Per più di un decennio le large cap statunitensi hanno fatto la parte dei leoni, catalizzando l’attenzione e i capitali globali. Ma ogni ciclo ha la sua fine. E ora, mentre le tensioni geopolitiche e i tassi iniziano a ridisegnare lo scenario, le piccole imprese americane tornano a far parlare di sé, offrendo multipli convenienti e spazi di crescita che le grandi aziende non hanno più. In un’economia che riscopre la produzione interna e la selettività, la taglia media potrebbe tornare un vantaggio competitivo. Ne parliamo con Forrest St. Clair, manager del Global Institutional Solutions (GIS) di Fidelity International .
Le difficoltà dei mercati e la riscoperta della diversificazione
La ricerca di nuove aree di valore nasce proprio da un contesto in cui i mercati azionari, nel 2025, si confrontano con valutazioni elevate, concentrazione e tensioni geopolitiche sempre più complesse. “Il mercato USA è troppo grande per essere ignorato – spiega St. Clair – ma le difficoltà dell’indice S&P 500 hanno riportato l’attenzione sulla necessità di diversificare l’esposizione. L’obiettivo non è ridurre la presenza in Stati Uniti, ma riequilibrarla, spostando parte dell’attenzione verso segmenti finora trascurati. Tra questi, le small cap statunitensi emergono come uno spazio di opportunità ancora sottostimato, dopo uno dei più lunghi periodi di sottoperformance rispetto alle large cap dai tempi della Grande depressione”.
Cicli storici e anomalie di mercato: quando il pendolo può tornare alle small cap
Questa riflessione sulla diversificazione trova conferma anche nella storia dei mercati, che mostra un costante alternarsi di leadership tra large e small cap.
“Dal 1929 si sono registrati sei periodi di sovraperformance delle small cap e sette di sottoperformance – osserva l’esperto di Fidelity – con cicli medi di circa sette anni. L’attuale predominio delle grandi società, prolungato ben oltre la durata media storica, rappresenta dunque un’anomalia. Questa fase potrebbe preludere a un ritorno di interesse verso le società di dimensioni più contenute”, sostenute oggi da valutazioni storicamente attraenti e stime di utili moderate per il 2025”.
Valutazioni e concentrazione: perché l’asimmetria pende sulle small cap
Il confronto tra valutazioni e peso di mercato rafforza ulteriormente la tesi di un possibile riequilibrio.
“A giugno 2025 le small cap statunitensi si trovano nel quintile più economico rispetto alle large cap dal 1990 – ricorda St. Clair – e la loro quota di mercato pari a meno del 4 % della capitalizzazione complessiva resta ben al di sotto della media storica del 7 %. Quando le small cap raggiungono valutazioni così basse la probabilità che sovraperformino su orizzonti di cinque o dieci anni aumenta sensibilmente”.
Il tutto in un contesto in cui inflazione, politica monetaria e geopolitica stanno producendo effetti più differenziati tra stili e categorie, creando terreno fertile per una rotazione di leadership che favorisca le società di dimensioni minori.
Tendenze a favore delle small cap
Le dinamiche più recenti dell’economia statunitense sembrano confermare che il contesto potrebbe tornare favorevole alle imprese di minori dimensioni.
“Siamo convinti vi siano una serie di fattori strutturali che, nel tempo, potrebbero sostenere questo segmento: la solidità dei fondamentali USA, un eventuale abbassamento dei tassi d’interesse, l’aumento delle operazioni di acquisizione grazie alle valutazioni contenute e al fenomeno del reshoring, e la maggiore focalizzazione domestica delle small cap, meno esposte a rischi geopolitici o valutari. In un quadro in cui la dispersione tra vincitori e vinti cresce, questi elementi offrono terreno fertile per una rotazione di leadership che premi modelli di business agili e radicati nel mercato interno”.
Non tutte le small cap sono uguali
Se le tendenze macro sembrano favorevoli, non tutte le società a piccola capitalizzazione presentano lo stesso profilo di rischio.
“A giugno 2025 – osserva l’esperto di Fidelity – oltre il 40% delle small cap dell’indice Russell 2000 non generava utili. Questa realtà riflette la presenza di molte imprese in fase iniziale o orientate alla crescita, soprattutto nei settori biotecnologico e delle tecnologie verdi. Per gli investitori più prudenti, questo significa selezionare aziende con utili costanti, basso indebitamento e modelli operativi più maturi. Allo stesso tempo, la varietà del segmento resta una delle sue forze: Indipendentemente dal regime economico o dall’orientamento del mercato, nell’universo delle small cap vi sono state società con performance elevate”.
Il vantaggio della gestione attiva
La varietà e la minore efficienza del mercato delle small cap rendono la gestione attiva un elemento chiave per generare valore. “Le opportunità di selezione dei titoli possono essere ingenti nel mercato delle small cap, che tende a essere meno efficiente di quello delle large cap”.
Secondo Fidelity, la copertura analitica limitata dei componenti del Russell 2000 crea margini per gli analisti e i gestori che conducono ricerche proprietarie.
“I portafogli costruiti con questo approccio – osserva St. Clair – tendono a presentare multipli più bassi e una crescita degli utili più rapida rispetto all’indice di riferimento. Storicamente, la gestione attiva ha sovraperformato sia i fondi passivi sia lo stesso indice Russell 2000, grazie alla capacità di identificare le società più promettenti e di evitare quelle con tendenze di utili meno solide.
La leadership di mercato può ruotare ancora
Nel tempo, la leadership tra large e small cap si è alternata più volte. Oggi, le valutazioni favorevoli e la crescente dispersione dei rendimenti suggeriscono che il segmento delle società minori possiede condizioni storicamente propizie per tornare protagonista.
“Non sappiamo se o quando le small cap saranno in vantaggio sulle large cap – conclude St. Clair – ma i trend di valutazione hanno aumentato le probabilità di una loro sovraperformance nei prossimi anni. All’interno di questo scenario, continuiamo a sostenere il valore della ricerca approfondita e della gestione attiva come strumenti per individuare società meno conosciute, ma con fondamentali solidi e inefficienze di prezzo: un vantaggio competitivo decisivo in un mondo in cui la concentrazione e il rischio di valutazione sono ormai temi centrali per ogni strategia di portafoglio”.

