulente (26%). Ma sono molti anche i motivi che inducono i risparmiatori ad abbandonare il fai da te. Il 55% degli investitori ex fai da te dichiara ad esempio di essersi resi conto di non essere abbastanza competente per poter continuare da solo, soprattutto per scegliere prodotti o investire in mercati che non sono conosciuti (38%).

Quale impatto ha sul profilo del risparmiatore che sceglie in seguito di affidarsi alla consulenza? Questi nuovi clienti ripongono nuovamente fiducia nei professionisti, al punto che più degli altri riconoscono il valore economico della consulenza, dichiarano una limitata conoscenza dei prodotti e dei mercati, hanno poco tempo a disposizione per seguire gli andamenti e aggiornarsi suoi nuovi prodotti e una limitata attenzione ai costi. Per loro i prodotti più presenti nei portafogli sono le polizze assicurative di risparmio e previdenza integrativa e fondi di investimento e presentano un di rischio medio basso, con un orizzonte temporale di investimento 4 anni.

I commenti dei protagonisti delle reti

Come valutano i protagonisti delle reti l’attitudine dei risparmiatori fai da te? Sicuramente è una sfida per il mondo del risparmio gestito. “Voglio raccontare un’esperienza personale: sono stato nel consiglio di amministrazione di una società di trading online ed era drammatico, c’era una percentuale molto piccola di persone che guadagnavano molto e una grossa percentuale di persone che perdeva tutto. La cosa veramente complicata è avere disciplina. E quando si parla di futuro – pensare al proprio denaro vuol dire pensare al proprio futuro – è molto difficile da mantenere”, afferma Paolo Molesini, amministratore delegato di Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking. Secondo l’ad, “la consulenza ha tre fasi: dare un buon consiglio, trasformarlo in azione e gestirlo nel tempo. Le ultime due, se non parti da un buon consiglio, sono veramente difficili da realizzare”.

Per Gian Maria Mossa “ci troveremo a confrontarci con un accesso all’informazione di alto livello, che avrà una dimensione sociale molto forte a cui ci dovremo abituare. Non escludo che in futuro gli asset manager inizino ad arruolare un influencer per far leva su un certo tipo di investitori”. Secondo il manager, infatti, tra gli elementi ‘pericolosi’ per la futura industria del risparmio gestito ci sono social trading, influencer e forum. “Il digirale è una cosa positiva, ma c’è un effetto collaterale che nel nostro mondo ancora si fa fatica a gestire”, aggiunge Mossa. “La volatilità dei mercati e la mancanza di crescita economica soprattutto sui grandi partimoni sta spostando l’attenzione sui consulenti, che possono garantire un concetto di protezione estesa. Le reti stanno raccogliendo tantissimo perché una maggiore incertezza e paura porta a cercare maggiori professionalità. Credo che su grandi patrimoni e persone con età più avanzata il fai da te tenda scemare tantissimo”, sottolinea l’ad di Banca Generali.

“A fine 2018 ci siamo trovati a dover gestire l’emotività dei clienti di fronte a mercati che scendevano in maniera molto violenta, per far sì che avessero un approccio di medio-lungo termine più razionale”, ricorda Andrea Ghidoni, amministratore delegato di Pramerica Sgr. “Cosa – sottolinea Ghidoni – che si è rivelata corretta a inizio 2019. Gli ex fai da te sono l’esempio del fatto che se non ti fai supportare da persone molto più razionali di te rischi di farti sopraffare dall’emotività e dai mercati”. Il manager evidenzia che “abbiamo a che fare tutti i giorni con un mercato complessissimo. Ci sono milioni di società che lo studiano ogni giorno e gli stessi operatori finanziari hanno ogni tanto difficoltà a comprendere e temiamo che una persona sola possa avere competenze e tempo per farlo? I credo di no. Il problema è che non sempre siamo bravi a far capire il valore del servizio che diamo”.

Per Lorenzo Alfieri, country head Italia JP Morgan Am, “Mifid2 dà l’illusione di avere lo stesso servizio di consulenza a costo zero. La consulenza ha il suo valore perché i mercati sono sempre più complessi e non lo saranno meno in futuro. Bisogna rendere consapevoli i risparmiatori che l’accesso al mercato richiede consapevolezze che non potrà mai avere. Il costo si abbasserà ma non si potrà mai andare sotto a una certa soglia. Bisogna investire per migliorare i prodotti, fare innovazione, investire in software applicativi e altro”.

“Dipende da chi si avvicina al mondo del fai da te e dalla preparazione che ha”, dichiara Gianluca Bosisio, direttore generale di Banca Mediolanum. “Anche se ci troviamo davanti a una persona che si è dedicata negli studi a questo mestiere e vi si avvicina con passione il risultato non sarà lo stesso. Noi spendiamo migliaia e migliaia di ore in formazione solo per tenere aggiornati i nostri consulenti su regole, prodotti, mercati. E stiamo parlando di professionisti che fanno questa attività da decine di anni”, aggiunge Bosisio. “Faccio fatica a pensare che uno che fa fai da te e non è un professionista possa poter essere confrontato, nell’ambito del medio-lungo periodo, con un consulente”, sottolinea il manager. “Sicuramente – conclude – il fatto di esplicitare i costi in una forma più chiara e trasparente porta l’attenzione al confronto e al trasferimento di valore che il consulente finanziario può dare. Il consulente dovrà garantire sempre di più una consulenza a 360 gradi”.

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