L’ascesa del populismo non è più confinata ai mercati emergenti, ma sta ridisegnando le politiche economiche delle principali potenze mondiali. La pressione per una stimolazione fiscale immediata, spesso a discapito della sostenibilità del debito a lungo termine, crea un ambiente di incertezza politica che sfida le tradizionali strategie di asset allocation. In questo contesto, l’erosione istituzionale e le restrizioni al commercio globale agiscono come catalizzatori di una volatilità azionaria che richiede un approccio estremamente selettivo e una profonda comprensione dei fondamentali macro. Proprio su questi driver e sulle loro conseguenze per i portafogli si sono soffermati gli analisti di Capital Group.
Cause del populismo
Le principali cause dell’ascesa dei partiti populisti sono riconducibili al problema della disuguaglianza del reddito, che ha portato il 10% della popolazione globale a detenere oltre i tre quarti della ricchezza complessiva.
A questo squilibrio si somma un cambiamento profondo nei rapporti tra capitale e lavoro, con una quota crescente del prodotto interno lordo che si sposta verso i profitti aziendali a scapito dei salari reali, compressi da fenomeni come l’automazione, l’offshoring e il declino del potere contrattuale dei lavoratori.
Il senso di precarietà generato da queste dinamiche è stato ulteriormente alimentato dal lungo periodo di austerità post-crisi finanziaria che ha esacerbato il senso di abbandono delle classi medie. Allo stesso tempo interventi di politica monetaria non convenzionale, come il quantitative easing, sono stati accusati di aver ampliato il divario sociale favorendo in modo sproporzionato i prezzi degli asset finanziari.
Infine, la trasformazione del panorama mediatico attraverso algoritmi social e tecnologie di intelligenza artificiale ha amplificato i contenuti emotivamente carichi accelerando le narrazioni populiste.
Analisi comparativa delle dinamiche populiste nazionali
| Paese | Driver Politico Prevalente | Impatto sui Fondamentali | Reazione degli Asset e Rischi |
| Stati Uniti | Dazi doganali, restrizioni migratorie e fiscalità espansiva. | Resilienza grazie alla dominanza finanziaria e al ruolo del dollaro. | Pressione sui premi a termine e possibile recessione degli utili per i costi di input. |
| Francia | Frammentazione parlamentare e stallo decisionale. | Indebolimento della credibilità fiscale e incertezza sul budget. | Sensibilità degli spread sovrani e rialzo dei rendimenti a lungo termine. |
| Regno Unito | Barriere commerciali post-Brexit e spesa pubblica. | Deficit del PIL strutturale e malessere della produttività. | Richiesta di un premio al rischio più elevato sugli asset britannici. |
| Messico | Infrastrutture statali e sussidi diretti. | Mantenimento dell’equilibrio macroeconomico e rigore fiscale. | Afflussi di capitali e stabilità monetaria relativa nella regione. |
| India | Mix di protezionismo manifatturiero e riforme strutturali. | Conservatorismo fiscale unito a efficienza tecnologica. | Mercato azionario supportato da riforme ma rischi istituzionali. |
| Turchia | Centralizzazione dell’autorità e pressione giudiziaria. | Erosione dell’indipendenza della Banca Centrale. | Forte deflusso di capitali dai titoli di stato e svalutazione della Lira. |
Ascesa di partiti populisti: gli impatti…
Sebbene esistano eccezioni, l’evidenza più ampia suggerisce che pochi governi populisti producano un progresso economico duraturo e sostenibile. Questo implica rischi ma anche opportunità per gli investitori e le diverse asset class in portafoglio.
…macroeconomici
Le radici del malessere sociale sopra descritte trovano uno sfogo immediato in un cambio di paradigma della governance che, sebbene inizialmente accolto con ottimismo dai mercati, tende a produrre un deterioramento delle performance economiche nel medio-lungo periodo. I dati storici indicano che la crescita del PIL reale pro capite subisce una flessione di circa un punto percentuale annuo nel primo quinquennio di amministrazione populista. Questo fenomeno di sotto-performance strutturale è alimentato da una sistematica riduzione dell’integrazione commerciale, poiché le restrizioni all’accesso ai mercati globali comprimono le economie di scala e incrementano i costi lungo le supply chain, erodendo la competitività delle imprese nazionali.
Parallelamente al rallentamento della crescita, l’irrigidimento delle politiche migratorie agisce negativamente sull’offerta di lavoro, innescando una compressione dei margini aziendali a causa della crescita dei salari nominali e della perdita di capitale umano.
Tale scenario è ulteriormente aggravato da un’evidente erosione istituzionale che colpisce l’indipendenza della magistratura e l’autonomia delle banche centrali, alimentando un clima di incertezza politica che scoraggia gli investimenti diretti esteri e innalza i tassi soglia per i nuovi progetti.
Il risultato finale di queste dinamiche è una combinazione di pressioni inflazionistiche derivanti da espansioni fiscali aggressive e una crescente tensione fiscale che mina la sostenibilità del rapporto debito/PIL. Rimangono così spesso irrisolte le disparità distributive che avevano originariamente decretato il successo elettorale di tali movimenti.
… sui portafogli
Il deterioramento dei fondamentali macroeconomici appena delineato impone ai gestori patrimoniali una revisione profonda delle strategie di investimento, poiché i regimi populisti tendono a scardinare le correlazioni tradizionali tra le diverse classi di attivo. Nel comparto del reddito fisso, la spinta verso politiche monetarie accomodanti per stimolare la domanda si scontra spesso con il rialzo dei rendimenti a lungo termine, guidato dai timori degli investitori sulla monetizzazione del deficit e sulle aspettative di inflazione. Questa dinamica produce un irripidimento della curva dei rendimenti, dove il premio al rischio richiesto per detenere debito sovrano riflette l’imprevedibilità del quadro normativo.
Spostando l’analisi sul mercato dei cambi, si osserva come le valute dei paesi populisti tendano a subire una pressione svalutativa. Anche il dollaro statunitense, nonostante la sua resilienza storica, si trova a navigare tra la compressione dei differenziali dei tassi reali e la necessità di mantenere il proprio status di safe haven in un contesto di espansione fiscale continua.
Sul fronte azionario, la protezione tariffaria e i sussidi statali favoriscono settori strategici come i semiconduttori o l’automotive, mentre i comparti ad alta intensità di lavoro e quelli dipendenti dalle catene del valore globali rimangono vulnerabili alla contrazione dei margini.
In definitiva, sebbene il populismo aumenti i rischi a lungo termine, può anche creare opportunità mirate. L’investitore deve essere in grado di coglierle attraverso un approccio disciplinato, che gli consenta al contempo di gestire i rischi che ne derivano.

