Se il mercato guarda ancora agli Stati Uniti come al principale punto di riferimento globale, forse dovrebbe iniziare a riconsiderare le sue certezze. Tra populismo fiscale, nazionalismo commerciale e assalto all’ordine giuridico e agli equilibri geopolitici globali, gli effetti delle politiche di Trump stanno già erodendo la solidità dell’economia americana, con conseguenze importanti per i portafogli e le strategie di investimento globali. In occasione della presentazione dell’outlook per il secondo semestre presentato da Carmignac, Raphaël Gallardo, Chief Economist della casa di gestione parigina, disegna un quadro in cui l’incertezza è l’unica certezza.
Una guerra commerciale che cambia la traiettoria globale
La seconda guerra commerciale ha colpito proprio nel momento in cui l’economia globale sembrava avviarsi verso una ripresa, seppur modesta
“L’effetto più immediato – spiega Gallardo – è stato un taglio netto delle previsioni di crescita: ci attendiamo che il PIL globale nei prossimi 12 mesi si attesterà al 2,4%, con contrazioni significative negli Stati Uniti (-1%), in Cina (-0,5%) e nell’Eurozona (-0,4%).
Negli Usa, il rallentamento è già visibile nella domanda interna privata, che mostra segnali di affaticamento.
“I consumatori e le imprese hanno perso fiducia – osserva Gallardo – e questo si riflette nelle aspettative per il mercato del lavoro, che potrebbe indebolirsi già dal terzo trimestre 2025. I prezzi delle nuove abitazioni hanno iniziato una fase deflattiva e, per molte famiglie a basso reddito, le riserve di risparmio si sono esaurite. L’aumento delle insolvenze sul credito al consumo ne è una chiara dimostrazione”.
Fed ostaggio dell’inflazione e della politica
Ma, a differenza del passato, questa volta la Federal Reserve ha le mani legate.
“L’inflazione resta sopra il target, e questo costringerà la Fed a essere più reattiva che proattiva – sottolinea Gallardo – e a complicare le cose ci sono anche le minacce di Trump all’indipendenza della banca centrale. Il presidente Powell potrebbe sentirsi costretto a ritardare ulteriormente qualsiasi taglio dei tassi, proprio per difendere la credibilità istituzionale della Fed”.
Anche sul fronte obbligazionario, la rigidità è evidente.
“La parte lunga della curva dei tassi resta sotto pressione per via dell’aumento del premio a scadenza. Le tensioni fiscali alimentate dalla maggioranza repubblicana e le politiche anti-immigrazione stanno minando la crescita potenziale del Paese e scoraggiando l’innovazione”.
Trump: la diagnosi sbagliata che aggrava i problemi
Secondo Gallardo, la narrazione populista di Trump si fonda su una diagnosi distorta:
“Il vero problema dell’economia americana non è il commercio estero, ma un tasso di risparmio nazionale troppo basso, causato anche da deficit fiscali cronici. Eppure, Trump punta il dito sul deficit commerciale, ignorando che gli Stati Uniti hanno un surplus strutturale nei servizi, pari all’1% del PIL”.
I dazi, le restrizioni all’immigrazione e i tagli fiscali mal calibrati non fanno che peggiorare la situazione.
“Queste politiche generano shock stagflazionistici e mettono in discussione la sostenibilità del mercato azionario, già drogato dall’afflusso di capitali stranieri nel settore tech”.
La minaccia sistemica della Sezione 8991
Un punto particolarmente critico è rappresentato dalla cosiddetta ‘Sezione 8991’ del disegno di legge fiscale americano. “La norma, di fatto, è una dichiarazione di guerra finanziaria – afferma lo Chief economist di Carmignac – che penalizza in modo pesante le imprese e gli investitori esteri che operano negli Stati Uniti, generando il rischio concreto di una liquidazione disordinata degli asset legati al cosiddetto eccezionalismo statunitense. Non si tratta solo di una questione normativa – ma di un cambiamento strutturale nel rapporto tra capitali globali e mercato USA“.
Il timore è che si inneschi un circolo vizioso: meno investimenti esteri, più volatilità finanziaria e maggiore difficoltà nel finanziare il debito pubblico.
Fine del dollaro come valuta dominante?
Tutto questo alimenta una domanda cruciale: il dollaro può perdere il suo status di valuta di riserva globale?
Gallardo è netto: “Sì, ma non esiste oggi una valuta fiat in grado di sostituirlo. Il renminbi cinese non è convertibile, l’euro è frenato dall’assenza di un Tesoro comune, e il Giappone è afflitto da un declino demografico accelerato. In questo contesto, le banche centrali stanno tornando all’oro e ai metalli strategici come strumenti di assicurazione geopolitica. Allo stesso tempo, il settore privato guarda con crescente interesse alle criptovalute a offerta fissa, viste come riserve di valore alternative, non confiscabili e indipendenti dal rischio sovrano”.
Verso un nuovo disordine monetario globale
Secondo l’esperto di Carmignac, si sta venendo così a creare un sistema monetario biforcato. Da un lato, asset ufficiali sempre più legati alle materie prime. Dall’altro, una finanza privata che si muove verso strumenti decentralizzati come le criptovalute.
“È la fine del mondo unipolare – afferma Gallardo – e l’inizio di un regime multipolare più instabile, dove la lotta per risorse finite alimenterà nuove tensioni. Crediamo che questo nuovo assetto porterà inevitabilmente a un regime di dominanza fiscale, in cui le Banche centrali saranno costrette a monetizzare debiti pubblici crescenti, con effetti duraturi su inflazione e repressione finanziaria”.
Cina: stimoli, ma nessuna riforma strutturale
Nel frattempo, la Cina si muove con cautela.
“Il primo semestre – spiega Gallardo – ha beneficiato degli stimoli introdotti dallo scorso settembre. Tuttavia, segnali recenti mostrano che il programma di permuta dei beni di consumo si sta esaurendo. Saranno necessarie nuove misure entro l’autunno, anche se è improbabile un cambiamento del modello di crescita. Per quanto riguarda le tanto attese riforme strutturali, le autorità continuano a intervenire in modo mirato per stabilizzare i prezzi immobiliari e mantenere stabile la domanda interna. Ad oggi, tuttavia, non ci sono indicazioni di un superamento del paradigma tecno-mercantilista. E sul fronte geopolitico, Xi Jinping utilizza la leva dell’alta tecnologia per spingere Trump a un compromesso commerciale, con dazi che potrebbero costare alla Cina lo 0,5% del PIL, gestibile con ulteriori stimoli mirati”.
Europa: uno spazio fiscale da non sprecare
E l’Eurozona? Per ora regge, anche se la ripresa è più lenta.
“Il caos americano può paradossalmente favorire una redistribuzione della crescita. Il Vecchio continente ha ora l’opportunità di ritagliarsi uno spazio fiscale per investire in infrastrutture, difesa, digitalizzazione e autonomia strategica. Ma tutto dipenderà dal mercato del lavoro. Gli utili aziendali sono sotto pressione e la resilienza dell’occupazione sarà la variabile chiave In Francia, per esempio, l’occupazione è già in calo e la situazione potrebbe peggiorare con l’arrivo di manovre fiscali correttive”.
Nonostante lo scenario di bassa inflazione e il rischio di shock esterni, la BCE ha mostrato prudenza.
“Prevediamo ancora un taglio dei tassi a settembre ma l’asticella per nuovi allentamenti monetari si è alzata: la politica fiscale dovrà fare la sua parte”.
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